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giovedì 28 luglio 2022

NUOVE INFORMAZIONI SUI LAVORI DI RECUPERO DELLA VILLA ROMANA DI GIÀNOLA A FORMIA - di Salvatore Ciccone
Nello scorso articolo si è fatto un generale riepilogo delle vicende degli studi e dei passati lavori di recupero della villa romana estesa su parte del promontorio di Giànola, compreso nell’attuale Parco Regionale Naturale Riviera di Ulisse. Inevitabile è stato il riferimento al personale coinvolgimento, sia nelle pregresse ricerche che nella espletazione di incarichi come architetto e ciò con moderazione, avendo come prioritaria l’evidenziazione dei valori di questo originale contesto storico-naturale nella auspicabile sua più corretta utilizzazione. In questa finalità si crede opportuno fornire nuove informazioni sulle procedure seguite nei lavori che dal 2014 al 2016 permisero lo scavo parziale dell’edificio ottagonale e alla sua prima protezione dagli agenti naturali, insieme alle acquisizioni sulla sua architettura e alle scoperte archeologiche. Un intreccio di operazioni progettuali e di esecuzioni, di rilievo e di studio… e di conti, che mi ha impegnato nel cantiere con il mio collega ingegnere Orlando Giovannone praticamente fianco a fianco col personale operante, ben al di là di una generica prestazione di progettista e direttore dei lavori, qui più gravosa anche negli atti procedurali; fatto determinato dalla complicata situazione di intervento costantemente da adeguare alle più disparate evenienze, nonché nella acquisizione e interpretazione dei dati, quasi da scena del crimine quale effettivamente si presentava il sito dalla dissennata distruzione bellica. Dopo le opere di decespugliamento, facendo attenzione a non compromettere ulteriormente i ruderi e alla contestuale recinzione dell’area di cantiere per scongiurare compromissioni e incidenti da parte di intrusi, si dette via all’opera di scavo nella parte dell’edificio rivolta al mare, dove si sarebbe dovuto apprestare un passaggio per una gru su gomma a braccio telescopico. Sfortuna e fortuna insieme: fortuna perché subito emersero i primi significativi reperti consistenti in teste ritratto marmoree, ben cinque con in più frammenti di altre; sfortuna perché non si poté usufruire di quel mezzo d’opera fondamentale al sollevamento di più ingenti frammenti murari, dovendo variare il progetto avvalendosi della sola gru a torre con braccio fisso, peraltro indispensabile per svariate movimentazioni di cantiere. Quindi, mentre verso mare si procedeva allo scavo del collegamento dell’edificio alla villa con continui affioramenti di reperti scultorei, dal lato occidentale si penetrava verso l’interno alla sala ottagona centrale con la rimozione di massi murari. Qui si ebbe la sorpresa nel constatare che il pavimento di quella sala era rialzato rispetto a quello circostante; si rinvennero inoltre il pilastro centrale abbattuto, i frammenti della volta con il mosaico a stelle descritta da Mattej insieme alla vasca, quest’ultima anelata per ciò che si immaginava e che si dimostrò: un invaso di presa di una sorgente che sgorgava a motivo dell’edificio. In questo scavo l’abside della stanza posta centralmente sul lato del perimetro si scoprì collassata su sé stessa e questo richiese subito un’opera di puntellamento che non fosse troppo invasiva del risicato spazio scavato. Si procedé quindi con una specifica struttura in acciaio consistente in una cerchiatura sagomata alla struttura muraria alla quale si congiungevano dei sostegni inclinati poggiati a terra su plinti in cemento armato, ovviamente separando il congegno dalle parti antiche con speciali teli; inoltre sul dorso dell’abside si reintegrò la muratura dove si presentava aperta una finestra, preservandone il documento. Questo intervento si allineava sulla logica a base del progetto di copertura, cioè quello di impiantare una struttura a tubi e nodi, zincati a caldo contro l’ossidazione, che fosse provvisoria nel concezione, ma più solida e duratura nell’estensione dei tempi di successivi interventi di scavo, pertanto adatta ad un cantiere visitabile come concordato con la Soprintendenza. Per questo, alla necessità di un vincolo a terra staticamente sicuro, si poneva il problema dei forti venti del luogo, per la qual cosa gli appoggi dovevano assumere la caratteristica di plinti-zavorre. In ciò venne prioritariamente escluso per congruità progettuale e per inderogabile disposizione ministeriale, l’ancoraggio diretto su porzione strutturali abbattute o sul suolo roccioso affiorante all’interno dell’edificio, che ne avrebbe comportato la perforazione per l’inserimento di barre di acciaio filettato di fissaggio: un atto lesivo riguardo alle antiche strutture e problematico nei prospettabili interventi. Fu così che furono posti in opera questi plinti cementizi che sebbene a vista furono resi distintivi nella loro forma cilindrica, comunque facilmente rimovibili dal contesto archeologico, come infatti è avvenuto nei lavori eseguiti direttamente dalla stessa Soprintendenza dal 2020. La copertura della parte scavata scongiurava l’accumulo di acqua meteorica nell’ammasso ruderale e insieme una forte concentrazione di calore, combinazione sfavorevole alla conservazione di già indebolite murature. Per lo stesso motivo la parte preponderante non scavata, venne ripianata con terra di scavo e quindi protetta con uno speciale telo impermeabile traspirante, poggiato su uno strato devitalizzante e poi sottoposto ad uno di lapillo vulcanico, drenante e di ancoraggio. Così si assicurava, pur sempre con una ricognizione e manutenzione periodici, la protezione dagli agenti naturali interconnessi, quali piogge, insolazione, salsedine, vegetazione, qui molto aggressivi. Intanto All’Istituto Centrale per il Restauro presso il San Michele a Roma si procedeva alla cura di parte dei reperti marmorei che sono stati poi oggetto di una specifica mostra nel medesimo luogo, per poi essere in seguito esposti com’è attualmente presso il Museo Archeologico Nazionale di Formia: una nuova attestazione della storia di questa città che preludeva ad un perdurato impegno di ricerca e ad un avveduto recupero di quella originalissima villa di Giànola.
DIDASCALIE IMMAGINI : 1 - Le rovine dell’edificio ottagonale sul lato nord-ovest, all’inizio dei lavori: a destra un cantone intagliato nella roccia e al centro il catino dell’abside. 2 – L’ammasso ruderale dell’edificio ottagonale durante gli scavi: in basso il lato nord-ovest e a sinistra il collegamento verso la villa dove sono affiorate le sculture. 3 – Una archeologa impegnata a liberare una testa ritratto marmorea nel collegamento sul lato mare dell’edificio ottagonale. 4 – Prima pulitura di alcuni reperti scultorei di marmo rinvenuti nella parte a mare dell’edificio ottagonale. 5 – Parte posteriore dell’abside nord-ovest in due fasi di recupero: a sinistra, consolidamento con puntelli di mattoni e cerchiatura con sostegni di acciaio; a destra, sostituzione dei puntelli con cortina muraria a ripresa dell’arco e piattabanda di una finestra collassata. 6 – La sala ottagona e l’abside consolidata posti al riparo della copertura con telaio a tubi e nodi: si notano i plinti-zavorra cementizi di forma cilindrica che assicurano a terra la struttura senza compromissione delle antiche superfici.

giovedì 21 luglio 2022

FRANCO CUCINOTTA FORMIANO VERO DI ADOZIONE - di Salvatore Ciccone - Ho appreso con tristezza seppur non sorpreso della morte di Franco Cucinotta, avvenuta martedì 12 luglio. La perdita di un amico quale si è dimostrato negli ultimi anni d’età nel frangente di una seria situazione di salute di mia madre Vanda, senza chiederlo e senza riserve con generosità e affetto suo e di Rita, amorevole consorte. Ma il triste evento vede la scomparsa di un formiano vero pur non essendolo di nascita, avvenuta a Roma il 10 marzo 1934, ma di origini messinesi per via paterna, venuto a Formia essendo il padre, Vincenzo, tecnico del Genio Civile impegnato alle opere della ricostruzione postbellica. Fin qui si potrebbe dire che tanti sono venuti a Formia in pari condizioni senza per questo rappresentare un unicum, solo che Franco di questa città la rappresentò in larga parte essendo esponente politico di punta del Partito Socialista e a livello nazionale al fianco di Pietro Nenni, quando quest’ultimo abitava per diporto nella sua villa di Vindicio e a poche centinaia di metri dietro di lui che invece dimorava sul litorale; e questo quando la politica appassionava con le visioni di giustizia e miglioramento sociale sostenute da tangibili risultati e in confronti anche accesi ma rispettosi dell’avversario. Ma ancora Franco fu consigliere comunale e vicesindaco allo scorcio degli anni 1970, dove di quei valori ne fece attenta applicazione, attento a non svilire e far scadere la sua funzione in favori nel facile accaparramento di voti, fatto che probabilmente a taluni non lo rese simpatico. Ricordo ancora la mia partecipazione ad una trasmissione di una radio locale, dove io appena maggiorenne mi trovai faccia a faccia con lui civico rappresentante circa le problematiche di Formia e mi fece specie la sua attenzione, con atteggiamento analitico predisposto ad ascoltare, non a contrapporre, dal quale traspariva un amorevole compiacimento verso quel giovanissimo appassionato. Un’altra occasione fu nel 1977 nella presentazione di “Formia Archeologica” la prima guida che passava in rassegna le testimonianze archeologiche e monumentali della città, di cui ero tra i redattori e soci del Centro Studi Pasquale Mattej sede dell’Archeoclub d’Italia, che l’aveva promossa: egli rappresentò come vicesindaco l’intera cittadinanza, con un discorso di cui non ricordo i dettagli, ma il tono appassionato e argomentazione non banale come si suole proferire in questi casi, specie quanto direttamente coinvolgenti le pubbliche istituzioni. Parliamo ora degli ultimi anni di frequentazione, dove egli appesantito fisicamente e poco abile nei movimenti, non aveva però perduto la lucidità critica feroce verso la politica in generale e in particolare di quella formiana di cui informatissimo e partecipe, conosceva tutti i “recessi” e le indicibili “deficienze”, per questo sconfortano nel vedere sgretolare quel progetto ideale su cui si era costruito e su cui contava per il futuro di tutti. In questi racconti caustici e “coloriti” la sua espressione era divertita con un sorriso che celava amarezza, quasi a voler sollevare l’interlocutore dall’imbarazzo e nel riporre i fatti in quella filosofia di vita tutta meridionale memore delle novelle di Verga. Alla sua convinta laicità nella politica, era segretamente e convintamente credente se non altro per quel senso di giustizia che lo dominava e verso sé stesso per le umane debolezze che però non lo corruppero nella civica responsabilità. In questo evento luttuoso appare anomalo il totale silenzio, passabile nel disordine e distrazione del momento, ma che nella vita cittadina da alcuni anni rientra in una capacità di celare lavoro e impegno trascorsi ma di cui si beneficia, oltre che a far tacere con arroganza ogni tentativo motivato e documentato di porre in evidenza fatti sia positivi che negativi, in quella pulsione che è motivo basilare di una società liberale e democratica e di cui proprio Franco Cucinotta era interprete e assertore e al quale va il nostro riconoscente tributo.
FRANCO CUCINOTTA NELLA MIA MEMORIA - di Renato Marchese - Da pochi giorni è venuto a mancare un caro amico, una persona a cui ero legato da un’antica e fraterna amicizia. Franco Cucinotta se ne è andato in silenzio, senza che in molti se ne siano accorti, me compreso che ho saputo della sua scomparsa solo dopo una settimana. Franco negli anni Settanta è stato un amministratore di questa città e che l’ha amata profondamente, ricoprendo anche la carica di Assessore e Vicesindaco. Il mio avvicinamento al Partito Socialista Italiano, all'inizio degli anni Settanta, mi ha dato la possibilità di frequentare conoscere meglio Franco, che in un pomeriggio assolato di luglio del 1973 mi condusse a conoscere l'anziano Leader del nostro Partito, Pietro Nenni, amico di vecchia data. Quando Nenni arrivava a Formia, uno dei suoi primi pensieri era di telefonargli, per farsi aggiornare sulla situazione politica e amministrativa della Città. Ci accolse con molto garbo e cortesia, Franco mi presentò come uno dei tanti giovani che si stavano avvicinando al Partito. Oltre alla perdita dell’amico, mi rattrista l’indifferenza della Città che egli aveva così fedelmente e appassionatamente servito; non una menzione, non un ricordo, non una condoglianza alla amorevole consorte Rita. Si può giustificare con la distanza di quegli anni, più che temporale riconducibile ad un profondo cambiamento della società, immemore di ideali, priva di progetti e sempre meno umana.

domenica 17 luglio 2022

Nuovi lavori nella Villa Romana di Mamurra a Formia - di Salvatore Ciccone
Sul promontorio di Giànola compreso nel Parco regionale naturale “Riviera di Ulisse, risultano ultimati i lavori per la protezione e la fruibilità al pubblico della villa romana tardo repubblicana attribuita a Mamurra. Per il pubblico si tratta di una notizia e di una attrattiva variamente sentita secondo le specifiche sensibilità e competenze. Per me suscita un coinvolgimento del vissuto e della professione di architetto; un percorso iniziato nientemeno da bambino, nel sentire favoleggiare di streghe, di 36 colonne a mare, luoghi in seguito esplorati all’inizio degli anni 1960 con mio padre e i suoi amici sulle orme di Pasquale Mattej, il quale più di cent’anni prima scrisse di questi ruderi, producendo una ammaliante pianta dell’edificio ottagonale detto “Tempio di Giano”; quindi rivisitati insieme a quelli che comporranno l’Archeoclub di Formia e che mi precedevano negli studi universitari di architettura. Allorché mi apprestai alla tesi di laurea la scelta del tema fu inevitabile come pure l’incidente che, nel rilevare la pianta dell’edificio ottagono, mi invalidò l’occhio sinistro con oltre venti giorni di ospedale e un condizionamento a vita. Ciò nonostante, allo sconforto fu di aiuto Giuseppe Zander allora professore nella mia facoltà di Roma e architetto a capo dell’ufficio tecnico di San Pietro in Vaticano. Lui estasiato dai risultati che avevo prodotto volle essere mio Relatore e fu così che mi potei laureare guadagnandomi il massimo dei voti. Egli poi mi pressò per la pubblicazione del lavoro sulla rivista specializzata “Palladio” sotto egida del CNR ed edita dal Poligrafico dello Stato e ciò lo fece fino a darmi un ultimatum con una lettera che gelosamente conservo e che prima o poi pubblicherò. Riuscì nell’intento e nel 1990 l’articolo finalmente venne dato alle stampe, ma egli non lo potette leggere: morì poco prima nello stesso anno. Verso la metà degli anni 1990 il Presidente del Parco regionale di Giànola e Monte di Scàuri, “Mimmo” Villa mi considerava suo consulente per l’area archeologica. Riuscì ad acquisire nove ettari del complesso ruderale digradante verso il mare e al suggestivo paesaggio del golfo di Gaeta, avviando opere conservative anche a più riprese sulla scala coperta da volte c.d. Grotta della Janara (strega), sulla cisterna c.d. Trentasei Colonne e sulla “cisterna maggiore” quale punto di accoglienza. Quest’ultima fu il mio primo banco di prova nella progettazione e direzione lavori le quali, in due distinti finanziamenti, nel 2002 e 2004, hanno condotto al recupero del monumento preservandone la specifica caratteristica di inserimento ambientale distintivo di questa area archeologica e dello stesso Parco Regionale Naturale. In questo percorso susseguirono altre mie numerose pubblicazioni in volumi e collane, nonché per lo stesso Parco, riguardo alla evoluzione degli studi interpretativi del complesso architettonico. Il monumento più significativo rappresentato dal c.d. Tempio di Giano, una specie di ninfeo a pianta ottagonale al vertice della villa, ridotto ad un cumulo di rovine durante il secondo conflitto, rimaneva inaccessibile e in questa condizione il più esposto al degrado e alla dispersione. Ad un primo progetto preliminare, solo nel 2010, già deceduto Mimmo, il Parco divenuto ampliato “Riviera di Ulisse” dispose per il suo recupero di fondi europei per un milione di euro e indetto un concorso nazionale al quale ho partecipato con la collaborazione dell’ingegnere Orlando Giovannone e aggiudicato in testa ad altri concorrenti. Ad un più estenuante preparativo progettuale e di accordi con la Soprintendenza ai Beni Archeologici, finalmente i lavori iniziarono nel 2014. Subito alle prime opere sono affiorati pregevoli reperti marmorei, quali teste ritratto e sculture di soggetto mitologico di una fase medio imperiale, oggetto di cure e di una mostra dell'Istituto Centrale per il Restauro in San Michele a Roma, ora in parte esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Formia. L’andamento dei lavori fu contrassegnato da inevitabili rallentamenti e varianti in corso d’opera provocate da imprevedibili situazioni che si presentavano nell’ammasso di rovine, non ultima l’obbligata prospezione di ordigni bellici. Fu comunque raggiunto l’obiettivo di mettere in chiaro un settore dell’edificio fino a tutta la sala ottagona centrale. In più venne scavato tutto l’imponente collegamento tra l’edificio e la villa sul lato mare e questo facendo economia sulle opere senza ulteriore dispendio. Alla scoperta di molte sculture ancora da interpretare, vennero in luce anche i resti discosti di una chiesetta almeno di IX secolo e acquisito che nella sala ottagona sgorgasse una sorgente che motivava questo edificio, nel quale era pure associata una estrema funzione sepolcrale. Come dalle indicazioni imposte dalla Soprintendenza l’area dell’edificio avrebbe avuto la caratteristica di cantiere in evoluzione e visitabile, così era stato predisposto con una copertura provvisoria a tubi e giunti e atta a resistere all’azione del vento qui marcata, nonché resa praticabile con un percorso montante dalla parte inferiore fino all’interno della parte scavata. I percorsi esterni erano in terra battuta con transenne di castagno, nel più attento rispetto dell’area naturale e dell’inserimento in essa dei ruderi, cioè senza imposizione di elementi di arredo autoreferenziali che avessero in qualche modo potuto distogliere se non sconvolgere questa particolare simbiosi di natura e storia. Terminati i lavori nel 2016, vana è stata l’attesa di una apertura al pubblico pienamente legittimata dal compimento a regola d’arte delle opere, finché non è intervenuta la modificata “Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone Latina e Rieti” del Ministero per i Beni le Attività Culturali e Turismo. Le opere con progetto d’ufficio e finanziate dal Ministero per complessivi 800mila euro, dal 2020 hanno consistito nella sostituzione della copertura provvisoria sulla parte scavata dell’edificio ottagonale e si estendono con la percorrenza pedonale a comprendere entro una recinzione metallica un’area di circa 10.000 metri quadrati includente la cisterna “Trentasei Colonne” e la scala voltata “Grotta della Janara”. I percorsi sono rappresentati da un duecento metri lineari di viali della larghezza di circa 2 metri con più ampi piazzali susseguenti, realizzati con struttura di calcestruzzo a ciglio rialzato in ambo i lati integrati da transegne di legno, talvolta raddoppiati a senso obbligato dagli ingressi. È auspicabile che all’impegno così oneroso corrisponda un nuovo interesse verso questa area archeologica, nel proseguire le indagini e soprattutto nel comunicarne i valori, le acquisizioni scientifiche, ben oltre la esibizione dell’arredo.
Didascalie Immagini: Veduta dall’alto con la sistemazione della restante area ruderale e tre immagini della parte scavata dell’edificio ottagonale con la copertura del cantiere visitabile prodotta nel 2016 dal progetto Ciccone – Giovannone.

lunedì 4 luglio 2022

UN “GRAFFITO” DI PASQUALE MATTEJ A VENTOTENE - Di Salvatore Ciccone e Renato Marchese -
L’1 luglio, a pasto concluso intorno le ore 14, andava in onda per il TG 2 “Sì, Viaggiare” un servizio sull’isola di Ventotene che attirava la mia attenzione per la parte riguardante le vestigia romane di Villa Giulia. Di esse come di tutta l’isola non ho alcuna contezza non essendoci purtroppo mai andato, cosa che mi duole e mi imbarazza non poco. L’interesse verso l’esposizione delle rovine fatta dall’Operatore del locale Museo Archeologico, mi richiamava quanto scritto da Pasquale Mattej in “L’Arcipelago Ponziano”, articolo a puntate sulla rivista “Poliorama Pittoresco” del 1847 poi tradotta in monografia con immagini di sua mano dieci anni dopo. In particolare ricordavo il paragone da egli fatto per una scala voltata tra questa villa e quella di Formia sul promontorio di Giànola, trattata in quella stessa rivista nel 1845 e che citava in nota: insomma mentre seguivo il programma si era istituito un parallelo con i pensieri del Mattej. In questo particolare stato di attenzione, il servizio televisivo si concentra sulle cisterne romane, riserve di acqua piovana, bene prezioso e indispensabile allora per abitare l’isola. Sulle loro pareti nelle epoche a noi più prossime mani ingenue avevano lasciato raffigurazioni e quelle dei più dotti delle scritte, allorché in rapide inquadrature per due forse tre secondi, a pieno campo appare l’autografo “Pasquale Mattej 1847”. Sorpreso e avvinto, immobile, quell’immagine si era fissata con automatismo fotografico anche perché combaciata alla firma e alla grafia di Mattej che ben conosco, per giunta apparsa proprio nel rivivere le sue esperienze. Disorientato in un primo tempo, subito mi sono attivato per reperire informazioni sul luogo, sul Museo e sul suo Responsabile; poi ho deciso di ricorrere a Rai Play. A questo punto, per praticità e per lo spirito di collaborazione che mi accomuna in questa materia, ho telefonato a Renato, informandolo dell’accaduto e per rintracciare il filmato con sua pure grande gioia. Non passa un’ora che su Whatsapp mi invia l’immagine anelata, con tutta la carica emotiva e il valore testimoniale in essa riposta: essa fissa su due righi il nome del Nostro e sotto la data “8 luglio 1847”, dunque proprio in questo inizio di mese, 175 anni fa. Ciò corrisponde a quanto scritto dal Mattej, partito da Gaeta il 4 luglio per portarsi a Ponza e poi alle isole circonvicine nel cimento di un’opera appassionata, della quale lascio a Renato fornire una nota.
Questo “graffito” tracciato con una matita o un pastello sull’antico intonaco oggi verrebbe considerato un atto vandalico, ma in passato era invece di uso comune nelle poche persone istruite che intendevano così unire la loro presenza ed estasiata partecipazione alle eterne opere degli antichi; così i tanti autografi degli illustri architetti del Cinquecento che di più insigni opere intesero accoglierne il lascito. Un messaggio dunque lasciato dal nostro illustre concittadino formiano, che ci richiama al significato delle testimonianze del passato inscindibili dal nostro vissuto, dalla nostra sfera emotiva; un fatto questo della cui la personale sensazione e interpretazione interiore mantengo riservata. - Salvatore Ciccone -
Il “nostro” Pasquale Mattej, il 4 luglio dell’anno 1847, all’età di 34 anni, si imbarcò dal porto di Gaeta diretto a Ventotene, dopo aver nello stesso anno soggiornato a lungo sull’isola di Ponza. I frutti di questi viaggi nelle isole Pontine, furono le sue “Memorie storiche descrittive ed artistiche dell’arcipelago Ponziano - Dedicate agli artisti ed ai cultori della Storia Patria”, pubblicate a puntate sul periodico Poliorama Pittoresco, dal n. 14 dell’anno 1855 al n. 28 dell’anno 1856, edito a Napoli da Filippo Cirelli. Le stesse Memorie, riunite in unico volume, furono pubblicate l’anno successivo dal medesimo Editore. 
Sorta dall’eruzione di un vulcano sottomarino avvenuta alcuni milioni di anni fa, l’isola di Ventotene, gioiello delle Isole pontine, di forma irregolare, si estende da levante verso ponente per circa 2700 metri, con una ampiezza che raggiunge nel punto più largo gli 850 metri circa. 
Ventotene, anticamente chiamata Bentienti, Bitente, Pontatera, Pandataria, Ventoniana e Vandotena, era abitata già fin da epoca romana. La storia ce la ricorda come luogo di esilio e deportazione di donne illustri, divenute scomode per i propri parenti. Vi morì di stenti Agrippina moglie di Germanico, Ottavia moglie di Nerone e la bellissima Giulia, figlia di Augusto esiliata con sua madre Scribonia. 
Distante da Ventotene circa 1400 metri, insiste l’isolotto di Santo Stefano, le cui coste si estendono per circa 1840 metri; raggiunge la sua altezza massima di circa metri 85. Conosciuto per aver ospitato fino al 1965 un famoso carcere, su progetto dell’architetto Francesco Carpi, fu fatto edificare da Ferdinando IV di Borbone. L’enorme penitenziario, inaugurato nel mese di luglio dell’anno 1795, ospitò, oltre a prigionieri per reati comuni, anche oppositori del regime fascista, tra i quali Sandro Pertini, Giorgio Amendola, Giuseppe Romita e Umberto Terracini. 
In questi suoi viaggi all’arcipelago ponziano, oltre agli scritti, il Mattej ci ha lasciato 42 disegni ed alcuni acquerellati, conservati nella Biblioteca Vallicelliana di Roma, che raffigurano costumi, folclore, monumenti e panorami delle isole, da cui vennero incise dallo stesso autore le litografie a corredo degli articoli pubblicati nel Poliorama Pittoresco. 
Concludo questo breve omaggio alla bella isola di Ventotene trascrivendo l’ultima frase delle memorie scritte dal Mattej: “... Ancora pochi altri istanti, e le isole di Ventotene e Santo Stefano confuse nell’aereo orizzonte non erano per me che una memoria ed un sogno del passato!” Nelle immagini alcune litografie del Mattej pubblicate a corredo dello scritto del Poliorama Pittoresco. - Renato Marchese -
Didascalie : 1 – Graffito autografo di Pasquale Mattej su una delle pareti della cisterna romana di Ventotene. 2 /3 – Interni della cisterna dove si trova il graffito autografo di Pasquale Mattej. 4 – Il porto di Ventotene. 5 – Avanzi di un antico bacino. 6 – Avanzi della casa di Giulia. 7 – L’isolotto di Santo Stefano. 8 – Ventotene vista da Santo Stefano

martedì 28 giugno 2022

UNA NUOVA FORMIA SI AFFACCIA AGLI ALBORI DEL XX SECOLO
Il ventesimo secolo inizia offrendo un’immagine di Formia molto diversa da quella impressa nella memoria dei viaggiatori stranieri che la visitarono nei secoli passati. Agli antichi borghi di Mola e Castellone andava sostituendosi una nuova città che il turismo nascente la sancì balneare. Una nuova Formia, eletta a luogo di villeggiatura, andava formandosi. Un potente apparato turistico ricettivo, sui due litorali, si andava man mano potenziando nella città, sostituendosi alla tradizionale vocazione ospitale dei due antichi borghi. Formia divenuta città a vocazione turistica, nel 1928 contava 9127 abitanti e poteva vantare la possibilità di ospitare numerosi visitatori. Gli alberghi a disposizione di chi volesse soggiornare erano: Il Grand Hotel in piazza della Vittoria (con 32 camere), l'Hotel Excelsior in via della Stazione (con 12 camere), il Modern Hotel in piazza Tommaso Testa (con 12 camere), l'Hotel dei Fiori in via Lavanga (con 6 camere), L'albergo Presutto (con 5 camere), l'Italia (con 5 camere), La Rifiorita (con 6 camere) tutti in via Rialto Ferrovia; inoltre vi erano le pensioni: Giuliano in via Vitruvio e Bella Spiaggia e Lina in via Vendicio. Numerosi villini ed appartamenti mobiliati, situati nell'area balneare e nel centro città, erano disponibili per affitti stagionali. Nel 1932 Formia contava 14.352 abitanti. La città cresceva non soltanto sul punto di vista demografico ma anche su quello urbanistico e nei servizi. La direttissima Roma - Formia - Napoli era stata inaugurata, ambulatori medici, farmacie, case di cura, negozi d'ogni genere vi erano in tutto il territorio. Rete fognate, idraulica ed elettrica copriva tutta la parte residenziale della città. La vita di mare, ricca di elementi che giovano alla salute del corpo, fece meritare a Formia una menzione nella guida turistica più importante dell'epoca. Il Touring Club Italiano, nella sua: "Guida pratica ai luoghi di soggiorno e di cura d'Italia", nel volumetto sulle stazioni di mare, dedica a Formia due pagine ed una stupenda immagine della spiaggia di Vendicio. Così inizia la descrizione: "Cittadina situata in amena posizione tra le colline ed il mare, sul Golfo di Gaeta, il centro urbano é assai animato per traffici ed industrie, i dintorni sono popolati di ville, in mezzo ad una lussureggiante vegetazione. (...)" Le risorse naturali di cui Formia era eccezionalmente ricca, i suoi tesori archeologici, la mitezza del clima, le spiagge meravigliose ed infine il continuo sviluppo delle attrezzature turistiche, le hanno fatto meritare l'appellativo di "PERLA DEL TIRRENO", portandola ad essere considerata un luogo di soggiorno tra i più ricercati della penisola e la meta prediletta di numerosi turisti. La spiaggia di Vendicio e quella del litorale di levante consentivano un lungo periodo di balneazione, e la possibilità di spostamenti brevi e comodissimi sia da Roma che da Napoli. Nella stagione estiva, la temperatura del mare di Formia è sempre stata relativamente costante, senza brusche oscillazioni, durante la giornata aumenta regolarmente dal mattino fino alle ore 17, conservando una temperatura gradevole anche durante la notte.
Nelle immagini due vedute dei litorali di ponete e di levante all'inizio del Novecento; gli alberghi Hotel Excelsior, il Modern Hotel, il Grand Hotel e la pensione Marina; l'immagine pubblicata sulla guida del TCI, che reca in basso la seguente didascalia: "La spiaggia principale di Formia è lunga circa 2 km., e si compone di sabbia fine..."; due istantanee degli anni Trenta di vita balneare: una colonia marina e un gruppo di villeggianti.

lunedì 20 giugno 2022

SAN MICHELE SUL MONTE ALTINO E LA STATUA DI POMPEO FERRUCCI - di Salvatore Ciccone
In questo 26 giugno di primo mattino, a Maranola si avvierà la caratteristica “Scalata di San Michele” che con grande devozione condurrà a spalla la taumaturgica statua di pietra dell’Arcangelo dalla chiesa della SS. Annunziata al suo antico santuario posto in un ampio speco del monte Altino a più di 1100 metri di quota; il simulacro rientrerà in paese il 29 settembre festa del Santo. Per questo ritengo opportuno pubblicare una sintesi di una lunga e laboriosa ricerca che mi ha condotto alla scoperta dell’autore della statua, cosicché laddove si trovassero simili notizie sarà possibile conoscerne la originaria trattazione dell’autore nelle edizioni riportate al termine di questo articolo. Una lunga serie di miracoli e la protezione avuta contro le scorrerie napoleoniche fece ottenere ai Maranolesi nell’anno 1800 di eleggere San Michele protettore del Paese; verso il suo santuario le popolazioni rurali del circondario si sobbarcavano a pellegrinaggi gravosi fatti a piedi nudi e pronunziando voti a gran voce. Monsignor Vincenzo Ruggiero arciprete di Marànola, sullo scorcio dell’Ottocento diede nuovo impulso al culto dell’Angelo, avventurandosi nell’impresa di rifondare in quella rupe una chiesa che venne inaugurata nel 1895; per l’occasione scrisse “L’Arcangelo S. Michele e l’antichissimo suo Santuario Sul Monte Altino in Maranola”, rarissimo volumetto pubblicato in Roma fondamentale per la conoscenza del monumento. La fondazione della chiesa e del cenobio di San Michele risale all’830 circa, come si legge in un diploma del Codex Diplomaticus Cajetanus, ad opera di Giovanni l vescovo della cattedra allora altalenante tra Formia antica in decadenza e la nuova più protetta Gaeta. La dislocazione in un sito così impervio è da porre in relazione ad un preesistente culto pagano dal quale si voleva purificare quel monte per mezzo dell’Angelo vincitore sul demonio, circostanza comune a molte altre località, come sul monte di Terracina, in cui il “maligno” poteva manifestarsi, specie in presenza di antri e burroni. Perciò il monte e lo speco stillante di perenne acqua dev’essere stato dapprima dedicato a Giove per quanto suggerisce il toponimo di “Altinum”, dell’alto, dell’eccelso; quindi il nome di “Gegne” dato all’altopiano dominato dalla vetta, è attendibile derivazione di Juno, la dea Giunone consorte di Giove alla quale erano sacre le giumente e appropriata a questo alpeggio. I monaci e l’abate Rodoino che tennero in un primo tempo il cenobio “in cilio montis qui vocatur de altino” appartenevano ad una specifica congregazione di San Michele, forse proveniente dall’omonimo e principale santuario dei Longobardi del Mezzogiorno situato nell’antro del Monte Gargano, tanto più che in presso il monte Altino si incrociavano il confine del Ducato di Gaeta, quello del gastaldato longobardo di Aquino e della Terra dell’abbazia di Montecassino. Una lapide posta nel santuario in occasione della riconsacrazione, il 5 agosto 1895, ricorda i principali eventi del luogo culminati nella nuova cappella, sostitutiva dell’ultimo edificio settecentesco con cupola posto all’esterno e ripetutamente offeso dagli eventi meteorologici: era ora tutta inserita nella caverna con l’imboccatura chiusa da un’armoniosa facciata neogotica, soluzione che venne suggerita da monsignor Niola arcivescovo di Gaeta, ispirata al santuario del Gargano e tradotta dall’ingegnere Silvio Forte di Trivio. La devozione per San Michele del monte Altino si concretizza con la venerazione del suo simulacro di pietra peperino dei Colli Albani. Il Ruggiero fida nell’antica tradizione popolare concernente la statua, subordinandone la datazione: in origine era collocata nella “Grotta delle Sette Cannelle” lungo la scogliera del promontorio di Giànola verso Scàuri, dalla quale a causa delle imprecazioni dei marinai se ne andò sulla cima del retrostante monte Sant’Angelo di Spigno; tuttavia anche dal quel luogo vedeva i marinai ed allora si portò nell’antro del monte Altino; gli spignesi la riportarono sulla cima del loro monte nascondendola in una siepe spinosa, ma la statua si riportò sull’Altino, ancora andarono a riprenderla ma divenne tanto pesante che dovettero desistere, costruendo però una piccola cappella dove essi volevano che rimanesse. Nella leggenda è interessante come l’aumentato peso della statua trapeli una sopraggiunta statua di pietra. Quanto alla grotta di Giànola, originaria collocazione del simulacro, essa si presenta tra enormi strati obliqui di roccia conglomerata, dove l’erosione di una intercalazione più tenera apre una imboccatura a fessura e una vasta sala con basso soffitto che inclinato penetra il mare; nel mezzo una massiccia stalagmite tocca appena la volta la cui trasudazione d’acqua dolce va a colmare di quella alcune concrezioni a vaschette, fatto che spiega la denominazione e l’uso tradizionale fatto dai pescatori della zona. Sulla balza prossima alla grotta esisteva una torre di avvistamento distrutta nell’ultimo conflitto, detta di “Sant’Angelo” e più correntemente “della Fica”, denominazione questa che venne ‘aggiustata’ con “Fico” riferito all’albero, ma che senza dubbio deriva dalla caratteristica scogliera corrugata in cui si apre la fessura che l’immaginazione popolare colorita e grassa non ha esitato ad accostare alla forma del sesso femminile: stessa espressione è anche impiegata per indicare un gesto fatto a sua imitazione con le dita della mano, talvolta come scongiuro, talaltra per scherno. Emerge la concordanza tra la fuga della statua e il nome osceno del luogo, in una sorta di braccio di ferro tra la voluta santificazione della grotta e la pervicace locuzione popolare, inconciliabili nella pur bonaria intenzione della seconda rimasta nell’epiteto della Torre. La scultura era pervenuta assai rovinata e con le mani rifatte rozzamente di tenera pietra arenaria locale, e perciò nel 1888 il Ruggiero decise di farla restaurare interpellando a Roma lo scultore Lodzja Brozsky che diede l’incarico al suo primo collaboratore, il romano Giuseppe Blasetti: la pietra occorrente fu offerta appositamente dai Basiliani di Grottaferrata, presso la quale vi è il peperino in tutto simile alla scultura. Si ricostruirono oltre le mani la figura del demonio appena percepibile ai piedi dell’Arcangelo. Il Ruggiero raccolse il parere scritto dal restauratore che la statua sarebbe stata di manifattura romana tarda, cosa che andava a collegarsi bene con la tradizione che la voleva antichissima, influenzando in ciò il giudizio dello stesso Blasetti. La statua è alta cm 94, compresa la base quadrata di cm 42 di lato, alta cm 10 e rappresenta un guerriero le cui membra un po’ tozze sono più rispondenti a quelle di un fanciullo: veste tunica e lorica decorata nel mezzo da un serafino; sostiene col braccio sinistro un mantello desinente in terra e con la mano la catena con la quale soggioga il maligno atterrato; il braccio destro è alzato a sostenere la spada ed è coordinato al movimento della testa sfuggente dall’osservatore; le ali sono assenti, ma vi sono sulla schiena i fori per applicarle in metallo. Sul lato frontale della base vi è nel mezzo uno stemma, allora integro descritto dal Ruggiero: è ovale, forzatamente dimensionato con taglio dei culmini, avente una fascia centrale, tre monticelli nella metà inferiore e una rosa a cinque petali in quella superiore; a sinistra sono sovrapposte le residue lettere S e TOR, probabili desinenze di Angelus/victor; a destra quelle consecutive P ed F. La generale impostazione compositiva esclude che la scultura sia d’età Antica di uso cristiano, del IV-V secolo, principalmente perché l’Arcangelo veniva allora e fino al Medioevo raffigurato in semplice tunica. La statua va invece assegnata al Rinascimento, come quella simile marmorea del Gargano di Andrea Sansovino (1507), oppure all’età barocca, e della quale di ambiente romano è forse lo scultore in relazione all’uso del peperino, scelta da collegare con la destinazione del simulacro in un luogo freddo o umido e per il peso di dimensione minuta più agevole. L’identificazione dell’artefice viene facilitata dalle due lettere P ed F presenti sulla base, certamente iniziali di persona. Tra gli scultori operanti a Roma in quel periodo la sigla corrisponde a Pompeo Ferrucci, originario di Firenze e vissuto all’incirca tra il 1566 ed il 1637, artista di scuola sebbene con una certa personalità, appartenente al folto gruppo operante nella massiva produzione decorativa della Città agli inizi del Barocco. Un confronto con alcune sue opere marmoree in parte ugualmente siglate, da me fatto una ad una a Roma, si rivela interessante per le analoghe caratteristiche delle figure dagli arti tozzi, per le posture ed i tratti dei volti, nonché per le modeste dimensioni delle sculture, riscontrabili nella Madonna col Bimbo ora sull’ingresso del convento delle Maestre Pie in via delle Botteghe Oscure, ma anche nella figurazione della Religione nel monumento del cardinale Alessandrino alla Minerva. Varie rispondenze stilistiche si possono inoltre cogliere nella pala marmorea del S. Matteo e l’Angelo, eseguita insieme al Coubert nella Trinità dei Pellegrini, e in quella dell’Assunta (1629) in Santa Maria della Vittoria, firmata, le cui Madonne sono simili a quella sull’ingresso principale del palazzo del Quirinale (1615); infine qualche similitudine nel volto si trova nelle cariatidi del monumento borghesiano in Santa Maria Maria Maggiore, eseguite insieme al Muzi. Un rilievo presente sopra l’altare maggiore della cattedrale di San Pietro a Frascati, La Consegna delle Chiavi (1612), attesta la sua presenza nell’area di provenienza del peperino in cui è scolpito il nostro San Michele, rispetto al quale le elencate sculture mostrano una diversa raffinatezza dovuta alla fine grana del marmo pur in simili caratteristiche d’impostazione e d’intaglio. Lo stemma inciso alla base è di complessa interpretazione e sicuramente aggiunto in un secondo momento da mano meno esperta insieme all’epiteto dell’Angelo, potendo rilevare un committente o offerente. Secondo la traccia di provenienza della scultura, lo stesso stemma compare tra gli emblemi della famiglia Orsini, nobili romani di antica origine della quale i capostipiti di nome Orso occupavano importanti cariche nel XII secolo e il cui elemento araldico principale era l’orso rampante. Una importante connessione si ha con Giacoma Orsini che fu la madre del conte Onorato I Caetani conte di Fondi, artefice sullo scorcio del Trecento di importanti opere a Maranola e fondatore del vicino Castellonorato, madre che era inumata con il consorte nella cappella della già francescana chiesa dell’Annunziata a Minturno; tuttavia la scultura del San Michele è di duecento anni dopo. Una delle principali famiglie di Maranola porta il cognome D’Urso che è facile far risalire a de Urso ossia dell’Orso. Comunque è possibile che da quella discendenza vi possa derivare la commissione della scultura. La vetustà attribuita alla statua di San Michele è quindi comprensibile nell’idealizzazione popolare insieme alla favola del suo peregrinare chiaramente espressive di una lunga tradizione di culto in questo territorio. Entrambe sottolineano la dimensione temporale di queste comunità dedite alla economia della montagna, che nella loro apparente immutabilità hanno tramutato gli eventi in saga fascinosa, come i luoghi tersi ed eterei risaltati dallo sfondo turchino del mare sconfinato. Bibliografia dell’Autore : - L’Arcangelo Michele del Monte Altino, “Lunario Romano”, Santuari cristiani del Lazio, pp. 175-194, Roma 1992. - La statua San Michele dalla leggenda alla storia, “Storia Illustrata di Formia”, vol. III, Formia in età moderna, pp.217-232, Pratola Serra 2000.
Didascalie immagini - 1 - La Statua di San Michele di Pompeo Ferrucci (1612?) dopo i restauri del 1888 (Maranola, Archivio parrocchia di San Luca) 2 - La statua marmorea di San Michele nel Santuario del monte Gargano, opera di Andrea Sansovino del 1507 (foto del Santuario). 3 - La Madonna col Bimbo di Pompeo Ferrucci sull’ingresso del convento delle Maestre Pie in via delle Botteghe Oscure a Roma (foto S. Ciccone). 4 - Arrivo della Scalata di San Michele al santuario nell’ampio speco del monte Altino (foto G. De Meo). 5 - La facciata neogotica del nuovo santuario consacrato nel 1895 (foto S. Ciccon

giovedì 16 giugno 2022

LA STATUA FORMIANA DI SAN GIOVANNI BATTISTA - di Salvatore Ciccone -
San Giovanni Battista, compatrono di Formia con Sant’Erasmo qui martire nel 303, ha grande venerazione nella parrocchia di Mola, borgo marinaro presso il porto romano che prese nome dall’antica attività dei mulini mossi da canali d’acqua sorgiva. Nella chiesa contitolare a San Lorenzo, sostitutiva di quella esistita sulla costa prospiciente, la devozione si concretizza nel tramite della sua statua di grande pregio e vigore espressivo avvolta da leggenda, come di consueto per queste sacre immagini, restando ignoto lo scultore e al quale risalire è possibile solo da un autografo, o documenti d’archivio o da una accurata analisi di raffronto. Proprio quest’ultimo caso mi fu offerto dal volume “Giuseppe Picano nella scultura del Settecento napoletano”, scritto da Giovanni Petrucci ed edito da Caramanica nel 2017. Il personaggio che si dice nato a Sant’Elia Fiumerapido nel 1725, ma documentatamente a Napoli il 14 maggio 1716 da Dorotea de Mari, fu sacerdote scultore di figure sacre di grande fama e caposcuola di lunga vita artistica morto ultranovantenne, formatosi nel laboratorio del padre Francesco Antonio nella realizzazione di figure presepiali. Nell’ottima ricerca di Petrucci si elencano numerose sue opere, per lo più a Napoli, ma anche in Puglia e in Calabria ed in un consistente nucleo nel palazzo Picano del centro cassinate. La sua arte meritò la considerazione di re Ferdinando IV di Borbone, allorché ammirato per una statua dell’Immacolata gli elargì una congrua gratifica. Quindi questi massimi esempi di sculture sacre nulla hanno di inferiore rispetto a quelle di più duro materiale e di più vario soggetto se non l’essere di destinazione processionale e per questo di legno più leggero, nonché di aver mantenuto dalla scultura antica l’uso del colore per rendere i soggetti simili al vero, nello specifico di immediato e maggiore impatto percettivo. La statua di San Giovanni di Formia è evidentemente di fattura tardo barocca, pregevole nella resa anatomica e nell’elegante incedere, con una mano levata al cielo ad annunziare il Cristo e investita da un vento quasi divino: sbandiera il rosso mantello che scopre la povera ma dorata tunica di vello sghemba sul nudo torace; la testa ricca di capelli scuri fluenti sulle spalle che inquadrano il viso barbato giovanile con le labbra nell’atto di proferire. La modalità espressiva si ritrova nella pittura di Sebastiano Conca di Gaeta (1680-1764), pittore celeberrimo di iconografia sacra, che operando sia Napoli che a Montecassino è probabile che Picano vi sia venuto in contatto o recepito gli influssi; alle sculture di questi la statua formiana offre interessanti riscontri, segnatamente con quelle di medesimo soggetto, entrambi del 1750, delle omonime chiese di Ceppaloni e di Pannarano in provincia di Benevento. Il simulacro formiano si può quindi con buona probabilità collocare nella sua bottega, nella quale operarono i giovani Francesco Verzella, Giuseppe Sarno e il sardo Giuseppe Antonio Lonis. In ogni modo nel quadro artistico del genere dell’arte napoletana sono da considerare altre produzioni e in particolare quella di Carmine Lantriceni, artista di grande espressività emotiva firmante un busto del Battista risalente circa al 1720 nella omonima chiesa di Massaquano frazione di Vico Equense nell’area metropolitana di Napoli, quindi anteriore seppure di poco al Picano. Bisogna poi considerare il contesto architettonico della originaria chiesa presso il Castello di Mola, dedicata ai due Santi già nel 1566 in quanto si dice prima costituita da due aule separate, ma sicuramente trasformata nel Settecento come stilisticamente manifestata dal campanile a guglia ‘fiammata’ o ‘a cipolla’. Della chiesa distrutta nel 1943, il luogo in via Abate Tosti è oggi contrassegnato da una lapide riproducente la facciata da uno schizzo di mio padre Giovanni Ciccone. Apparentemente la tradizione non concorda con l’epoca del culto a Mola e con l’indubitabile stile del simulacro, che lo si vuole trafugato dai molani dalla medievale chiesa di San Giovanni Battista sotto Castellone antica arce di Formia, anch’essa distrutta e del quale resta il nome al vico su via Rubino: il suo legno si vuole fosse quello di un tronco di ciliegio spiaggiato ad oriente di Mola e miracolosamente ritornato più volte dove era stato spostato. In effetti vi è il tratto di litorale detto Santo Janni, toponimo che trova spiegazione in una cappella di San Giovanni “del Fiume”, registrata in un documento del 1490 nell’Archivio Capitolare di Gaeta, probabilmente rifererito al fiume di Giànola presso l’omonimo promontorio; nella zona è ugualmente annoverato un San Giovanni ma ”del Trullo”, come pure nel 1516 vi si localizza la dipendenza di un orto. Dunque una sede distaccata campestre della chiesa di Castellone a devozione degli agricoltori prevalentemente di questo borgo. Lo studio si avvantaggia della tradizione integrale riferitami dall’amico Giovanni Bove, appassionato e valente studioso della cultura popolare di Formia, e che trovo registrata in un suo articolo (“Formia Turismo”, n. 3, 1991). Riferisce che il tronco arenato venne visto e portato a casa da un contadino di Castellone e che miracolosamente la terza volta si sarebbe spostato davanti la porta della chiesa di San Giovanni Battista di quel borgo; da qui la decisione di farvi scolpire la statua di quel Santo, inviando il legno ad un grande artista di Napoli e che una volta realizzata venne trasportata via mare e solennemente condotta in quella chiesetta. Tuttavia anche qui si sarebbe compiuto il miracolo allorché il simulacro per tre volte si sarebbe portato davanti alla chiesa di San Lorenzo a Mola dove era l’antica congrega intitolata al Battista, per la qual cosa i castellonesi incolparono di furto i molani. In realtà la chiesa di Castellone nella metà del Settecento venne sconsacrata e la statua con le suppellettili acquistate dalla congrega di Mola, qui a determinare l’incremento del culto e le modifiche della chiesa con doppia titolarità. Tornando alla probabile identificazione dell’autore della statua, la certezza potrà provenire solo da un attento esame della scultura, si spera, da una firma celata sulla base o dalle ricerche d’archivio. Comunque queste cognizioni nulla tolgono al fascino dell’arcana tradizione e tantomeno alla fervente devozione verso il Santo identificata nel simulacro così mirabilmente espresso: fanno invece risaltare proprio la incommensurabile entità popolare e la spiritualità più prossime all’eterno.
Didascalie foto : 1 - La settecentesca statua di San Giovanni Battista di Formia durante l’omaggio dei pescatori. 2 - Confronto stilistico con la statua di Pannarano, scolpita da Giuseppe Picano (1750). 3 – Confronto stilistico con il busto di Massaquano, scolpito da Carmine Lantriceni (circa 1720). 4 - Il gonfalone riproducente il simulacro di San Giovanni Battista, opera dell’artista prof. Giovanni Ciccone, 1986 (Formia 1923 – Napoli 2002). 5 - La chiesa dei Santi Giovanni Battista e Lorenzo presso il Castello del borgo di Mola in via Abate Tosti, in uno schizzo a memoria di Giovanni Ciccone.