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mercoledì 20 ottobre 2021

TRACCE DI VITRUVIO A FORMIA: I COSIDDETTI NINFEI DI VILLA CAPOSELE di Salvatore Ciccone
Nello studio personale di alcuni monumenti d’epoca romana di Formia si è voluto risalire al criterio geometrico-matematico della “symmetria”, che tramite il modulo regola in una costruzione la misura di ogni singola parte in corrispondenza al suo insieme. Questo procedimento è reiterato dall’architetto Vitruvio nel suo trattato scritto per Ottaviano Augusto e teorizzato nelle proporzioni dell’uomo nel quadrato e nel cerchio di cui si ha l’emblematico disegno di Leonardo da Vinci, tanto abusato oggi e coniato sulle monete da 1 euro; all’opera di Vitruvio infatti si ricondussero gli artefici del Rinascimento che cercarono di carpire dalle costruzioni romane le formule per riprodurne la magnificenza. L’intento attuale è quello di ‘vedere’ un edificio dalla parte di chi l’ha concepito ripercorrendone il processo concettuale verso una appropriata interpretazione. Maggiori riscontri oggettivi e con il “De Architectura” di Vitruvio risultano in due originali sale tra i resti di una vasta residenza romana compresa nella cinquecentesca Villa Caposele, divenuta nel 1852 residenza privata di re Ferdinando II di Borbone, oggi proprietà Rubino (fig. 1). Queste sale articolate da colonne di sostegno alle volte si distinguono nell’uniforme successione di concamerazioni di una terrazza artificiale: ciascuna ha sul fondo un vano a nicchia con fonte sorgiva e per questo semplicisticamente ricondotte al tipo dei ninfei. Il complesso edificato ha muri in prevalente opus quasi “reticulatu”m collocabile al 50 prima di Cristo. Esso ricalca i piedi di un’originaria rupe alta circa 20 metri coronata dalle mura poligonali della città, sotto la quale scaturisce la sorgente. Le due sale, con comune fronte rettilinea, affacciavano a circa due metri dal livello del mare su una vasta peschiera, i cui resti furono interrati dai Borbone per la creazione di un ampio giardino; maggiore visuale degli specchi marini e del panorama si aveva dal piano superiore ad uso residenziale in seguito ridotto in orto pensile ed elevato di circa m. 7,50. Il cosiddetto “ninfeo minore” (fig.2) ha pianta impostata sul quadrato, in un ambiente principale rimarcato da quattro colonne doriche semplificate e in un vano con fontana. È in parte ricostruzione dei Borbone da un’unica colonna superstite e dai resti di voltine a botte perimetrali, come si rileva in alcune precedenti illustrazioni, dalla quale si risalì all’ardita soluzione di lunghe piattabande di sostegno ad una volta centrale a padiglione. Tre elementi originali della sala hanno diverse tecniche murarie non attribuibili ad interventi successivi, ma a specifiche esigenze costruttive: il muro di fondo e la nicchia di contenimento del terreno in più resistente “opus incertum” di grosse pietre irregolari; i muri isolati di contenuto spessore in “opus quasi reticulatum” a piccoli elementi tronco-piramidali; le colonne di maggiore compattezza in “opus testaceum” con settori di tegole, ugualmente alle piattabande intersecate sulle colonne e incastrate nelle pareti come travatura lignea. La decorazione generale con pietre spugnose richiama una grotta, impreziosita nella volta a botte della nicchia con scomparti a sassolini, conchiglie e paste vitree, mentre le pareti a stucco riproducono un motivo architettonico con porte; sulla colonna un residuo di mosaico a riquadri rivela come subordinasse la struttura. Il cosiddetto “ninfeo maggiore” (fig. 3) ha pianta sviluppata in forme rettangolari e volte a botte, con sala aumentata su ambo i lati da navate distinte con quattro colonne doriche di pietra a stucco sostenenti la più ampia volta centrale cadenzata da lacunari; il fondo ha un vano occupato da fonte in vasca e decorato con pitture egittizzanti (III stile) e all’opposto si allunga quello di accesso dall’esterno. Il pavimento è in mosaico ‘a canestro’ bianco punteggiato di marmi policromi, al cui centro si trova una vasca di “impluvium” corrispondente all’apertura a “compluvium” che esisteva nella volta originaria. Lo spiraglio venne meno con la ricostruzione di una nuova volta eseguita dai Borbone, facendo perdere i giochi di luci ed ombre nei risalti delle membrature come appare nelle illustrazioni, e di pari la ventilazione ascensionale a temperare l’ambiente insieme all’acqua sorgiva. Tra le due sale colonnate, una volta mostra i resti di intonaco a scanalature, ‘strigilato’, funzionale negli ambienti termali caldo-umidi per convogliare l’acqua di condensa. Ciò richiama l’abbinamento usuale di “balneum” e “triclinium” o sala da pranzo, questa che nello sviluppo a colonne si definiva “oecus”, dal greco “oikos”, casa: Vitruvio (VI, 3, 9) classifica il tipo tetrastilo, corinzio ed egizio, che si confrontano con il nucleo della casa di rango romana, di quella greca corinzia e di quella egizia. Il “ninfeo maggiore” risalta a confronto dell’espressione figurativa data Vitruvio all’oece corinzio (VI, 3, 9): “I corinzi hanno le colonne che posano su di un podio o a terra, e sopra hanno epistili e cornici o in opera nella muratura o di stucco, di poi sopra le cornici, dei lacunari curvi che girano interrotti alle reni”; in quest’ultima espressione, “curva lacunaria ad circinum delumbata” è implicita una copertura cementizia, poiché le reni in una volta a pieno centro sono la parte poco superiore al piano d’imposta che non genera spinte laterali, queste più sopra ridotte dall’alleggerimento della struttura a lacunari. Dunque le due sale colonnate si devono propriamente riferire ad oeci, pure adeguatamente contestuali ad una fontana: il “ninfeo minore” al tipo tetrastilo, il “ninfeo maggiore” al tipo corinzio; così come nella trattazione vitruviana risaltano complementari a Formia. Nella ricerca delle proporzioni si acquisiscono maggiori evidenze sul genere delle due sale. L’oece tetrastilo ha la pianta inscritta in un quadrato che comprende lo spessore del muro frontale, come pura quadrata è la nicchia (fig. 4). Da ciò si individua il criterio proporzionale in una serie di quadrati concentrici determinati dalle rispettive diagonali e originata dal teorema di Platone tramandato da Vitruvio (IX, pref., 4-5): il quadrato principale della sala, scandito da quattro moduli di 6,25 piedi (1 piede m. 0,2957), trova nella serie concentrica inferiore il quadrato della nicchia di lato due moduli, fatto che conferma l’omogeneità costruttiva dell’insieme. Inoltre la misura del singolo modulo si può tradurre in 25 palmi (1 palmo = m 0,074), numero in piedi del quadrato maggiore ad evidenziare il ricercato gioco delle corrispondenze simmetriche. L’alzato trova riscontro alle regole stabilite da Vitruvio. Per la colonna di ordine dorico altezza 14 volte il raggio di base (IV, 3, 4): qui a capitello semplificato, corrisponde in m. 4,14 su raggio di 1 piede. Per gli oeci tetrastili quadrati, altezza pari alla somma della larghezza con la sua metà (VI, 3, 8): la dimensione presa tra i limiti interni delle colonne dà m. 5,85 in difetto di appena 15 centimetri, ma rispetto alla volta ricostruita. Dell’oece corinzio, la pianta risulta composta di tre rettangoli nella medesima proporzione scandita da un segmento di 7,5 piedi, in quella maggiore in cinque parti e sulla larghezza in quattro (fig. 5). Anche in questo caso, nel gioco delle corrispondenze simmetriche, la misura tradotta in palmi ne dà 30 che è il numero in piedi della lunghezza della sala colonnata: in questo segmento si deve perciò individuare il modulo che nel rettangolo maggiore stabilisce una comune proporzione di 5:4. Inoltre la lunghezza del rettangolo minore e la larghezza di quello maggiore collimano le dimensioni della fauce d’ingresso della sala in rapporto 1:2 indicata per i triclini, palesando l’origine dell’elaborazione. Il modulo poi decuplicato collima la lunghezza totale della sala di 75 piedi o 300 palmi, mentre la larghezza massima tra le pareti delle navate è di 37,5 piedi, o 150 palmi, quindi rispettivamente di moduli 10 e 5 ribadendo il rapporto 1:2 dei triclini. Da ciò risalta come lunghezza totale dell’oece tetrastilo è la metà di quello corinzio, di 37,5 piedi o 150 palmi, dimostrando l’unità progettuale delle due sale. Anche nell’oece corinzio l’altezza confronta la proporzione prescritta da Vitruvio per i triclini, media della somma tra lunghezza e larghezza, qui da interpretare in presenza delle colonne; pertanto nel rapporto 1:2 della pianta si considera la lunghezza effettiva di piedi 30 e come larghezza la sua metà, risultando dall’operazione 3 moduli pari a 22,5 piedi (m. 6,65), in altezza coincidente al fondo dei lacunari quale parte effettiva di copertura. La ragione del modulo di 7,5 piedi nel rapporto 5:4 nei rettangoli della pianta, trova spiegazione se la misura viene tradotta con il diretto multiplo del piede che è il cubito pari a 1,5 piedi (m. 0,445) e che ne assomma appunto 5; se poi anche il numero 4 del rapporto si considera in cubiti esso è pari a 6 piedi. Da ciò la stessa quantità del modulo di 7,5 risulta connaturata nel rapporto 5:4 con il quoziente 1,25 moltiplicato 6, oppure 6 e ¼. Vitruvio (III, 1, 1-9) in argomento alle proporzioni degli edifici assimilate al corpo umano fa corrispondere l’altezza e la larghezza con le braccia distese ad un quadrato proprio di 6 piedi di lato; inoltre inscrive il corpo in un cerchio con centro nell’ombelico a toccare le estremità degli arti divaricati, cerchio di cui non dà una dimensione. Ipotizzando per esso il diametro di 7,5 piedi e cioè 5 cubiti, si confronta la collimazione assegnata alle membra rispetto al cerchio e il medesimo tangente la base del quadrato toccare i due angoli opposti, configurando uno schema di “symmetria” che individua il modulo e tutto dimensionato dal cubito (fig. 6): lo stesso cubito che è composto di 6 palmi è ‘simmetrico’ al numero di piedi dell’altezza dell’uomo; dell’effettività dello schema ne è prova il fatto che in esso si inscrive perfettamente la pianta e ne collimano i punti principali. Dunque l’individuazione del criterio proporzionale dell’oece corinzio di Formia si ricondurrebbe all’autentico schema geometrico dell’uomo vitruviano, che sicuramente non può corrispondere a quello celebre di Leonardo basato su numeri irrazionali, a decimali infiniti, non modulabili nell’Antichità e non confrontabili all’allora sistema di misura. Lo schema deve originarsi dal teorema di Platone utilizzato nell’oece tetrastilo anche in virtù della complementarietà con l’oece corinzio. Infatti dalla serie concentrica di quadrati si raggiunge una “sezione aurea” che determina il raggio del cerchio e perciò un “rettagolo aureo” compreso tra il suo centro e il lato tangente del quadrato (fig. 7); Il rapporto tra il lato maggiore e quello minore del rettangolo è di 8:5 il cui quoziente 1,6 esprime in numeri naturali la “sezione aurea”, dai moderni derivata da un’equazione di secondo grado con numero irrazionale 1,618…all’infinito. Questo rapporto che risale ai Pitagorici è descritto da Euclide di Alessandria nel VI libro degli “Elementi”. Curiosamente Vitruvio non cita questa proporzione né Euclide, bensì il maestro di costui, Platone, cosa che fa ritenere una reale attribuzione da fonti perdute piuttosto di una improbabile ignoranza o trascuratezza dell’architetto. La decifrazione architettonica dei due oeci trova così nell’opera di Vitruvio una stringente serie di correlazioni intrinseche nei concetti della simmetria fino ad identificare lo schema di riferimento basato sul corpo umano; inoltre ha consentito verifiche e una innovativa interpretazione della sua perduta basilica a Fano, secondo la somiglianza da egli stesso riferita tra oeci corinzi e egizi e le basiliche. Queste circostanze che si possono ricondurre ad un medesimo autore, si rafforzano nel fatto che Formia è considerata la più probabile patria del celebre architetto anche nel numero e contenuto delle epigrafi della “gens Vitruvia”: quella celebre è di un Marco Vitruvio, proveniente da un sepolcro d’età augustea recentemente scavato sulla via Appia. Pertanto questi oeci, architettonicamente già riconosciuti basilari ed ora di tangibile correlazione alla sua opera, si presentano eccezionali come documenti di riferimento e risorsa culturale della Città. Per un’ampia bibliografia sull’argomento: S. Ciccone, Sale con volte su colonne al tempo di Vitruvio: gli esempi originali di Formia, “Formianum” VI-1998, Marina di Minturno 2002, pp. 11-29; Aa. Vv., Vitruvio opera e documenti, “Formianum” VIII-2000, Marina di Minturno 2009. Una sintesi più recente dello stesso autore è nella rivista “Lazio ieri e oggi”, anno LV, n. 7-9, 2019, pp. 250-56.
Nelle immagini: veduta verso settentrione della Villa Caposele dal porto omonimo; planimetria dell’area archeologica: nella linea rossa la sostruzione voltata; A – “ninfeo maggiore”; B – “ninfeo; minore”; il “ninfeo minore”, propriamente oece tetrastilo, nella parziale ricostruzione borbonica: sul fondo a destra la colonna e parte delle volte originali come si vede nella antecedente illustrazione di Pasquale Mattej (“Poliorama pittoresco”, IX -1845); il “ninfeo maggiore”, propriamente oece corinzio, con la volta centrale ricostruita dai Borbone e precedentemente con gli effetti di luce dall’originario “compluvium”, nell’incisione di Luigi Rossini (Viaggio pittoresco da Roma a Napoli, Roma 1839); pianta dell’oece tetrastilo basata sullo schema di simmetria dal teorema di Platone, a destra (Ciccone 1998); pianta dell’oece corinzio con a destra il diagramma dei rettangoli costituenti in cui si individua il modulo (Ciccone 1998); schema di “symmetria” vitruviano del corpo umano commisurato al piede (B) e al cubito (A), nel quale si inscrive e coincide la pianta dell’oece corinzio (Ciccone 1998-2000); genesi dello schema di “symmetria” vitruviano (Ciccone 2017): 1 - in rosso, il rettangolo aureo; (2) schema del teorema di Platone, con raggio del cerchio da “sezione aurea”; (3) sovrapponibilità dei due schemi.

martedì 12 ottobre 2021

STANCHI IN FORMIA LA SERA AVEMMO ALBERGO

“In Mamurranum lassi deide urbe manemus - Stanchi in Formia la sera avemmo albergo”.
La bellissima incisione, porta in basso questa didascalia ed è tratta dall'opera "Quinti Horatii Flacci Satyrarum libri I Satyra V", volume edito a Roma dal De Romanis nel 1816. Furono pubblicate due edizioni nel medesimo anno, la prima stampata in 150 copie e la seconda in 200, curate dalla duchessa Elisabetta di Devonshire, generosissima mecenate di artisti tra i cui lo scultore Antonio Canova. Nel frontespizio dell'opera primeggia la scritta: "immagini fedelmente ritratte su li luoghi stessi nel loro stato attuale". Nel volume sono raffiguranti i principali luoghi sulla via Appia tra Roma e Brindisi. La duchessa di Devonshire fece distruggere 90 copie della prima edizione per aumentarne la rarità. L'incisione da lastra di rame è opera del valente incisore Achille Parboni e raffigura il mausoleo di Marco Tullio Cicerone, lungo la via Appia all'ingresso di Formia. Interessante notare la scritta Formia, anche se nel 1816 tale toponimo era scomparso e la città era conosciuta come Mola di Gaeta.

sabato 9 ottobre 2021

LA STRAGE DI TRIVIO DEL NOVEMBRE 1943: UNA NUOVA TESTIMONIANZA “ESTERNA” di Pier Giacomo Sottoriva
Il 26 novembre del 1943 veniva consumata sulla montagna di Formia quella che ormai viene comunemente chiamata “strage della Costarella”.
Vi rimasero uccisi otto uomini  che avevano tentato di sottrarsi al reclutamento obbligatorio della Flak, fuggendo sull’erta alle spalle di Trivio e Maranola Inseguiti, catturati  e radunati su uno slargo gli otto sfortunati fuggitivi vennero assassinati a colpi di mitraglietta. Circa l’unità germanica che si rese responsabile della strage, lo storico tedesco Lutz Klinkhammer, dell’Ufficio Storico Germanico di Roma ritiene, consultando il data base dell’Istituto, che a sparare furono i soldati della Wehrmacht e non le SS (almeno per una volta). Klinkhammer, in una lettera a Lorenzo Tonioli , scrive testualmente: “ Il database dell’Istituto sulla presenza militare
tedesca in Italia non è completo, però mi sembra abbastanza improbabile una presenza (a Formia e Trivio, n.d.r.) delle SS armate, visto che la banca dati registra non solo la 1a Batteria del 49° Reggimento Flak e la 90ma divisione granatieri corazzati, ma soprattutto la 94ma divisione di fanteria che era presente anche a Trivio e a Maranola. Quindi mi pare abbastanza plausibile che fosse quella unità (la 94°, n.d.r.) ad effettuare il rastrellamento degli uomini da adibire al lavoro coatto in Germania e la conseguente strage di quelli che cercarono di sfuggire all’arresto”. Acquisite ormai queste notizie, è capitato, sempre grazie a Lorenzo Tonioli, di imbattersi in un articolo sul giornale “Il Quotidiano” del 19 settembre scorso, che racconta di un marinaio italiano che ebbe a trovarsi sbandato subito dopo l’8 settembre 1943 (proclamazione dell’armistizio dell’Italia con le Forze Alleate).  Si tratta di Nicola Chiusano, nato a Montella (Avellino), che fu partecipe di diverse disavventure post-armistizio, e che fu testimone di diversi avvenimenti. Chiusano è morto nel 2013, ma ha avuto il tempo anche di ricordare di essere stato presente alla strage di Trivio (Formia) o della Costarella, di cui ricorda tutti i nomi degli assassinati. Nella
sua marcia di avvicinamento al suo paese, Montella, l’irpino reca sostanzialmente questa testimonianza, ma essa vale – se pure ce ne fosse stato bisogno – a confermare con gli occhi di un “esterno” la  effettività dell’eccidio strage e delle circostanze in cui esso maturò, al di là e al di fuori di eventuali (e mai dimostrate) esagerazioni o di equivoci sulle cause. La testimonianza riportata da “Il Quotidiano” proviene dall’Archivio storico di Benedetto Petrone, tale riportato dal giornale. Nella foto il monumento che ricorda la strage.

giovedì 30 settembre 2021

Ricostruzione del largo della Darsena di Mola, realizzata da tre diverse cartoline di primo Novecento.

martedì 21 settembre 2021

SCENA DI VITA QUOTIDIANA NEL BORGO DI MOLA

Una rara e bellissima fotografia di primo Novecento, che ferma una scena di vita quotidiana sul lungomare della darsena del borgo di Mola. Due donne in primo piano con lunghe vesti che scendono fino ai piedi; un uomo, fermo nel centro della strada, vestito a festa con cappello e papillon, osserva divertito una bambina ed un cane che a testa bassa cammina. Fanno da sfondo i palazzi antistante la contrada spiaggia e l'enorme palazzo Grasso edificato tra il 1880 e il 1890.

mercoledì 15 settembre 2021

IL PALAZZO MANCINELLI
La costruzione di un edificio di notevole altezza per l’epoca, suscitò la protesta di numerosi cittadini. Il fabbricato fu realizzato senza il preventivo parere del Ministero dei Beni Ambientali, che ne deplorò la costruzione per l’enorme impatto ambientale recato. A nulla valsero le proteste e le denunce dei cittadini formiani. Il palazzo Mancinelli, progettato originariamente per ospitare “L’Albergo del Sole”, venne poi adibito ad abitazioni ed ultimato alla fine degli anni cinquanta.

venerdì 10 settembre 2021

IL paesaggio da riconsiderare: CASTELLONORATO di Salvatore Ciccone
Non è solo l’esemplare ‘bellezza’ a determinare l’importanza di un paesaggio, se esso è inteso come insieme delle componenti naturali e delle culture umane: sono infatti le seconde spesso celate a determinare di quello il suo effettivo significato e a suscitare il pensiero. Ne è esempio Castellonorato, che dopo le distruzioni dell’ultimo conflitto, depauperato dei suoi abitanti e degradato nell’abbandono del suo territorio agricolo, sembra essere privo di ogni considerazione. La collina sul quale è arroccato questo borgo, domina la veduta di levante di Formia, sul mare conclusa dal promontorio di Giànola: questo a macchia mediterranea e boschi di sughere, l’altra a steppa di strame. Entrambi i rilievi hanno in comune la formazione, con rocce in enormi massi costituiti di ciottoli di un primitivo delta fluviale, cementati e poi innalzati in milioni di anni insieme agli incombenti monti Aurunci. Da entrambi si gode un panorama circolare: sul golfo chiuso dalla penisola di Gaeta, alle isole Ponziane e partenopee, alla valle del fiume Garigliano chiusa dal monte Massico, con lo sfondo evanescente del Vesuvio, talora fino ai monti Lattari, poi l’aspro baluardo alpestre che chiude a settentrione. Non meraviglia quindi se a Giànola fosse eretta una vastissima villa romana e sull’altra altura la rocca di Castellonorato. Come trapela dal nome, il “Castrum Honorati” venne innalzato da Onorato I conte di Fondi nel 1386-90 con funzione di vedetta al confine meridionale della contea, sul tragitto dell’antica via “Erculanea” verso l’interna valle del Liri, la Terra di S. Benedetto. Proprio questa esigenza inderogabile di osservazione del territorio presuppone una preesistenza che coprisse la visuale tra i più antichi castelli di Marànola e di Minturno, una torre tra le tante erette in punti strategici. A questa è probabile che vi fosse aggregato il più evoluto insediamento abitato a nome del conte, prodigo nelle opere di potenziamento strategico a Marànola come nel Castellone, originaria arce di Formia antica. Allungato sul crinale della collina a 300 metri di altezza, il castello si avvantaggiava di una rupe come cinta naturale e inattaccabile, determinata dalla giacitura delle rocce che, inclinate a meridione verso il mare, dietro scoprono sul pendio sottostante l’argilla dell’originario fondale marino; in questa zona infatti la via della Fornace testimonia una passata manifattura di terrecotte. Sulla parte di mezzogiorno si adegua la cinta muraria con torri tonde e quadrate a chiudere l’abitato che, dalla torre maggiore quadrilatera alta una dozzina di metri ma più elevata su un cocuzzolo, scende ad occidente con impianto a pettine sull’unica via connessa a tre porte: quella superstite a sud, il “Capo la Porta”, posta di traverso al centro delle mura alla sommità di tornanti; un’altra ad est nella parte più eminente a ridosso della torre maggiore, il “Capo la Terra”; la terza ad ovest, una posterula nel luogo detto “Caùto”, ‘buco’. Alla spoglia torre di pietra priva di merli, le uniche forme dell’architettura ogivale tardo trecentesca restano nell’ampio, basso arco del Capo la Porta e nelle crociere a sesto rialzato nell’unica navata della chiesa di S. Caterina, la cui torre campanaria altrettanto spoglia rappresenta l’altro tardivo elemento emergente del borgo: della costruzione di quest’ultimo una bella insegna di maiolica con lo stemma del paese cita i due sindaci in data 1776. Era allora presente l’istituto comunale o “Università” con il relativo “Seggio”, rimasto a nome della via principale, dopo che si distaccò da Marànola nel 1428, ma tornando ad essa nel 1807 e poi riottenere l’autonomia comunale nel 1851, persa di nuovo in favore di Formia nel 1928. Tra le case diroccate dalle cannonate dell’ultima guerra, comprese tra quelle abitate impropriamente riadattate, appaiono scolpite le rocce e inglobati gli enormi blocchi della cima e vi si trovano dei frantoi per estrarre e custodire all’interno delle mura il prezioso olio di oliva, allora maggiormente commerciato per l’illuminazione. Un’altra fonte di reddito si apprende nello Statuto di Castellonorato del 1507 e riguarda la coltivazione dello zafferano o “croco”, e “Coco” infatti resta a denominazione di una località verso Spigno. L’attività praticata sul territorio si osserva nei secolari terrazzamenti con muri a secco o “macere”, anzi millenaria considerando quelli in opera poligonale, certamente preromani, che si concatenano ai piedi della montagna, primario insediamento sparso di gruppi familiari dedichi principalmente alla pastorizia e la cui pratica dell’incendio ha lasciato brulle le pendici più acclivi. Esemplare è quello alla “Palombara”, dove una estesa e liscia parete di enormi massi poligonali perfettamente giuntati è attraversata da un adito lungo e stretto coperto da una embrionale volta cuneata: dilavata dalla gialla argilla del campo superiore assume un colore dorato e difatti citata nel 1076 “da parte de palombarum parietem qui dicitur porta auria”, la Porta d’Oro. Il nome del luogo è diversificato alle rocce incombenti, la “Rava di Palombara”, all’omonima fonte e al titolo dell’accostata chiesuola della Madonna della Palomba, riferita alla Vergine col Bimbo sorvolati dalla colomba dello Spirito Santo; tuttavia richiama più i “palombari”, certe grotte di Matera, così come “grotta” è chiamato il cunicolo megalitico, dal quale sembra più probabilmente originato l’epiteto della Madonna. La storia del castello legata al suo fondatore sfuma nella leggenda. Il conte Onorato di famiglia influente discesa pare nel IX secolo da un duca di Gaeta, mirava a costituire un vero e proprio regno tra quello di Napoli e le Terre del Papa tanto che ad Urbano VI alterna fedeltà o vi riceve scomunica, quando si fece promotore a Fondi dell’elezione dell’antipapa Clemente VII, il primo dello Scisma d’Occidente e ad insediarsi in Avignone. L’epilogo nella primavera del 1400, quando Onorato è assalito in quel castello dalle milizie di Bonifacio IX e di re Ladislao di Napoli; sconfitto ne morì pare per un colpo apoplettico il 20 aprile: si vuole che il conte fosse inumato con la sua preziosa armatura, la tenuta della sua dignità, in una grotta segreta sotto la rocca, evidentemente per evitare la dissacrazione delle sue spoglie. Sicuramente questo grande ed inquieto principe è lì sepolto e il cui paese tutto rappresenta un grande monumento funebre con impresso il nome a imperitura lapide. Castellonorato, da apparente borgo solitario e dimesso, si rivela di elevatissimo significato nella storia d’Italia, come rivela l’attenta lettura alla sola una fugace veduta. Un esempio questo di come si deve riconsiderare tutto il ‘paesaggio’ di Formia, per riconoscere e tutelare la memoria identitaria dei cittadini e risorse fondamentali per il futuro della Città. Il presente articolo è stato pubblicato in forma più estesa nella rivista “Lazio ieri e oggi”, n. 4-6, Roma 2020.
Immagini: Castellonorato, il versante sul lato monte (foto F. Forcina); Il panorama orientale di Formia caratterizzato sullo sfondo a destra dall’eminenza di Castellonorato (inc. Sarcent, 2^ metà ’800, coll. R. Marchese); L’arco ogivato all’interno del Capo la Porta (sec. XIV; foto F. Forcina); L’unica navata a crociere della chiesa di S. Caterina d’Alessandria (sec. XIV): a sinistra il simulacro della Madonna della Palomba (foto F. Forcina); L’insegna di maiolica del campanile datata 1776, prima dei recenti restauri (foto S. Ciccone); Il muro in opera poligonale in località Palombara, attraversato da un corridoio a volta cuneata (sec. V-IV a.C.; foto S. Ciccone); La torre prima e dopo i lavori di restauro a cura dell’ultimo proprietario prof Nicola Jadanza di Roma nel 1971 (foto dal volumetto “Castellonorato e la sua Torre” di Nicola Jadanza).