Cerca nel blog

Etichette

mercoledì 26 gennaio 2022

IL CINEMA TEATRO CAPOSELE
Il cinema teatro "Caposele", gestito dai fratelli Rubino, proprietari della omonima villa, è stato dall'immediato dopoguerra e fino alla fine degli anni ottanta, insieme al cinema Miramare, uno dei locali di Formia dove si poteva assistere alla proiezione di pellicole cinematografiche. Con l'avvento della televisione, l'affluenza alle sale ebbe una notevole flessione di presenze, soprattutto quando, prima il sabato ed in seguito il giovedì sera, andava in onda "Lascia o Raddoppia", programma a quiz, condotto da Mike Bongiorno. Per ovviare ad avere una sala deserta ed anche per compiacere quei formiani che non avevano la possibilità di acquistare un apparecchio televisivo, nella sera in cui andava in onda "Lascia o Raddoppia", si sospendeva la proiezione della pellicola e sul palco faceva la sua apparizione una fiammante televisione per fare assistere al programma a quiz presentato da Mike Bongiorno. Il fabbricato che ha ospitato per un lungo tempo sala cinematografica e teatro, ha subito una trasformazione ed è stato adattato ad uffici e locali commerciali. Il cinema teatro Caposele di piazza Mattej, ha avuto anche la propria sala all'aperto.
Nel periodo estivo era in funzione anche un'arena ubicata nel cortile antistante la villa Rubino, con ingresso dalla Litoranea, i fratelli Rubino, adibirono il cortile antistante la villa Rubino a sala cinematografica all'aperto. L’arena non ebbe grande successo per via della sua ubicazione. Confinate con una strada molto trafficata, non godeva di quel silenzio necessario per poter assistere in tranquillità allo spettacolo.

Nelle fotografie: il cinema Caposele ubicato sul lato sud-ovest della piazza Mattej, un’immagine di quando si sospendeva la proiezione della pellicola per assistere al programma televisivo e una veduta dell'arena.

sabato 15 gennaio 2022

NOVITÀ DAL CONVEGNO “FORMIANUM” di Salvatore Ciccone
Al 2001 risale l’ultimo “Formianum”, il Convegno di Studi sui giacimenti culturali del Lazio meridionale che, promosso dal “Centro Studi Archeologici P. Mattej” sede Archeoclub d’Italia e giunto a dieci edizioni annuali, si era distinto come appuntamento atteso e qualificato per la conoscenza del patrimonio storico e monumentale di Formia. Al 2011 risale la pubblicazione dell’ottavo volume degli Atti, sul tema monografico “Vitruvio, opera e documenti”, fondamentale compendio degli studi su questo architetto celebre per il trattato “De Architectura” dedicato all’imperatore Ottaviano Augusto, poi riscoperto e basilare nelle opere del Rinascimento: le tracce di Vitruvio nelle epigrafi della famiglia e nei monumenti sul suolo formiano ne indicano la più probabile origine. Il 2021 al suo scadere vede la luce il nono volume, a distanza di vent’anni dal convegno e in una situazione non certo agevole, ma di sprone al recupero di un ritardo così grande avutosi per una rara e complessa serie di cause, buona parte di natura esterna e che per questo meritano l’oblìo. La nona edizione del “Formianum” si era tenuta domenica 18 novembre 2001, presso il Palazzo Municipale di Formia con il Patrocinio della Città e dell’allora Ministero per i Beni e le attività Culturali. Malgrado gli anni trascorsi i contributi non ne hanno risentito, perché in gran parte continuamente aggiornati dagli Autori o comunque specifici nel loro inalterabile apporto di novità, per la qual cosa questi Atti rappresenteranno un insostituibile strumento di avanzamento delle conoscenze e di propositi sul patrimonio culturale del Lazio meridionale. Il compimento di questo nuovo traguardo si deve ancora alla disponibilità mai mancata dell’Editore Armando Caramanica di Minturno, per merito del quale fin dall’esordio del convegno ha assicurato la stampa degli Atti con affermazione anche negli ambiti scientifici internazionali. Gli argomenti miscellanei trattati nelle 248 pagine del volume comprendono Fondi, Sperlonga, Gaeta e Formia, “Minturnae” e il Garigliano, Cassino, interessando quindi buona parte del Lazio meridionale costiero e il diretto rapporto per via fluviale con l’entroterra; Formia, da esclusivo territorio delle prime edizioni, è divenuto la confluenza delle ricerche di un’area vasta, oltre attuali suddivisioni municipali. Per questa caratteristica acquisita, l’avvio della diffusione del volume sarà associata a ripetute presentazioni in diverse località. Gli apporti di novità e di avanzamento delle conoscenze sicuramente daranno nuova linfa nella interpretazione di siti archeologici, talvolta rimasti imprigionati nella loro apparenza e notorietà, comunque poco considerati in una visione complessiva o attraverso una appropriata analisi; così per i documenti su cui si fonda la storia di luoghi, di funzioni sociali e dell’urbanistica, dall’Antichità al Medioevo, al ‘500. Gli Autori e temi degli Atti del “Formianum” IX-2001 sono di seguito elencati: Salvatore Ciccone - Osservazioni sull’architettura della Tomba di Cicerone a Formia; Nicoletta Cassieri - Contributi per una migliore conoscenza archeologica del territorio di Gaeta; Raimondo Zucca - “P. Cornelius L. F. Aimilia Tribus Pollio Formianus” concessionario di “Metalla” a “Carthago Nova”; Massimiliano Di Fazio - Le antiche mura di Fondi. Ipotesi sul primo insediamento; Adelina Arnaldi - Sacerdozi municipali a “Fundi”; Mariano Ferligoi - Il Castello di Mola: un compendio sull’architettura; Cesare Crova - Il sistema di difesa costiero nel Regno di Napoli in età vicereale. La Torre di Scàuri: studio storico, rilievo e restauro; Maria Teresa D’Urso - Il “Liris”-Garigliano, un fiume di storia; Maria Elena Fino - Il candelabro del cero pasquale nella Cattedrale di S. Erasmo a Gaeta; Luigi Cardi - Carlo V a Gaeta; Silvana Errico - Didattica e interpretazione critica delle testimonianze storiche: esperienze e proposte per una “Archeoscuola”. Il volume conta inoltre due addende in relazione a contributi pubblicati nei volumi precedenti: Salvatore Ciccone - La Grotta di Tiberio a Sperlonga: una nuova lettura dalla “piscina” (con ristampa dello studio del medesimo Autore: Segni di un antico paesaggio marino nella Villa di Tiberio a Sperlonga); Silvana Errico - aggiornamenti sui nuovi scavi e sul nuovo restauro del teatro di Cassino. Sono quindi 14 contributi che portano a ben 97 i titoli della collezione degli Atti sui vari campi di ricerca, dalla preistoria al recente passato, dall’architettura all’urbanistica, a quello propriamente archeologico, epigrafico, storico e della tradizione nel detto ambito territoriale. Personalmente, quale curatore di “Formianum” fin dal suo concepimento, ritengo il volume raggiunto quale punto di un nuovo inizio. Infatti in questo ampio intervallo di tempo lasciato scoperto dal convegno, a Formia come nel circondario non si è registrata alcuna valida alternativa, né una migliore condizione e considerazione delle risorse culturali. Per questo è già in progetto la riedizione del convegno in una forma rinnovata e più propositiva nel recupero, utilizzo e appropriata divulgazione dei beni culturali. Contestualmente si sta approntando il decimo volume della trascorsa edizione che aveva per tema Formia in età romana, perciò una monografia e un compendio sul periodo storico distintivo nella Città, volume che verrà presentato in occasione dell’apertura del nuovo convegno “Formianum”, ciò non appena la situazione sanitaria assicurerà un sereno rinnovato incontro e scambio tra gli Studiosi, la partecipazione dei Cittadini.
Nelle immagini: Il frontespizio degli Atti del “Formianum” IX-2001 di attuale pubblicazione e un momento del Convegno “Formianum” IX-2001: la sala nel Palazzo Municipale di Formia e il tavolo dei Relatori: da sinistra S. Ciccone, G. Ottaviani, A. Miele (Sindaco),

mercoledì 12 gennaio 2022

IMMAGINI DELL’AUGUSTA MAESTA’ DI ROMA SCOPERTE A FORMIA
Ho avuto la possibilità di avere una copia del Bollettino d’Arte Del Ministero della Pubblica Istruzione, scritto dal Direttore dr Roberto Marvasi, che descrive minuziosamente il ritrovamento di importati reperti archeologici venuti alla luce nel 1920, durante i lavori di costruzione del secondo tratto della via Vitruvio che da via Santa Teresa raggiungeva la contrata Rialto: “ (Ultimo bollettino del Ministero) - Praticandosi i lavori di sterro per l'apertura di una nuova via, e precisamente il cavo di fondazione della spalla di un sottovia del giardino De Matteis - Di Fava, il proprietario del giardino, posto sull'avviso da taluni indizi, metteva in luce una statua di Nereide su mostro marino ; e nel giardino di proprietà Sorreca, a due metri circa di profondità dal piano di campagna, l'operaio Felice Varone vedeva scoprirsi sotto il suo piccone dapprima un tronco di sostegno di statua e subito dopo una testa marmorea, un plinto, un gran torso di statua eroica, e via via, con tre statuette minori, i resti di un'altra statua di personaggio togato. Il rimescolamento invero singolare del terreno nel quale tutte queste sculture coi loro frammenti minori si trovavano ammontichiate non potevano non consigliare una più attenta indagine del sottosuolo ; e così disposti i saggi, furono da me restituiti alla luce, nel luogo stesso dove le prime scoperte avevano avuto luogo, una nuova bella e completa statua eroica, una severa testa giovanile, e sculture minori... Furono ugualmente disposti saggi esplorativi nel terreno di proprietà De Matteis - Di Fava con risultati che sono già della più alta importanza. Il 12 settembre 1920, a poche ore di distanza dall'inizio dei lavori di saggio da me predisposti, appariva nel terreno, all'incirca a metri 3.20 di profondità dal piano di campagna. una statua di efebo interamente nuda tranne una clamide pendente dalla spalla e avvolta attorno al braccio sinistro. Non nuovo è il tipo artistico cui l'autore di questa statua si ispira; la stessa caratteristica ponderazione, la stessa impostazione della figura nuda, lo stesso movimento delle braccia, ritroviamo in un certo numero di statue, tutte derivanti da un solo prototipo, di cui finora la espressione artisticamente più rifinita e fedele è il cosiddetto Hermes Lausdowne. L'originale a cui queste statue si ripetono è un Hermes di scuola policletea, forse dovuta a quel Naucide d'Argo che da taluni è detta fratello di Policleto, e da altri, più semplicemente un parente o un contemporaneo più giovane di Policleto e suo scolaro. In proporzioni più grandi del vero era scolpita una seconda statua eroica che non sembra, piuttosto, possa esser restituita nella sua interezza dai restauri in corso. La ponderazione è la solita delle figure policletee, e al Doriforo ci richiama la posizione del braccio sinistro, che, tirato all'indietro si flette anche qui fortemente, mentre le dita della mano si stringono come nel Canone, all'atto di impugnare un giavellotto, poggiandolo sulla spalla : il braccio destro non viene però abbandonato lungo il corpo come nella statua del maestro di Sicione, ma scende sino all'anca e quindi piega, si che l'avanbraccio è proteso, e la mano è distesa ed aperta come (per citare solo l'esempio d'un'altra statua assai nota) nell'idolino di Pesaro. La testa è, nella maniera più certa, un vigoroso nobilissimo ritratto, l'imitation della statua reca tracce assai appariscenti di color rosso : essa era evidentemente tutta dipinta di porpora come la clamide della figura eroica che ripete il motivo dell'Hermes Lausdowne - Aegion ; e l'effetto artistico tratto anche qui dal contrasto tra il colore del panneggiamento e la bianchezza del marmo è notevole.” “La terza fra le statue eroiche rinvenute in Formia ha molti tratti comuni con l'ultima da noi descritta. Frequentemente ripetuto è nella scultura romana del primo secolo dell'impero il tipo di questa statua del Museo Nazionale di Napoli di cui la stretta parentela con la statua formiana è innegabile anche nel drappamento dell' imitation e nel movimento del braccio sinistro, diremo il cosiddetto Marcello del Macelum di Pompei. Accanto alle statue eroiche e archilee, le statue togate. Una se n'è rinvenuta, nel solito marmo lunense a grana fine e lucida, compiutamente integra tranne lievi manchevolezze. Rappresenta un personaggio stante, completamente avvolto nella toga riportata sul capo alla maniera dei sacerdoti. Innanzi a queste immagini della maestà togata vien fatto spontaneo di associare la potenza della visione al ricordo del divino carme secolare di Orazio, che celebra e glorifica Roma, e rivolge l'augurio ai Quiriti di mostrarsi degni della gran Madre ; glorificazione che fu merito di Auguto di promuovere, e che i suoi poeti e i suoi scultori ebbero l'orgoglio di vestire di si nobili forme. Il tipo statuario cui lo scultore della statua formiana si è ispirato ci è noto per un considerevole numero di esemplari. Ma forse la statua che più che tutte, per la nobiltà dell'espressione e dell'atteggiamento, e anche pel singolare modo dell'inserzione della testa, ci apparisce in rapporti di analogia più stretti con la statua formiana è l'Augusto della via Labicana, rinvenuto nel 1910. Analoghe le pro-porzioni, la ponderazione, la disposizione della toga, la finezza del trattamento artistico : il ravvicinamento delle due sculture si presenta spontaneo. E l'una e l'altra statua ci richiamano al periodo luminoso dell'arte del ritratto nell'età augustea, o della età che ad essa segui immediatamente. Una seconda statua drappeggiata era seppellita nel materiale di riporto entro cui giacevano le quattro innanzi ricordate. Subito al di là del plinto della statua eroica che riproduce il tipo dell'Hermes Lausdowne -Aegion, era una testa virile giovanile, tutta drappeggiata in un lembo di toga, e appartenente a una statua di proporzioni maggiori del vero. E segreto di una maestà così composta e così superiore è in questo suggello personale ed altissimo che Roma imprime alla sua arte; di talchè a un tratto fisonomie e caratteristiche personali spariscono, per dar luogo ad una sola immagine che tutte le fonde e le nobilità: la immagine augusta di Roma. Questa testa non era come quella dell'altra starna togata, lavorata a parte e inserita nel tronco : un solo blocco marmoreo era servito a suo tempo per ricavarvi, col resto della figura, la testa. Le pieghe superstiti della toga, modellate con semplice naturalezza cadevano riccamente, ma senza vastosità offensive ; sul resto della testa, il marmo era trattato in maniera sommaria, poichè la statua figurava contro una parete. Abbondantissime tracce di color rosso mostravano con evidenza che anche questa toga era tutta dipinta di color porpora : colorazione che rispondeva come nella statua gemella, al carattere sacro di cui per le funzioni sacerdotali erano investiti i personaggi rappresentati.”
Nelle fotografie l’area delle proprietà De Matteis – Di Fava e Sorreca e la situazione degli scavi dopo i primi ritrovamenti, la statua di efebo al momento del ritrovamento e nel suo splendore ad avvenuta ripulitura, la terza statua eroica e quella del personaggio avvolto nella toga, definito in seguito “personaggio in costume sacrificante” e la testa virile giovanile drappeggiata in un lembo di toga, di profilo e frontale.

domenica 9 gennaio 2022

FRANCESCO VITTOZZI E LA MOGLIE DEL PESCATORE DI MOLA
Francesco Vittozzi, pittore di scuola napoletana, è stato un artista legato alla raffigurazione di scene popolari alla maniera di Leopold Robert, ma si dedicò anche alla pittura religiosa e alla ritrattistica. Formatosi presso l'Accademia delle Belle Arti di Napoli, risulta essere stato attivo tra Napoli e Roma fra il 1826 e il 1863. Così viene descritto tra i pittori napoletani dell'Ottocento: " Si esprime soprattutto per una pittura naturalistica che ha radici nel Seicento e trae origini dai "Bamboccianti", raffigurandosi nel tempo ma conservando la sincerità di un'atmosfera povera nella rappresentazione di figure popolari e zingaresche". L'amicizia con Pasquale Mattej portò il Vittozzi a visitare Formia nel 1843, dove realizzò un bellissimo dipinto raffigurante la moglie di un pescatore di Mola che si rattrista per la partenza del marito. L’acconciatura dei capelli della donna è stata fortemente influenzata dall'amico Mattej che più volte l'ha disegnata. Simile all'opera di Francesco Vittozzi, nel 1845 il pittore ceco Leopold Pollak (1806 -1880), dipinge una scena costiera nel Regno di Napoli, a cui da il titolo "Il benvenuto della madre", comparabile in stile e materia al dipinto di Francesco Vittozzi. Figlio di un mercante ebreo Pollak, mostra precocemente talento per la pittura. Nel 1819si iscrive all'Accademia delle Belle Arti di Praga, dove studia per cinque anni. Nel 1831, spinto dai suoi genitori, si trasferisce a Roma, dove completa la sua formazione artistica frequentando lo studio del pittore Leopold Schutz. A differenza del Vittozzi, che aveva descritto la tristezza di una partenza, il Pollak dipinse la scena in modo differente: l'allegria di una madre che vede ritornare il marito dalla pesca. Il risultato finale non cambia, l'inconfondibile figura della donna di Mola, con la sua particolare acconciatura, rende le due opere simili. A conferma della localizzazione dell'opera del Pollak, nel 1870 circa, viene pubblicata sulla rivista inglese "The art Journal" un'incisione realizzata al bulino da A. W. Wildblood, tratta dal suo dipinto, che reca in basso la scritta “The mother's welkome - Il benvenuto della madre". Un’ulteriore opera, simile alle due precedenti, è stata realizzata nel 1853 dal pittore tedesco Hinderlang, dal titolo “Il ritorno del pescatore”. Non si hanno notizie di questo artista, che ha certamente frequentato l'Italia intorno alla metà del secolo XIX. La variante di questa terza opera, dedicata alla moglie del pescatore, è lo sfondo, che in questo caso è il Vesuvio fumante, ma il costume della donna e l'acconciatura dei capelli sono riconducibili alla moglie del pescatore di Mola
Nelle immagini il dipinto di Vittozzi, un dettaglio di un acquerello del Mattej, il dipinto di Pollak, l'incisione di Wildbloo ed infine il dipinto di Hinderlang.

venerdì 7 gennaio 2022

LA COLLABORAZIONE DI PASQUALE MATTEJ CON IL POLIORAMA PITTORESCO
Il “Poliorama Pittoresco”, uno dei più vivaci periodici napoletani, diretto dall’abate Giustino Quadrari, edito a Napoli dal 1836 al 1860, stampato dell’editore-tipografo Filippo Cirelli, è stata forse la pubblicazione più letta della stampa periodica del Regno di Napoli. Garantiva una notevole varietà di argomenti e di spunti artistici e letterari, vantando una numerosa schiera di collaboratori. Uno dei più fecondi è stato il formiano Pasquale Mattej, che scriveva ed illustrava i propri articoli. La profonda amicizia che legava il Mattei al Quadrari ed al Cirelli, lo portarono ad illustrare anche articoli di altri scrittori. Avendo l’occhio abituato a riconoscere l’arte del Mattej ho potuto individuare numerose litografie contenute in testi di altri autori, realizzate appunto dal “nostro” artista. Quella che vi presento oggi è a corredo di un articolo scritto dallo stesso Filippo Cirelli, che descrive il costume delle donne di Sepino della provincia di Campobasso, in Molise, che fa parte del circuito dei borghi più belli d'Italia. Nel testo si legge: “Nella breve peregrinazione, che novellamente di unita al diletto amico Pasquale Mattej abbiam fatta a Campobasso, cedendo al gentilissimo invito ed alle affettuase premure de’ signori fratelli Mucci, non disgiunte dalle efficaci istigazioni dell’ottimo amico signor Pasquale Albino, abbiam visitato quella città e quella contrada, con quanto piacere non saprem dirlo.”

mercoledì 22 dicembre 2021

LE MOLE DI FORMIA: PERMANENZA E RINASCITA DI UNA CITTA’ "Lunario Romano 1995", Mestieri nel Lazio, Roma 1995, pp. 177-194. di Salvatore Ciccone
(terza parte) Il processo di riduzione e riconversione dei mulini doveva già farsi sentire allora per il miglioramento delle tecniche di macinazione, ma fu decisivo con l'introduzione delle macine metalliche. Il mulino a palmenti, benché perfezionato, aveva la caratteristica di schiacciare il frumento in un solo passaggio, detta bassa macinazione, producendo una farina ricca di impurità. Il nuovo sistema a laminatoi e cilindri, definito di alta macinazione, si caratterizza per le macine costituite da coppie di cilindri metallici orizzontali variamente scanalati e procede allo schiacciamento del grano in fasi successive, differenziandone il prodotto fino alla massima purezza e finezza e in quantità giornaliere irraggiungibili dai vecchi mulini. Nel 1904 sorge a Mola, nella contrada “fuori il Ponte” e sulla riva del mare, il primo mulino a cilindri mosso dalla forza del vapore, altra innovazione che svincolava questa attività dalla tradizionale dipendenza idrica oltremodo insufficiente ad azionare i più complessi macchinari. Il fondatore, Domenico Paone, concepisce una moderna industria affiancando la macinazione del frumento alla produzione di pasta alimentare che aveva intrapreso nel medesimo sito nel 1878. La schiacciante superiorità dell'impianto rese inevitabile la chiusura di alcuni mulini, come quello dei fratelli Bove che era sorto tardivamente tra il mulino Nucci e quello a Mirti. Venne acquistato da un napoletano e riconvertito in cartiera alla quale si addicevano le grandi quantità d'acqua e lo sfruttamento della sua forza motrice; tuttavia anche la nuova impresa cessò nel 1914 e l'edificio fu trasformato in civile abitazione. Per non chiudere l'attività i due mulini che facevano capo al formale di via Orto del Re verso il 1920 si fusero nella Società anonima “La Turbina” Molino e Pastificio, facente capo a Salvatore Magliocco. L'impianto si componeva di fabbricati contigui allineati sul versante occidentale della via e si caratterizzava dal mantenimento di una ruota idraulica perfezionata o turbina, mossa dalla maggiore quantità di acqua conseguente alla cessazione di alcuni mulini. Si trattava di una scelta operata nella tradizione sia dei modi che dei luoghi e che oggi si direbbe ecologica, ma il risparmio energetico si pagava in termini di rendimento sulla produzione e nel 1933 la società dichiarò fallimento, il fabbricato sarà adeguato a Scuola Avviamento al Lavoro, oggi Scuola Media Statale M. Vitruvio Pollione. Nel fallimento della società fu trascinato l'altro mulino Magliocco insediato presso la Gualchiera, susseguitosi ai più antichi citati. Era mosso ancora dalla forza dell'acqua dell'omonimo formale e produceva farina integrale con il vecchio sistema dei palmenti. Venne acquistato all'incanto dai fratelli Colella che vi installarono un molino a cilindri. I nuovi opifici caratterizzarono maggiormente il tessuto urbano per la grandezza dei fabbricati, e sulla costa per i lunghi pontili di attracco per mezzo dei quali avveniva il rifornimento di grano e l'imbarco delle paste alimentari. Il più lungo era quello dell'industria Paone, ad essa direttamente collegato, realizzato in ferro e munito di carrelli; vi ormeggiava una propria flottiglia di cui l'unità più grande era l'Immacolata III di 120 tonnellate di stazza. Il pontile della “Turbina” si trovava in prossimità del fabbricato accanto al Castello di Mola e vi si accedeva da via Abate Tosti: era realizzato in legno con rinforzi di acciaio. Altri pontili facevano da risalto, appartenenti ad altre industrie del luogo come quelle di laterizi “La Tiberina”, già di Tito Rubino, e quella di Luca De Meo poi SALID, che ponevano al vertice un'altra tradizione locale artigiana. Mola si configurava ormai come quartiere industriale di Formia e la necessità di adeguate infrastrutture viarie e di approdo si rendeva inderogabile. Oltre alla costruzione del porto nel 1922 si diede mano al raddoppio della via Appia col prolungamento di via Vitruvio fino alle porte occidentali della città e allo scavalcamento del rione Mola. Quest'ultima opera fu effettivamente tracciata nel 1936 in base al piano regolatore redatto dall'architetto Gustavo Giovannoni. Tra l'altro si volle bonificare i terreni dalle acque — imperativo dell'epoca — per restituire salubrità ai luoghi. L'intervento condusse a indiscutibili vantaggi tuttavia produsse una lacerazione nel contesto abitato e di questo rispetto al territorio. La rete dei condotti scomparve fatta eccezione il Gran Formale corrente su un alto muro che, interrotto dalla nuova via, suggerì la creazione di una cascata ornamentale e la cui acqua continuava ad alimentare il rivierasco mulino di Rubino al vicoletto Ponte di Mola. Un'altra mola Rubino rimaneva presso il Maiorino, probabilmente ad uso di frantoio. La persistenza dell'attività molitoria sviluppata in funzione di una forte industria alimentare fa sentire il suo peso anche nell'immagine materiale del quartiere. Nel 1928 il settantenne Domenico Paone con rara munificenza offre alla cittadinanza un'opera pubblica di grande impegno, la creazione di un largo con rotonda centrale nell'ansa della Spiaggia di Mola, che divenne la passeggiata del Rione. Fu un segno di riconoscenza per la considerazione che di lui avevano i cittadini, anche in occasione nell'episodio delittuoso che nel 1919 procurò col fuoco il grave danneggiamento dell'opificio. In quella occasione egli non si limitò a recuperare la raggiunta capacità produttiva, ma rinnovò potenziandolo anche il mulino con macchinari fatti eseguire dall'Officina Meccanica Lombarda. Fino all'ultimo conflitto la tradizionale attività molitoria di Mola si concentra nei due mulini di Paone e dei Colella, ognuno con una lavorazione giornaliera di 150-200 quintali di grano. Nel primo erano occupati una decina di operai, nel secondo, compreso il pastificio, una cinquantina; poi l'indotto di facchini, trasportatori, marinai, artigiani. Ecco allora che quest'industria si poneva in primo piano nell'occupazione del Rione e nell'economia primaria dei produttori della materia prima, dapprima singoli agricoltori, poi i consorzi. Dai territori vicini provenivano per lo più grani teneri, dai chicchi tozzi ricchi di amido: si impiegavano principalmente per i prodotti da forno. Più impegnativo era il rifornimento di grandi quantità di grano duro, dai chicchi allungati e lucidi, ricco di glutine, indispensabile alla fabbricazione delle paste alimentari. Paone lo trasportava dalle Puglie con i suoi motovelieri e dalla Russia per mezzo di un piroscafo che attraccava al suo pontile. In quello stabilimento la molitura in proprio agevolava la preparazione delle miscele di farine specifiche alla lavorazione dei diversi formati di pasta, oltre a controllarne la qualità, il prezzo e assicurarne le quantità necessarie. Questa operosità fu spezzata la domenica del 12 settembre 1943, quando alle 13 tutta la zona del Ponte di Mola fu fatta segno di un violento bombardamento aereo alleato. Totalmente distrutto il pastificio; decine i morti e feriti tra i molani, molti dei quali colti in strada intenti agli ultimi acquisti di derrate. Paone, allora ultraottantenne, vi sopravvisse solo otto giorni a conferma della dedizione e dell'impegno profuso nel suo mestiere. In successivi bombardamenti anche il mulino Colella subì gravi danni, depredato inoltre di oltre 8000 quintali di grano. Dalle macerie polverose, in fedeltà al motto araldico cittadino “post fata resurgo” si ricostruisce la speranza. Il mulino Colella riprese l'attività fino al 1960; oggi è trasformato in appartamenti. Il Pastificio Paone nella ricostruzione non ebbe reimpiantata la molitura per convenienza di mercato e passò in mano ad Erasmo, nipote del fondatore e ai due figli Domenico e Franco; da ultimo trasferito nell’area industriale di Penitro all'estremità orientale del Comune e acquisito da un facoltoso imprenditore italo-argentino. Cessa così la lunga tradizione dei mulini che, residuati da Formia antica, per un millennio ne hanno guidato la rinascita urbana, economica e politica. Eppure il bagaglio di esperienze, la cultura del grano, la laboriosità di questa terra non sembra perduta; rimane insita nell'attuale Pastificio, diffusa in Italia, ed esportata col nome della famiglia e di Formia. Di quella attività millenaria rimarranno il nome di Mola e quelli di vico Gualchiera con qualche pietra; dei siti del Maiorino, delle Forme, del vicolo Ponte di Mola e dell'Orto del Re; la nostalgia per quei vecchi mulini dalle caratteristiche ruote che il progresso ha relegato nella storia, ma che non impedisce di rammentarne e valorizzarne la testimonianza. Nell’immagine il tratto della variante medievale della via Appia nella Spiaggia di Mola verso l’omonima porta poi dell’Orologio (dis. P. Mattej, 1840 ca.): l’insenatura rappresentava la parte più interna del porto romano, rimasta come valido approdo all’attività molitoria di supporto per Gaeta.

sabato 18 dicembre 2021

LE MOLE DI FORMIA: PERMANENZA E RINASCITA DI UNA CITTA’ "Lunario Romano 1995", Mestieri nel Lazio, Roma 1995, pp. 177-194. di Salvatore Ciccone
(seconda parte) Si è a conoscenza che la Mola Zoppella si trovava prossima a quella di Pampilino, rispettivamente appartenenti ai monasteri di S. Erasmo di Formia e di S. Michele in Planciano a Gaeta. Di tali proprietà la prima sembra la mola anonima posta sotto il mulino della Palude e sfruttante il medesimo formale; la seconda si trovava invece sulla spiaggia del mare: entrambe dovevano dunque trovarsi nell'area di via Orto del Re. In una pianta parziale del borgo risalente al 1830, sono indicati in quel luogo due mulini disposti sulla direttrice di quella strada verso occidente, quello in alto di proprietà Agresti e l'altro sottostante sul lato opposto al mare di via Abate Tosti. Erano alimentati in successione da una diramazione del Gran Formale, ricalcante longitudinalmente il tratto antico dell'Appia. Sembra perciò di riconoscervi i mulini Zoppella e Pampilino, quest'ultimo, e non pare una coincidenza, in vicinanza della cappella di S. Michele Arcangelo inglobata poi dal duecentesco Castello di Mola. Riguardo ai condotti, sembrerebbe che il formale del Mulino della Palude venisse con esso dismesso, non essendovi traccia sulle mappe, deviando il canale all'origine e affiancandolo al Gran Formale per poi seguire, come detto, un tratto dell'Appia. La spiegazione di ciò starebbe nella presenza di un'altra mola che testimoni dicono situata nei giardini a oriente di via Orto del Re, lungo il rettilineo longitudinale, e chiamata Mola Stretta, dalla “Strettola” che era un viottolo pubblico munito di porta che conduceva agli orti, ai mulini e alle fonti. E probabile che la Mola Stretta fosse l'originale Mola “dellu Podio” o del Poggio, nome indicante o il salto di quota del luogo o qualche rudere dell'Appia. Nella medesima mappa del 1830 si trovano altre due mole consecutive in via Ponte di Mola, tra l'antica Appia e la via Abate Tosti, servite direttamente dal Gran Formale: per quella a monte più grande sembra riconoscervi le mole Maggiore e Minore. Nelle testimonianze verbali la prima veniva indicata “Mola Noce”, per la presenza di un vetusto esemplare distintivo per grandezza da altri frequenti negli orti del borgo. Verso il mare, al di là della strada, vi era il luogo detto “abbascie gliu mugline”, dove era situata la mola di proprietà Rubino: era alimentata dall'acqua dello stesso formale che sottopassava la via e si accumulava in un caratteristico bacino. Essendo questa l'unica mola posta sul versante esterno della strada medievale, non sembra azzardata l'identificazione con la Mola de Fore. Dai registri della chiesa parrocchiale dei Ss. Lorenzo e Giovanni Battista, si rilevano le rendite di alcuni mulini esistenti tra Settecento e Ottocento. Si menziona così un “montano con camera” al vicolo del Maiorino, forse il trecentesco Mulino della Camera; una “punta del vicolo di S. Caterina al Ponte”, forse la Mola de Fore; una “strettola della Madonnella ossia Molino” a Caposelice o “Vicolo della Molella” nel luogo del supposto Mulino di Follino. Dalla individuazione più o meno certa di questi mulini è importante comunque rilevare che essi si trovavano per lo più dislocati in corrispondenza delle traverse marine dell'Appia, tanto da determinare la stessa rete dei formali. Ciò comprova l'originario sistema insediativo che si sviluppava secondo raggruppamenti isolati costituiti dai mulini con le loro pertinenze e dalle abitazioni, secondo la dinamica prevalente dell'attività che si basava sull'arrivo del frumento dalla consolare, stoccaggio e macinazione, imbarco sulla costa antistante. Il nucleo originario più importante fu certamente quello della via Maiorino che conduceva al porto, la zona degli Armeni, riferimento ad uno dei contingenti tradotti nel Meridione nell’887, quando Gaeta era nell’orbita dei Bizantini. Con l'accresciuto fabbisogno di Gaeta già dovette esservi una tendenza alla saldatura di questi gruppi edificati con collegamenti spontanei lungo la spiaggia, percorsi che diverranno sostitutivi dell'Appia per motivi strategici in occasione della costruzione da parte angioina del castello, sullo scorcio del Duecento. Le caratteristiche dei mulini più antichi, desunte dai documenti, evidenziano una serie costante di elementi a configurazione di unità autosufficienti che, isolate in gran numero e concentrazione su questo substrato storico, hanno costituito le cellule di riaggregazione di un nuovo tessuto urbano. Il mulino sotto quello della Palude era una struttura integrata “con la casa, il cortile e gli orti davanti e di dietro, con la vigna annessa” (cum sedimen cortina et hortales suos ante et retro, cum ipsa vinea); è il già ipotizzato Mulino Zoppella che viene detto provvisto di “acque sue e di un suo canale e con il suo granaio” (cum aquis suis, et concursus aquarum suarum et cum paliaria sua). Similmente compaiono impostati il Mulino Maggiore, e quello Minore che si componeva “dei cortili, degli orti, delle parti in ferro, nonché della casa” (cum cortinas, seu hortales, et ferratura, necnon et sedimen suum). Maggiori particolari costruttivi si colgono in un documento del 1353 riguardante “il mulino abbandonato detto la Mola di follino, nonché una casa dello stesso mulino scoperchiata e in parte diruta” (molendinum vocatum la Mola de follinu dirrutum ac domum unam ipsius molendini discopertam et partim dirutam). Questi vengono concessi in affitto per otto anni a Francesco Romano di Mola col patto che riconsegni “!il mulino finito e riparato, con la casa coperta ad embrici (cupellus seu canales) e con le porte e le serrature, nonché anche il canale di legno (canalem de ligno) dove corre l'acqua al mulino, rifatto e finito a malta di pozzolana e pietre” (calce pulvizana et lapidibus), il tutto “ad arte dei maestri fabbricatori di Gaeta”; inoltre “il mulino riparato e rifinito in tutto il necessario con le macine, la ruota e gli ingranaggi” (lapidibus molinis et fuso). Le parti fondamentali dell'organismo meccanico, così sinteticamente delineate, sono ancora quelle ereditate dall'antichità e costituenti il mulino a macine orizzontali o a «palmenti», gradatamente soppiantate dalla metà dello scorso secolo dal sistema a cilindri metallici. Infatti le macine lapidee richiedevano frequenti e impegnative cure tanto da formare un'arte vera e propria nel mestiere del mugnaio. I palmenti erano realizzati con pietre di particolare durezza come la quarzite e lavorati in forma di spessi dischi. Caratteristica figurativa la lavorazione delle facce di fregamento con solchi a raggiera variamente disposti, rievocativi le foglie di palma. Il numero e la disposizione dei raggi dipendeva dalla qualità del grano da macinare: più radi per il grano duro, più fitti e profondi per il grano tenero, per permettere una maggiore circolazione dell'aria ed evitare il surriscaldamento delle farine. Durante la macinazione le superfici pur non in stretto contatto erano soggette ad usura, tra l'altro con dispersione di sabbie nelle farine. Per questo ogni due o quattro giorni, a seconda della quantità e qualità del frumento e anche del tipo di pietra, si doveva restituire affilatezza alle raggiere con l'operazione di «aguzzatura», eseguita con martelli a punta e a taglio, che richiedeva 4-5 ore per macina. Il sollevamento e il rovesciamento della pietra superiore si effettuava per mezzo di un verricello munito di bilancia che si agganciava a due perni opposti lungo il bordo. L'aguzzatura di una sola macina, lasciando l'altra consunta, si diceva “rabbigliatura” e permetteva una macinazione più fine, si effettuava alternativamente tra la macina superiore rotante e quella inferiore fissa o” palmento dormiente”. Proprio i palmenti sono oggi l'unica testimonianza dell'uso millenario di queste macchine che hanno dato il nome a Mola, superstiti per la loro durezza e per la loro durezza acconciati nel pavimento del vico Gualchiera a Caposelice. La presenza dei mulini era fondamentale per le popolazioni del golfo. Dapprima avevano una importanza più strategica che economica e ponendo in maggiore rilievo il sito ove essi sorgevano, in rapporto ai rifornimenti di frumento e alla macinazione più rapida per mezzo della forza idraulica; comunque il sistema delle più antiche macine permetteva una scarsa produzione giornaliera di farina e da qui il numero considerevole di queste installazioni trasformative. A conferma della loro importanza, il fatto che la proprietà fu di iniziale esclusiva degli Ipati di Gaeta e dei loro familiari, poi degli istituti monastici, primo fra tutti il monastero di “S. Erasmo di Formia”, nonché dell'episcopio; in essi lavoravano perciò servitori, monaci o venivano concessi in fitto. Interessante il prestito reciproco di due mulini, quelli della Palude e di Armenia, evidentemente volto a riequilibrare una disparità di redditi dei beni ereditati. È quindi sempre crescente negli atti la valenza economica di queste strutture di trasformazione nel quadro di una nuova espansione delle attività agricole e di controllo del territorio. In questo senso risalta l'intervento di Carlo II d'Angiò in lotta con gli Aragonesi per il possesso del Meridione. Al potenziamento delle difese di Gaeta egli stimò necessario erigere a Mola un castello tale da costituire, con la deviazione dell'Appia e l'allagamento dei soprastanti pianori, un ostacolo momentaneo alla penetrazione offensiva e alla distruzione delle attività economiche. Queste ultime dovevano essere già abbastanza sviluppate e molteplici, ma è certo che l'impulso determinante fu l'immissione di popolazione provenzale, già al seguito di Carlo I, e la ristrutturazione urbanistica a vero e proprio borgo. Con il passaggio del castello in signoria alla famiglia Gaetani, nel 1460, un nuovo soggetto si affaccia nell'economia dei mulini, col diritto del castellano di esigere “un grano a tomolo” su tutti i cereali che si macinavano nella terra di Mola e sua comarca ossia “gabellam quartucio macinae spectantibus”. Nel 1503 il monastero di S. Erasmo beneficia per i suoi mulini di una “regia esenzione delle tomola”, sia nei confronti del castellano che dei doganieri, a titolo di risarcimento dei danni di guerra: l'occupazione delle truppe di Carlo VIII e la riconquista spagnola di Gaeta dello stesso anno. Riconosciuta anche dal nuovo governo la preminenza economica e strategica di Mola, il borgo avrà installate due nuove porte, una verso l'ansa dell'antico porto detta porta della Spiaggia poi dell'Orologio, l'altra a levante unita al castello detta porta del Ponte o degli Spagnuoli; per la funzione daziaria di quest'ultima Mola divenne una sosta forzata del Grand Tour, decantata e ritratta per amenità, ma disprezzata dai malcapitati viaggiatori vittime dei soprusi dei doganieri. Le notizie sulla produzione dei macinati sono scarse e genericamente limitate alle granaglie. Si può supporre che oltre alle varie qualità di frumento vi fossero il farro, l'orzo, la segale; più tardi il mais: localmente era anche impiegato nel confezionamento di economici e compatti panini con olio di oliva detti “pène de ràurine”, dal color rame dell'ingrediente. Risalta invece una curiosa informazione tratta dalla già citata mappa del 1830, in cui appare un “Molino a Mirti” posto sotto quello Nucci in via Ponte di Mola. L'indicazione trova riscontro nei registri della chiesa parrocchiale dei Ss. Lorenzo e Giovanni Battista, dove nel 1795 si menziona la “Corba della Mirtella” esplicata come “diritto della chiesa di esigere una misura della mirtella macinata”: la macinazione delle bacche di mirto o “mortella”, la cui salsa trovava impiego nel trattamento delle carni, ma che in questo caso doveva riguardare l'estrazione di un olio profumato destinato ad uso liturgico; si trattava evidentemente di un mulino trasformato al nuovo e specifico impiego.
Nelle immagini: Veduta di Mola e della rada di Gaeta in cui è pienamente colta la floridezza delle attività produttive e commerciali nello scambio tra la via Appia e il mare (dipinto di Filippo Hackert, 1790, Reggia di Caserta); il Castello di Mola sulla variante medievale della via Appia (dis. P. Mattej, 1840 ca.): si evidenzia l’imbarco di sacchi di farina dai mulini dell’Orto del Re. (continua)