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mercoledì 15 settembre 2021

IL PALAZZO MANCINELLI
La costruzione di un edificio di notevole altezza per l’epoca, suscitò la protesta di numerosi cittadini. Il fabbricato fu realizzato senza il preventivo parere del Ministero dei Beni Ambientali, che ne deplorò la costruzione per l’enorme impatto ambientale recato. A nulla valsero le proteste e le denunce dei cittadini formiani. Il palazzo Mancinelli, progettato originariamente per ospitare “L’Albergo del Sole”, venne poi adibito ad abitazioni ed ultimato alla fine degli anni cinquanta.

venerdì 10 settembre 2021

IL paesaggio da riconsiderare: CASTELLONORATO di Salvatore Ciccone
Non è solo l’esemplare ‘bellezza’ a determinare l’importanza di un paesaggio, se esso è inteso come insieme delle componenti naturali e delle culture umane: sono infatti le seconde spesso celate a determinare di quello il suo effettivo significato e a suscitare il pensiero. Ne è esempio Castellonorato, che dopo le distruzioni dell’ultimo conflitto, depauperato dei suoi abitanti e degradato nell’abbandono del suo territorio agricolo, sembra essere privo di ogni considerazione. La collina sul quale è arroccato questo borgo, domina la veduta di levante di Formia, sul mare conclusa dal promontorio di Giànola: questo a macchia mediterranea e boschi di sughere, l’altra a steppa di strame. Entrambi i rilievi hanno in comune la formazione, con rocce in enormi massi costituiti di ciottoli di un primitivo delta fluviale, cementati e poi innalzati in milioni di anni insieme agli incombenti monti Aurunci. Da entrambi si gode un panorama circolare: sul golfo chiuso dalla penisola di Gaeta, alle isole Ponziane e partenopee, alla valle del fiume Garigliano chiusa dal monte Massico, con lo sfondo evanescente del Vesuvio, talora fino ai monti Lattari, poi l’aspro baluardo alpestre che chiude a settentrione. Non meraviglia quindi se a Giànola fosse eretta una vastissima villa romana e sull’altra altura la rocca di Castellonorato. Come trapela dal nome, il “Castrum Honorati” venne innalzato da Onorato I conte di Fondi nel 1386-90 con funzione di vedetta al confine meridionale della contea, sul tragitto dell’antica via “Erculanea” verso l’interna valle del Liri, la Terra di S. Benedetto. Proprio questa esigenza inderogabile di osservazione del territorio presuppone una preesistenza che coprisse la visuale tra i più antichi castelli di Marànola e di Minturno, una torre tra le tante erette in punti strategici. A questa è probabile che vi fosse aggregato il più evoluto insediamento abitato a nome del conte, prodigo nelle opere di potenziamento strategico a Marànola come nel Castellone, originaria arce di Formia antica. Allungato sul crinale della collina a 300 metri di altezza, il castello si avvantaggiava di una rupe come cinta naturale e inattaccabile, determinata dalla giacitura delle rocce che, inclinate a meridione verso il mare, dietro scoprono sul pendio sottostante l’argilla dell’originario fondale marino; in questa zona infatti la via della Fornace testimonia una passata manifattura di terrecotte. Sulla parte di mezzogiorno si adegua la cinta muraria con torri tonde e quadrate a chiudere l’abitato che, dalla torre maggiore quadrilatera alta una dozzina di metri ma più elevata su un cocuzzolo, scende ad occidente con impianto a pettine sull’unica via connessa a tre porte: quella superstite a sud, il “Capo la Porta”, posta di traverso al centro delle mura alla sommità di tornanti; un’altra ad est nella parte più eminente a ridosso della torre maggiore, il “Capo la Terra”; la terza ad ovest, una posterula nel luogo detto “Caùto”, ‘buco’. Alla spoglia torre di pietra priva di merli, le uniche forme dell’architettura ogivale tardo trecentesca restano nell’ampio, basso arco del Capo la Porta e nelle crociere a sesto rialzato nell’unica navata della chiesa di S. Caterina, la cui torre campanaria altrettanto spoglia rappresenta l’altro tardivo elemento emergente del borgo: della costruzione di quest’ultimo una bella insegna di maiolica con lo stemma del paese cita i due sindaci in data 1776. Era allora presente l’istituto comunale o “Università” con il relativo “Seggio”, rimasto a nome della via principale, dopo che si distaccò da Marànola nel 1428, ma tornando ad essa nel 1807 e poi riottenere l’autonomia comunale nel 1851, persa di nuovo in favore di Formia nel 1928. Tra le case diroccate dalle cannonate dell’ultima guerra, comprese tra quelle abitate impropriamente riadattate, appaiono scolpite le rocce e inglobati gli enormi blocchi della cima e vi si trovano dei frantoi per estrarre e custodire all’interno delle mura il prezioso olio di oliva, allora maggiormente commerciato per l’illuminazione. Un’altra fonte di reddito si apprende nello Statuto di Castellonorato del 1507 e riguarda la coltivazione dello zafferano o “croco”, e “Coco” infatti resta a denominazione di una località verso Spigno. L’attività praticata sul territorio si osserva nei secolari terrazzamenti con muri a secco o “macere”, anzi millenaria considerando quelli in opera poligonale, certamente preromani, che si concatenano ai piedi della montagna, primario insediamento sparso di gruppi familiari dedichi principalmente alla pastorizia e la cui pratica dell’incendio ha lasciato brulle le pendici più acclivi. Esemplare è quello alla “Palombara”, dove una estesa e liscia parete di enormi massi poligonali perfettamente giuntati è attraversata da un adito lungo e stretto coperto da una embrionale volta cuneata: dilavata dalla gialla argilla del campo superiore assume un colore dorato e difatti citata nel 1076 “da parte de palombarum parietem qui dicitur porta auria”, la Porta d’Oro. Il nome del luogo è diversificato alle rocce incombenti, la “Rava di Palombara”, all’omonima fonte e al titolo dell’accostata chiesuola della Madonna della Palomba, riferita alla Vergine col Bimbo sorvolati dalla colomba dello Spirito Santo; tuttavia richiama più i “palombari”, certe grotte di Matera, così come “grotta” è chiamato il cunicolo megalitico, dal quale sembra più probabilmente originato l’epiteto della Madonna. La storia del castello legata al suo fondatore sfuma nella leggenda. Il conte Onorato di famiglia influente discesa pare nel IX secolo da un duca di Gaeta, mirava a costituire un vero e proprio regno tra quello di Napoli e le Terre del Papa tanto che ad Urbano VI alterna fedeltà o vi riceve scomunica, quando si fece promotore a Fondi dell’elezione dell’antipapa Clemente VII, il primo dello Scisma d’Occidente e ad insediarsi in Avignone. L’epilogo nella primavera del 1400, quando Onorato è assalito in quel castello dalle milizie di Bonifacio IX e di re Ladislao di Napoli; sconfitto ne morì pare per un colpo apoplettico il 20 aprile: si vuole che il conte fosse inumato con la sua preziosa armatura, la tenuta della sua dignità, in una grotta segreta sotto la rocca, evidentemente per evitare la dissacrazione delle sue spoglie. Sicuramente questo grande ed inquieto principe è lì sepolto e il cui paese tutto rappresenta un grande monumento funebre con impresso il nome a imperitura lapide. Castellonorato, da apparente borgo solitario e dimesso, si rivela di elevatissimo significato nella storia d’Italia, come rivela l’attenta lettura alla sola una fugace veduta. Un esempio questo di come si deve riconsiderare tutto il ‘paesaggio’ di Formia, per riconoscere e tutelare la memoria identitaria dei cittadini e risorse fondamentali per il futuro della Città. Il presente articolo è stato pubblicato in forma più estesa nella rivista “Lazio ieri e oggi”, n. 4-6, Roma 2020.
Immagini: Castellonorato, il versante sul lato monte (foto F. Forcina); Il panorama orientale di Formia caratterizzato sullo sfondo a destra dall’eminenza di Castellonorato (inc. Sarcent, 2^ metà ’800, coll. R. Marchese); L’arco ogivato all’interno del Capo la Porta (sec. XIV; foto F. Forcina); L’unica navata a crociere della chiesa di S. Caterina d’Alessandria (sec. XIV): a sinistra il simulacro della Madonna della Palomba (foto F. Forcina); L’insegna di maiolica del campanile datata 1776, prima dei recenti restauri (foto S. Ciccone); Il muro in opera poligonale in località Palombara, attraversato da un corridoio a volta cuneata (sec. V-IV a.C.; foto S. Ciccone); La torre prima e dopo i lavori di restauro a cura dell’ultimo proprietario prof Nicola Jadanza di Roma nel 1971 (foto dal volumetto “Castellonorato e la sua Torre” di Nicola Jadanza).

martedì 7 settembre 2021

IL VECCHIO CIMITERO DI VIA CASSIO
Chi ha vissuto a Formia dal dopoguerra alla fine degli anni Sessanta, avrà nella memoria un luogo che certamente ricorderà con un poco di rimpianto misto forse a spavento : il vecchio cimitero di via Cassio, a nord della stazione ferroviaria di Formia. Già dismesso e abbandonato da prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, il cimitero di via Cassio, era meta di rifugio per gli studenti che marinavano la scuola o per chi, durante la notte, volesse compiere un'azione coraggiosa. Quando la zona fu bonificata, e i resti dei defunti trasferiti nell'ossario del nuovo cimitero di Castagneto, l'area divenne edificabile e dove c'era un camposanto ora ci sono edifici per civile abitazione. Nelle immagini, degli anni Cinquanta, una panoramica del cimitero con vista dal monte e due dell'interno. Nella panoramica si può notare il palazzo Mancinelli in costruzione.

venerdì 3 settembre 2021

ARCHITETTURA E PAESAGGIO PER IL FUTURO DI FORMIA di Salvatore Ciccone
Nella crisi pandemica si stanno sempre più evidenziando gli scompensi ingenerati da un sistema globalizzato basato sui consumi e sullo sperpero delle risorse. Prodotti spesso superflui e di bassa qualità sono diretti a stimolare bisogni per incentivare l’acquisto; una finalità di facile profitto che dai grandi potentati economici è divenuta scopo primario dei singoli, scalzando saperi e mestieri tramandati in generazioni. In questa dinamica la città è la prima a soffrire, in quanto articolata alla concentrazione delle più varie funzioni e competenze, accusando così carenze prima eludibili e, soprattutto, lo smarrimento del suo essere nei cittadini e per i cittadini. Formia è in ciò caso emblematico, risaltato dalla problematica di una assente conduzione partecipata entro una visione chiara dei suoi problemi e negli intenti risolutivi realizzabili. Com’è la città oggi è ciò che ci interessa e non com’era, saper vedere e cogliere le opportunità, non l’abbandonarsi a nostalgiche memorie, alibi alla rassegnata inerzia complice di ulteriori sprechi. Perciò si continua a prospettare il futuro esclusivamente attraverso la presentazione di progetti materiali, talvolta in avventurose soluzioni dispendiose anche nella gestione, se non impossibili o di troppa lunga prospettiva, tutt’altro che rispettose e ad esaurire ciò che il territorio ha ancora da offrire. Quello che invece va anteposto è lo stimolo alla consapevolezza della cittadinanza, alla partecipazione di una comunità nel suo sapersi migliorare, anche in più modeste e diffuse praticità: non abitanti funzionalizzati alle sole incombenze giornaliere, ma cittadini che responsabilmente identificano il luogo come motivo all’evolvere la loro esistenza; e il modo per realizzare ciò è la semplicità unita al rigore morale cui ognuno deve riferirsi in mutuo beneficio con gli altri. In questo processo quindi, tra le risorse si deve considerare di pari livello se non prioritarie quelle umane, in specie se formate e presenti sul territorio e messe in condizione di operare. Recentemente è stata presentata a Gaeta “Noi cittadini del Golfo”, serie di appuntamenti organizzati dall’Associazione “Cajè” che intende riscoprire le comuni radici culturali del territorio del Lazio meridionale costiero incentrato alle città attinenti di Formia e Gaeta, esteso da Sperlonga a Minturno e al fiume Garigliano, alle isole propriamente Ponziane, vasto ma circoscritto ambito genericamente indicato come Sud-pontino. Il primo incontro ha presentato “Il paesaggio del Golfo oggi e di un tempo” una sequenza di immagini articolata ad una libera conversazione tra me e Giuseppe Nocca, rispettivamente nelle competenze di architetto e di agronomo, nelle quali si è esplicitato il concetto di paesaggio quale insieme di fattori naturali e umani, questi ultimi talvolta celati e pertanto non individuabili nel solo panorama che di un paesaggio rappresenta solo un’ampia veduta. Non una carrellata di immagini accattivanti, monumenti e centri storici, ma una visione di sintesi propriamente identitaria, facilmente trasmissibile e aperta a più specifiche conoscenze. Nello stesso tema rientrano le ultime interpretazioni della villa romana sul promontorio di Giànola a Formia, a seguito del primo scavo dell’edificio ottagonale posto al culmine del vastissimo impianto residenziale tardorepubblicano. Sono state da me pubblicate nella affermata rivista romana “Lazio ieri e oggi” (n. 7-9, 2020), come anticipazione al resoconto dei lavori di cui sono stato progettista e direttore insieme all’ingegnere Orlando Giovannone. Alle stupefacenti soluzioni della villa, concepita speculare e aperta al panorama costiero in funzione di un diverso uso stagionale, l’edificio si è presentato come microcosmo rappresentativo dei valori paesaggistici naturali e culturali, in particolare riferiti al culto di Diana, arcaicamente “Jana” da cui il nome del luogo. Eccezionali sono gli elementi scenografici graficamente ricostruiti: un complesso di collegamento in scale e rampe rivolto al mare e la parte superiore dell’edificio a terrazza con anello di terreno foltamente piantumato riferito ad una zona di destinazione sepolcrale. Due piccoli contributi che possono offrire un orientamento verso ciò che la Città di Formia ha bisogno: considerazione dell’architettura quale disciplina attinente la conservazione, la pianificazione e lo studio del paesaggio per il recupero e sviluppo identitario di una comunità.
Immagini: I valori del paesaggio del Golfo vengono riassunti nell’umanità, custode della memoria nella continuità verso il futuro (tela di Penry Williams, 1847, coll. privata). Proposta restitutiva dell’edificio ottagonale della villa romana di Giànola, con lo scenografico fronte a mare di collegamento alla residenza e al paesaggio (S. Ciccone, 2018).

martedì 31 agosto 2021

SCATTI DI GUERRA A FORMIA
Gli eventi bellici documentati su pellicola fotografica non sono meno impressionanti di quelli reali. Ci sono scatti fotografici di guerra che hanno attestato la morte e la distruzione di intere città. Immagini drammatiche, toccanti che non avremmo mai voluto vedere. 
Formia ebbe l’ordine di essere evacuata. Quelli che restarono incontrarono la morte sotto un fitto bombardamento dal cielo e dal mare. 
Al termine dei bombardamenti, fuggiti i pochi Tedeschi superstiti, gli Alleati si insediarono nel centro di Formia, installando un proprio Comando in alcuni locali del Palazzo comunale ancora accessibili. 
Al seguito degli Americani, viaggiava Carl Mydans (20.5.1907 – 16.8.2004) fotografo statunitense, famoso perché riuscì a fermare immagini fotografiche della vita e della morte in tutta Europa e in Asia, durante la seconda guerra mondiale. Carl Mydans amava definirsi : "il cantastorie delle immagini", ed ha sempre sostenuto di aver fotografato la guerra, non perché gli piacesse, ma perché pensava che fosse importante registrare il periodo storico del suo tempo. "Quando non ci sarò più", diceva, voglio che le persone siano in grado di vedere e provare tutto quello che ho visto e provato io." 
Gli scatti di guerra di Carl Mydans, hanno catturato istanti drammatici del conflitto, ecco una selezione di fotografie a colori, (l'era della fotografia a colori negli USA iniziò nel 1935) protagonisti delle pagine più drammatiche dell’ennesima distruzione di Formia. I lavori di Carl Mydans sono stati esposti in varie gallerie in tutti gli Stati Uniti. Il New York Times Magazine ha più volte pubblicato le sue opere. 

Nelle foto alcuni scatti di Carl Mydans: dall'Appia verso ovest, su via Vitruvio, da piazza della Vittoria e di Castellone.

sabato 28 agosto 2021

GIUSEPPE ZANDER ARCHITETTO A FORMIA E NELLA PROVINCIA DI LATINA di Salvatore Ciccone
Ebbi la ventura di incontrare Giuseppe Zander sullo scorcio del mio corso di laurea in architettura a Roma. Ero ancora convalescente da un serio infortunio che mi aveva invalidato l’occhio sinistro, subìto durante i rilievi per la redazione della Tesi e che non poco ne condizionava gli esiti. L’argomento di quella riguardava la grande villa costiera tardo-repubblicana estesa sul promontorio di Giànola dalla parte di Formia, favorita tra i miei vari studi di architettura antica della zona e che già avevo trattato in vari articoli dal 1976. Alla rinunzia del Relatore da me prescelto, Zander, professore di Storia dell’Architettura, fu entusiasta di prenderne il posto per guidarmi nell’analisi del complesso delle rovine e in una proposta di restauro della parte di esso più eminente, un originale edificio di pianta ottagonale identificabile tra i musaea o grotte artificiali. Coronato l’esame col massimo dei voti, egli era così interessato all’argomento che per alcuni anni con pervicacia mi spronò a pubblicarlo nella rivista del settore “Palladio” edita dal Poligrafico dello Stato, il che avvenne nel n. 5 del 1990 con una sua postilla, ma che purtroppo non poté vedere: il 19 luglio accadde la sua contemporanea morte che lasciò tutti increduli ed io smarrito per lungo tempo. La circostanza della Tesi infatti non fu che il tramite di una più varia frequentazione, essendomi trasferito a Roma, in seno alla sua splendida famiglia e in San Pietro di cui era Primo Dirigente dell’Ufficio Tecnico della Fabbrica, divenendo per me mentore e io il confronto del suo ineguagliabile dialogo didattico. E in questa fase troppo breve, dove non sentii e non vedevo ragione di approfittare, egli si concedeva in varie argomentazioni, vicende, aneddoti sulla propria vita e narrazioni sull’attività in specie nel mio territorio nativo. Mi raccontava del suo esordio nella professione nell’immediato dopoguerra, allorché si poté esercitare senza Esame di Stato, certo superfluo alla preparazione dei laureati di allora. In questa circostanza considerava fondamentale l’arduo progetto di completamento della nuova chiesa dei Santi Giovanni Battista e Lorenzo a Formia, che il suo maestro Gustavo Giovannoni aveva lasciato con le mura di ridotta altezza e indefinita nel presbiterio: la copertura poi si doveva impostare su archi trasversali di circa 18 metri di luce. Avendo da quegli avuto i disegni prima della morte (15 luglio 1947), per affrontare i problemi strutturali e risolvere la facciata da quella originale classicheggiante più onerosa, fece frequente confronto con l’architetto Marcello Piacentini che dimorava per diporto a Formia in una villa in prossimità di quella dei Savoia oggi Grande Albergo Miramare. Invece il suo occasionale piede a terra era il villino al di sopra del Porticciolo Caposele e messogli a disposizione dal proprietario Don Peschillo, dovendo però scavalcare la recinzione allora sulla via Appia e poi aprire l’uscio con la chiave nascosta sotto un vaso. Il risultato fu raggiunto nel 1953 con una facciata di maestosa sobrietà piacentiniana, ma con gli annessi parrocchiali sminuiti in corso d’opera. Comunque è da qui che si svilupperà la sua attitudine nella progettazione e restauro di chiese negli anni della ricostruzione e sviluppo di nuovi quartieri, ulteriormente affinata nei riadattamenti secondo le esigenze liturgiche scaturite dal Concilio Vaticano II; attività che egli condurrà nel solco della tradizione architettonica quale profondo studioso, ma sapendola coniugare alle nuove tecniche ed esigenze dell’attualità. In ciò mi diceva che bisognava analizzare un antico edificio nel più intimo dei significati e attraverso un chiaro disegno rispondente ad una verifica metrologica; ma anche che non bisognasse rimanere soggiogati dall’entità storica, che doveva promuovere l’azione attuale del progettista: dunque un architetto umanista, più ancora d’impronta vitruviana nella originaria accezione professionale. Nel volume Giuseppe Zander Architetto, edito a Roma da Palombi nel 1997, premurosamente curato dai figli Pietro e Olimpia con Roberto Luciani, dalla selezione del vasto e curato carteggio si coglie pienamente il suo ‘essere’ architetto, dove il disegno è protagonista di idee limpide, così come espresse nelle relazioni oppure nelle memorie strettamente attinenti le caratteristiche e le motivazioni delle opere, senza grovigli intellettuali. Nella rassegna dei molti progetti si rileva la sua attività nella provincia di Latina, nel cui capoluogo visse dapprima con la famiglia di origine, benché fosse nato a Teramo il 7 maggio 1920 e ancor di più remota provenienza germanica. Pertanto, a poco più di cento anni dalla nascita e a trenta dalla morte, si può in quel territorio percorrere una sorta di itinerario nel valore e nella metodica dell’architetto alla scoperta di tanti monumenti da egli restaurati e di nuovi edifici per questo spesso invece ignorati. A Formia, realizzò anche case popolari, una in particolare con corte centrale e negozi nella prossimità orientale di quella chiesa, su via Emanuele Filiberto (1947); non ebbero seguito invece le belle proposte per la facciata della chiesetta di “Stella Maris” pertinente villa Leonetti già Torlonia, sul lungomare di Vindicio (1951). A Gaeta, nel borgo di Elena, non ancora laureato (1944) progetta l’edificio ad arcate destinato a case dei pescatori, accanto la chiesa di S. Anna, recepito e realizzato dal Genio Civile. Nel 1962 attende al restauro della bombardata chiesa romanica del SS. Salvatore presso la cattedrale nel quartiere S. Erasmo; di quest’ultimo redasse in quegli anni con l’ing. Mario Berucci il piano di sistemazione insieme a quello paesistico della costa, entrambi inattuati. A Itri, progetta la ricostruzione del portico e del campanile della trecentesca SS. Annunziata (1947), oggi S. Maria Maggiore, grazie ai rilievi da lui eseguiti prima dei crolli. A Minturno: asilo con conventino di Suore a Scàuri (1949-50); restauro della ex cattedrale romanica di S. Pietro (1966-67). A Castelforte: nuova chiesa di S. Antonio di Padova in contrada S. Lorenzo, prima a navata unica e poi realizzata a ventaglio secondo i nuovi principi liturgici (1961-1971). A Fondi: progetto di restauro delle chiese duecentesche di S. Antonio Abate e di S. Bartolomeo, quest’ultimo realizzato (1950-55). A Terracina: adattamento in ospedale del Convento di S. Francesco (XIII-XIV sec.), in collaborazione con l’arch. Vittorio Fagiolo (1946-47). Da studente prima degli eventi bellici aveva rilevato i monumenti eminenti della città, conoscenze che lo promossero alla redazione del piano di ricostruzione (1947-50) solo parzialmente attuato secondo le indicazioni progettuali. In questo realizza il nuovo palazzo municipale (1950) con portico panoramicamente affacciato verso la costa e integrato alle sostruzioni del Foro Emiliano, piazza già caratterizzata dalla mirabile cattedrale romanica. A Sonnino, contrada rurale Frasso: chiesa di S. Maria (1948-53) e il vicino complesso scolastico per asilo con case delle suore (1948-50). A Maenza (1951-57): consolidamento e restauro della bombardata chiesa di S. Maria Assunta (1831-46). A Sezze: rilievo della distrutta chiesa parrocchiale dei santi Sebastiano e Rocco (1761) e ricostruzione della medesima a impianto centrale (1953-62); restauro della cattedrale di S. Maria Assunta di influsso cistercense (1968-72), già rilevata nel 1944 con la collega laureanda Eugenia Salza Prina Ricotti. A Cori: ricostruzione della bombardata collegiata parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo con nuovo edificio ricostruito in prossimità (1948-53); la facciata della chiesa originaria inglobava parte del fianco del Tempio d’Ercole e incorporava nel mezzo dell’edificio il muro poligonale dell’acropoli che pertanto vennero totalmente liberati. A Latina, dove realizza la nuova chiesa della Immacolata Concezione (1953-57), dall’inizio concepita ad impianto centrale come punto focale delle vie diagonali del rione tra il Tribunale e le caserme, destinato ai profughi della Venezia Giulia. Il progetto, con numerose soluzioni in sofferto confronto con la committenza, fu poi realizzato con varianti non condivise dall’architetto. Questo itinerario non mostra che una minima parte della sua attività attraverso le sole opere presentate nel volume, dalla Sicilia alla Puglia, dalla Calabria alla Campania, dall’Abruzzo alle Marche, a Ravenna, a Chiavari e nel Lazio appunto, di cui molti a Roma e dintorni. Nella Capitale di particolare rilievo è il complesso Parrocchiale di S. Leone Magno sulla via Prenestina (1951-52), la cui chiesa di reminiscenza paleocristiana fu eretta “basilica titolare” in aggiunta alle affini di IV-V secolo e perciò singolare il fatto che ne fosse vivente l’autore. Ancora riguardo la provincia di Latina vanno citati i suoi studi nelle pubblicazioni di cui ricopriva incarichi: nel Bollettino del Centro Studi per la Storia dell’Architettura, direttore responsabile; nella rivista Palladio, redattore; nei quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura dell’Università di Roma, componente del comitato di redazione; dell’Istituto di Storia ed Arte del Lazio meridionale di cui fu cofondatore; gli ultimi contributi del 1990, su L’influsso cistercense di Fossanova sulle tre cattedrali di Terracina, Sezze e Priverno nella Marittima (Saggi in Memoria di G. Marchetti Longhi, Istituto di Storia ed Arte del Lazio Meridionale) e Un disegno lontanissimo dalla verità presentato da Adriano Prandi nel 1959 (postilla allo studio di S. Ciccone in “Palladio” n. 5). L’attività feconda di progettazione era pertanto intercalata ad una alacre di ricerca pari e sinergica a quella didattica come professore ordinario nella Facoltà di Architettura di Roma, per breve tempo in quella di Genova e nella Scuola Archeologica Italiana di Atene; inoltre esperita come consulente dell’IS.M.E.O. (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente) per i restauri dei monumenti colà condotti; socio della Pontificia Accademia Romana di Archeologia e membro della Commissione per la Tutela dei Beni Artistici della Santa Sede… Questi solo alcuni dei prestigiosi incarichi da egli sostenuti con effettivo contributo operativo, eppure manifestava una umiltà a dir poco sconcertante: ricordo come mi considerasse collega benché io non ancora laureato; altrettanto era la sua pacatezza a fronte di scorrettezze ricevute nel suo stesso ambito, come l’uso anonimo della sua laboriosa pianta di rilievo della Domus Aurea di Nerone a Roma. Posizione questa certamente conforme a quella di un uomo di fede autentica qual’era, maturata e idonea in tempi passati con indiscutibili e perenni valori di riferimento, difficilmente adottabile in quelli attuali a fronte di un arrivismo sfrontato e aggressivo. Ma per chi ha conosciuto Giuseppe Zander, l’insieme del suo essere uomo e architetto si ripropone con forza come esempio e guida nella vita e nel lavoro.
Immagini: Giuseppe Zander negli anni 1980, facciata di progetto dell’architetto Zander della Chiesa dei Santi Giovanni Battista e Lorenzo a Formia, la Chiesa dei Santi Giovanni Battista e Lorenzo nel progetto dell’architetto Giovannoni (cartolina d’epoca), pianta della Chiesa con le modifiche apportate dall’architetto Zander, progetto realizzato di case popolari a Formia in via Emanuele Filiberto, progetti non realizzati per la chiesetta di “Stella Maris” in villa Leonetti, già Torlonia sulla spiaggia di Vindicio a Formia.

mercoledì 25 agosto 2021

UN VENTAGLIO DA MOLA
Il ventaglio ha antichissime origini che probabilmente risalgono al V secolo avanti Cristo. Con sicurezza fu utilizzato nella civiltà egizia e successivamente in quella greca. Da sempre considerato un oggetto ad uso prevalentemente femminile, con gli anni divenne accessorio indispensabile per l’abbigliamento. Celebrato da artisti di ogni epoca è stato raffigurato in molte opere d’arte e tanti capolavori artistici, soprattutto vedute e paesaggi, sono stati riprodotti a gouache o acquerello sulle sue “pagine” pieghettate. Corredati di stecche interne e guardie in madreperla, avorio o tartaruga, sono oggi oggetti ricercatissimi dai collezionisti. Il ventaglio è stato un oggetto complementare spesso presente nella pittura classica a testimonianza del raffinato gusto di un’epoca passata che distingueva l’alta aristocrazia dal popolo. La peculiarità del ventaglio artistico riveste lo stesso valore di un dipinto su tela poiché oltre ad essere realizzato, come una tela, in un solo esemplare si pregia di contenere una manifattura artigianale di altissimo livello, con montature che vanno dall’avorio alla tartaruga, alla madreperla e persino ai metalli preziosi come l’argento e l’oro, con la presenza anche di perle e pietre preziose. Nel XVI secolo raggiunse il massimo splendore divenendo l’accessorio più importante dell’abbigliamento femminile, tanto da rendere inadeguata la presenza di una dama nelle corti priva del ventaglio. Veniva utilizzato anche per celare espressioni del viso, per nascondere momenti di timidezza o per comunicare con il sesso maschile per mezzo di un vero e proprio codice di segnali che avevano come protagonista il ventaglio posizionato differentemente sul viso delle dame. Il ventaglio incontrò il massimo splendore quando Enrico II di Francia sposò Caterina de Medici che fece diffondere questo nuovo accessorio anche in terra francese. Ebbe un successo di enorme portata tanto che tutte le categorie artigiane di falegnami, restauratori, profumieri e pittori vari, ne vantarono in breve tempo la paternità. Ci volle un editto di Luigi XIV che nella seconda metà del XVII secolo decretava la nuova professione del “Ventagliaio” Vi presento un esemplare particolarmente interessante, sia per la sua rarità che per il suo stato di conservazione. Si tratta di un bellissimo ventaglio realizzato verso la fine del secolo XIX, forse unico nel suo genere. Su una delle pagine è dipinta una gouache raffigurante una veduta di Mola, (palesemente ispirata al dipinto di Hackert): poiché era in uso dipingere vedute solo di grandi e importanti città, la veduta di Mola rende ancor più raro e prezioso il ventaglio. Le stecche interne e le guardie realizzate in tartaruga ne impreziosiscono il valore artistico e commerciale, la sua apertura massima raggiunge i cinquanta centimetri.
Al retro un trittico della città di Sperlonga, anch’essa piccolo centro marinaro ubicato nella parte settentrionale del Regno di Napoli. Il borgo marinaro al centro tra la torre Truglia e la grotta di Tiberio