lunedì 23 gennaio 2023
IL VASO DI SALPIONE RINVENUTO A FORMIA
Tra i più importanti reperti archeologici rinvenuti a Formia c’è sicuramente un enorme vaso risalente al primo secolo a. C., opera di Salpione l’Ateniese, di scuola neoattica, corrente artistica sviluppatasi ad Atene nel tardo periodo ellenistico, sec. II-I a. C.; oltre a Salpione vi aderirono altri scultori come Callimaco, Cleomene, Apollonio.
L’enorme vaso in tutta la sua superficie scolpito in rilievo, rappresenta l’educazione di Dioniso-Bacco, descrivendo Leucotea che da sopra una rupe, riceve Dioniso-Bacco infante dal dio Ermes-Mercurio. Nella scena compaiono Satiri e Baccanti che danzano al suono di timpani, flauti e altri strumenti. In alto si nota una epigrafe in lingua greca dove si legge che l’opera fu eseguita dallo scultore greco Salpione: “Salpione Ateniese fece”, nella sua traduzione letterale.
Il vaso fu rinvenuto su una spiaggia di Formia da alcuni pescatori. Non fu apprezzato per il suo valore storico e venne usato come ancoraggio per le barche, usurandone l’aspetto e in parte danneggiandolo, al di sotto del mento e delle figure scolpite, come si evince dalle orme e dagli incavi, prodotti in varie parti dall’attrito delle gomene.
É molto probabile che questo vaso appartenesse ad un tempio dedicato a Dioniso-Bacco, esistente, verosimilmente a “Formiae” e che fosse utilizzato forse per la conservazione delle acque lustrali, usate nei riti di purificazione in uso presso gli antichi Romani. Le feste lustrali erano cerimonie purificatrici, celebrate a Roma ogni cinque anni, durante le quali si sacrificava agli dei e si purificava il popolo aspergendolo con la stessa acqua lustrale che era destinata alla vittima del sacrificio.
Il vescovo spagnolo Pietro VII de Oña, sulla cattedra gaetana dal 1605 al 1626, profondo conoscitore ed appassionato di archeologia, notò il vaso e lo fece trasportare nella cattedrale di Gaeta, per utilizzarlo come fonte battesimale. Adagiato sopra un gruppo marmoreo formato da quattro leoni disposti sulle diagonali di un quadrato risalente al XIII secolo, per quasi due secoli quest’opera pagana fu usata dalla chiesa cattolica. É singolare ritrovare un medesimo uso di un manufatto (la conservazione dell’acqua sacrale) in diverse situazioni religiose. Nel culto cattolico l’acqua benedetta viene utilizzata per l’aspersione dei fedeli nel corso delle celebrazioni liturgiche e richiama direttamente la dignità battesimale di ogni credente, che rinasce a nuova vita e viene innestato nella vita di Cristo e della Chiesa.
Nel 1805 il Vicario apostolico di Gaeta Giuseppe Iannitti fece trasferire nel Real Museo Borbonico l’opera di Salpione e fece sostituire il fonte battesimale con una vasca neoclassica. Nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, si può oggi ancora ammirare in tutto il suo splendore questo bel monumento dell’arte greca.
Nelle immagini: due incisioni del vaso con lo sfondo della torre di Mola e della veduta di Gaeta, eseguite su lastra di rame all’acquaforte, disegnate dal vero ed acquerellate a mano da Francesco L’Aquila, sono tratte dal volume: “Raccolta di vasi di diversi formati da illustri artefici antichi”, pubblicato a Roma nel 1713 da Lorenzo e Domenico de Rossi. il vaso adagiato sopra il gruppo marmoreo dei quattro leoni ed infine come venne rappresentato nel volume catalogo, di Domenico Monaco, del Museo di Napoli edito a Napoli nel 1895.
sabato 7 gennaio 2023
LA SPIAGGIA DI SARINOLA E LA PESCA DELLE PINNE NOBILIS
La spiaggia di Sarinola, prima che l'imbonimento realizzato per il passaggio della Litoranea la facesse scomparire, era una piccola darsena che veniva utilizzata da poche barche e giovani bagnanti nella bella stagione.
Il mio pensiero si ferma ad un ricordo di quando ero un ragazzino e mi recavo a Sarinola con altri compagni. Il mare allora era limpido e balneabile e noi oltre a fare il bagno pescavamo le pinne nobilis, le più grande conchiglie bivalve del Mediterraneo, che chiamavamo “ventagl” e che abbondavano nelle acque basse e pulite del porto. Aperta la conchiglia, che poteva arrivare a misurare anche 60 – 80 cm, veniva svuotate del frutto, che non era commestibile, e venduta ai pittori locali che la utilizzavano decorandola con la loro pittura.
Nelle immagini una rara fotografia della piccola darsena risalente all'inizio degli anni Cinquanta e due fotografie della pinna nobilis, fuori e immerse nel fondo marino.
mercoledì 28 dicembre 2022
sabato 10 dicembre 2022
IN MERITO AD ALCUNI COMMENTI SULLA “TOMBA DI TULLIOLA” -
di Salvatore Ciccone
Dopo la pubblicazione dell’articolo “Indagini sulla “Tomba di Tulliola” si sono avuti dai lettori due soli “commenti” espressi in immagini. Mentre ringrazio tutti coloro che seguono le mie argomentazioni, lo sono di più a questi stessi che hanno così voluto essere partecipi, poiché mi permette di sottolineare e meglio definire due diversi aspetti della questione.
La prima immagine (da Emilio Sparagna) riguarda la forma architettonica del monumento, consistente in una ricostruzione in altezza d’uomo, realizzata in giardino con materiali lapidei e in cotto di una delle “torri” ottagonali con il relativo podio. L’esecuzione è accurata ed anche corretta nella semplificazione schematica delle modanature, nonché nel restituire l’effetto bicromo della cortina della torre con fasce alternate di “opus reticulatum” a fasce di “opus testaceum”, ossia di cotto.
In realtà si tratta di una singola parte di un complesso funerario più articolato di epoca tardo repubblicana, che già vedeva due torri abbinate a comprendere un’area riservata dove sul muro di fondale e di generale contenimento contro pendio doveva essere posta la statua muliebre ora esposta nel Museo di Formia.
Di poi la torre è stata riproposta con limitata altezza, credo per motivi di opportunità, risultando equiparata al podio e coperta da basso tetto. A ciò devo far notare come nel monumento si volesse richiamare propriamente delle torri a protezione di quell’area compresa, quasi quelle poste ai lati di una porta urbica. A conferma di ciò basta confrontare l’esempio singolo della “Torretta” sulla via Appia in località S. Remigio, di epoca imperiale, dove si può constatare la preponderante altezza scandita da “opus vittatum”, ossia da fasce di blocchetti calcare e cotto. Quanto al tetto si deve immaginare come le tegole di bordo avessero “antefisse” cioè rialzi figurati che visti dal basso coprivano il tetto e che verosimilmente dovevano richiamare il coronamento di una torre.
La seconda immagine (da Mario Mirco Mendico) ritaglia una pagina di un antico libro con testo in latino senza specifica bibliografica. Si tratta dell’opera di Raffaele Volaterrano, il “Commentariorum Urbanorum ecc.” edito a Basilea nel 1530, dove alla pagina 233 del libro XX, nel riportare notizie della vita di Cicerone accenna alla figlia “Tulliola” e alla sua prematura morte, quindi del ritrovamento del suo sepolcro attestato da epigrafi presso la sesta pietra miliare della via Appia in prossimità di Roma. Purtroppo ciò non cambia nulla rispetto a quanto detto nella lettera di Bartolomeo Fonte pubblicata nel mio articolo. Tale documento si presenta il più attendibile e dove si specifica con rammarico l’assenza di qualsivoglia epigrafe per identificare la mummia di giovane donna trovata in una cripta sul medesimo sesto miliare.
Ritengo comunque che il deciso cenno al ritrovamento di epigrafi riferite a Tulliola sia la prova di due diversi avvenimenti circa coevi, confusi nelle trascrizioni della seconda metà del 1400 e poi cristallizzati nelle prime opere a stampa.
Resta quindi in sospeso il problema di una duplicità dove si deve anche annoverare quanto riferito da Celio Rodigino in “Antiquae lectiones”, pubblicate nella stessa Basilea ma nel 1516, che tale ritrovamento venne fatto sulla via Appia davanti la Tomba di Cicerone, mai esistita nei pressi di Roma, bensì saldamente attestata nel nostro territorio come del resto quella ritenuta di Tulliola.
Devo quindi essere grato a questi contributi dei lettori che evidenziano l’amore verso il nostro paesaggio, risorsa delle future generazioni cui però si deve far gara nella difesa con l’imposizione di diverse e illegittime finalità, non ultime e attuali di personali immeritevoli affermazioni nella scalata del potere.
Didascalie delle immagini
1 – La ricostruzione in dimensioni ridotte di una delle torri della Tomba di Tulliola (Emilio Sparagna).
2 – La “Torretta” sulla via Appia presso S. Remigio, particolare da un disegno di Carlo Labruzzi del 1789 (Bibl. Ap. Vaticana).
3 – La medesima “Torretta” oggi impropriamente fatta ricoprire da piante decorative senza intervento delle autorità.
4, 4 bis– La pagina del testo e frontespizio dell’opera di Volaterrano, riferita al ritrovamento del sepolcro di Tulliola vicino Roma.
lunedì 5 dicembre 2022
INDAGINI SULLA “TOMBA DI TULLIOLA” -
di Salvatore Ciccone
Nello scorso articolo sul paesaggio del “Formianum”, la villa di Cicerone, ho fatto cenno alla “Tomba di Tulliola” situata sulle pendici del colle Acervara. Tulliola era il vezzeggiativo di Tullia, la figlia tanto amata da Cicerone e che morì giovane di parto. I ruderi in effetti rispondono ad un sepolcro rupestre nel quale il Gesualdo nel 1754 (Osservazioni Critiche…) voleva però identificare la vera sepoltura del padre (fig.1), facendo leva finanche sul nome della collina: sarebbe una corruzione dall’iscrizione ACERBA ARA di là estratta anni prima e riferita alla cruda morte di quello. In realtà il toponimo proviene dal latino “acervus”, riferibile al “cumulo” di elementi del rudere. La tesi venne rinvigorita dal Principe di Caposele (Antichità Ciceroniane) allorché disse di avervi rinvenuto nel 1798 e fatta nascondere una statua priva di testa di un uomo in toga, confrontabile con un oratore.
L’attribuzione del monumento a Tullia si perde nel tempo e incontra l’episodio riportato da Pasquale Mattej (Poliorama Pittoresco) tratto da Celio Rodigino nel 1516 (Antiquae Lectiones), secondo il quale al tempo di Sisto IV (1471-1484) venne rinvenuta la mummia di una donna in un sepolcro sulla via Appia davanti alla Tomba di Cicerone, identificata come figlia di questi da una iscrizione.
Tutto ciò mi ha spinto fin dalla metà degli anni Settanta a svolgere una serie di indagini per collocare il monumento nell’ambito dell’autenticità. i rilievi restituiscono un unitario complesso funerari (fig. 2) situato a mezza costa circa a 100 metri di quota, costituito da una terrazza contenuta sul ripido pendio con muri in “opus incertum”, profonda circa 15 metri e con una fronte di circa 30, divisa al centro dai muri paralleli di una scala di accesso larga m. 2,35. La metà occidentale dell’area era sovrastata da una coppia di torri ottagonali integrate al muro di ritenuta superiore e tra le quali si sopraelevata una piazzola; nella metà opposta si ergeva isolato un altare monumentale con alta cuspide conica. Retrostante al medesimo muro vi è un ipogeo naturale la cui volta è però crollata, probabile camera funeraria. Il monumento si allineava sulla stradina di un insediamento rustico con cisterna sul soprastante pianoro “Le Fonti”, tuttavia a quello inadeguato; la posizione invece lo rendeva visibile dalla villa litoranea in asse alla Tomba di Cicerone, che appare rispondente alla di lui tenuta con una parte in altura a mille passi dal mare, circa 1500 metri.
Il muro di contenimento a monte, variamente documentato, era in ”opus quadratum” di pietra calcarea, superstite in sua continuazione sul lato esterno del basamento a podio della torre occidentale (figg. 3, 3A): con filari regolari su nucleo cementizio costituiva un dado raccordato ad uno zoccolo con modanatura a gola rovescia espansa e sopra limitato da cornice, il tutto elevato dal calpestio in lastre calcaree squadrate tramite un piedistallo, come unicamente testimonia la seconda torre integralmente vittima delle spoliazioni. Pochi resti sono a cognizione della torre occidentale: era cementizia, ottagonale, con lato di circa metri 1,55 e larga 3,75; paramento in fasce orizzontali alterne a minuto “opus reticulatum” e a frammenti di tegole; altezza ipotizzabile due volte la larghezza in metri 7,48 e 11,24 dal calpestio.
La struttura cuspidata, abbattuta nel secondo conflitto, in una rara foto (fig. 4) mostra nucleo cementizio a base quadrata con sovrapposta muratura di tegole: in traccia sul suolo e dagli elementi sparsi, si doveva comporre di un podio rivestito con blocchi di arenaria dorata di Gaeta, con esclusiva cornice a gola rovescia espansa su entrambi i margini e l’elemento conico con il paramento di tegole; inclusa nella spianata e col lato di circa tre metri doveva pareggiare almeno l’altezza delle torri. L’elemento riferisce alla tipologia di un’ara o altare, il cui cono simboleggiava l’ascesa dell’offerta sacrificale. Si confronta con quelle plurime del sepolcro tardo repubblicano alle porte di Albano, notevole per l’uso di una pietra dorata benché vulcanica. Alla stessa età accordano le modanature espanse come nel podio delle torri e non contraddetta dal paramento di quelle, quale decorazione a scandirne l’altezza.
Durante le indagini ho voluto dar credito al ritrovamento della statua e mi sono impegnato in una sua ricerca estenuante lungo la rupe; quando sembrava non dare esiti, stanco e arreso mi accorsi…di starci sopra, confusa com’era tra le rocce. In realtà rappresentava una figura femminile panneggiata in posa di “pudicizia”, priva dei piedi e con il solo incavo per l’inserimento della testa purtroppo irreperita; la statua, esposta nel Museo di Formia (fig. 5), venne recuperata dalla Soprintendenza Archeologica insieme ad un frammento epigrafico della stessa pietra di Gaeta che comprovava come l’ara conica fosse iscritta.
Ora resta il problema dell’appellativo tradizionale che sembra avvalorarsi e trovare origine in quel ritrovamento della mummia con epigrafe e che il Mattej relegò più tardi, come la statua e la ACERBA ARA, nel mondo della fantasia. Ne dubitava il Middleton nel 1744 (Vita di Marco Tullio) il quale scriveva di non aver mai saputo di una Tomba di Cicerone sulla via Appia, invece qui attestata.
Determinante è quanto riportato da Ceram nel fortunato libro “Civiltà al sole”, riguardo la lettera del 1485 dell’umanista Bartolomeo Fonte al mercante Francesco Sassetti, amico di Lorenzo il Magnifico. Vi riferisce del rinvenimento al sesto miglio della via Appia di un sepolcro nel cui sarcofago venne trovata la mummia di una giovane donna ricoperta da unguento profumato e così ben conservato da sembrare deceduta il giorno stesso, con i capelli intrecciati di seta e oro, ma che nessuna iscrizione attestava la sua identità: ne inframezza il disegno (fig. 6), l’unico finora conosciuto, del corpo con il sarcofago, quando fu esposto al Campidoglio e visto in pochi giorni da oltre ventimila persone, finché il papa Innocento VIII prese la decisione di farlo seppellire in un luogo segreto.
Dunque il fatto somiglia a quello riportato da Rodigino, benché questi lo collochi al tempo di Sisto IV, invero morto nel 1484, ma con la sostanziale differenza di essersi il corpo disfatto tre giorni dopo essere stato trasportato a Roma e che una iscrizione lo identificava con Tullia, figlia di Cicerone. Dunque un episodio creduto fantastico trovava riscontro in un reale accadimento, ma come confrontare la tradizione locale di Tulliola, con quella la mummia senza iscrizioni? Credo nella possibile somiglianza o meglio confusione tra due distinti episodi di cui certa è la mummia di Roma e possibile il rinvenimento di epigrafi sul sepolcro rupestre; questo in un periodo in cui l’interesse per le antichità trovava approssimata diffusione tra gli umanisti del Rinascimento.
Una risposta è ancora da attendere e sono certo che verrà, se il monumento sarà sottoposto agli scavi scientifici ed estendendo le ricerche d’archivio, ma ciò sarà possibile nella considerazione del paesaggio che ci comunica valori e in generale la fede e la capacità di affrontare le sfide del futuro.
(Sull’argomento dell’Autore con bibliografia in “Formianum”, Atti del Convegno IX-2001).
Didascalie delle immagini:
1 – Stampa nell’opera di Gesualdo: a destra la Tomba di Cicerone, sulla collina quella di “Tulliola”.
2 – Pianta e ricostruzione sintetiche del complesso funerario “di Tulliola” (Ciccone, 1982).
3 – Sopra, il podio della torre occidentale e la stessa vista da oriente, con il muro della scala e l’area della cuspide.
3 A - Disegno di Labruzzi del 1789 (Bibl. Ap. Vaticana): a sinistra la cuspide e a destra le basi delle due torri.
4 – La “Tomba di Tulliola” raffigurata da Mattej nel “Poliorama Pittoresco” del 1837: a destra la cuspide nel 1930.
5 – A sinistra in basso, la statua a valle del sepolcro prima del trasporto nel Museo Archeologico di Formia, a destra.
6 – Disegno nella lettera di Bartolomeo Fonte nel 1485 della mummia col sarcofago trovati nei pressi di Roma.
sabato 26 novembre 2022
LA STAZIONE FERROVIARIA DI FORMIA
Quando il 3 maggio 1892 entrò in funzione la Stazione Ferroviaria di Formia, sulla linea Gaeta-Formia-Sparanise, nessuno avrebbe mai immaginato quale importante futuro era destinato a questo piccolo scalo ferroviario con solo due binari. Infatti, il 16 luglio 1922, veniva inaugurato il primo tronco ferroviario da Roma a Formia e la nuova Stazione ferroviaria di Formia sulla “Direttissima Roma-Napoli”, una delle più importanti opere portate a termine dal regime fascista tra il Lazio e la Campania. Da tempo si parlava di una nuova linea ferroviaria che collegasse Roma a Napoli in breve tempo, in alternativa alla lenta Roma-Segni-Cassino-Napoli, già in funzione dal 1863 e che aveva interessato tre differenti amministrazioni statali: Lo Stato Borbonico, il neonato Regno d’Italia e lo Stato Pontificio. Il primo progetto della Direttissima porta la data dell’anno 1871, ma soltanto nel 1907, con apposita legge sulla progettazione di nuove ferrovie, fu affidata all’Amministrazione delle Ferrovie dello Stato la costruzione della Direttissima. La nuova linea, per la quasi totalità prettamente in rettifilo, con pochissime curve d’ampio raggio, pendenze insignificanti, assenza di passaggi a livello e soprattutto a trazione elettrica, consentiva una maggiore velocità di quella a vapore e avrebbe ridotto di circa un’ora e mezza il viaggio tra Roma e Napoli, portandolo a tre ore, in luogo delle quattro e mezzo della linea Roma-Segni-Cassino-Napoli. I lavori della costruzione della nuova linea iniziarono nel 1907; nel tratto che da Formia conduce al fiume Amaseno, furono comprese le due gallerie più lunghe di tutta la linea, quella di Priverno-Fossanova e quella di Fondi-Sperlonga, di circa 7 km. cadauna. I lavori di traforo delle gallerie durarono 5 anni e furono completati nel 1912, quando il resto della ferrovia era ancora all’inizio.
Allo scoppio della prima guerra mondiale i lavori vennero sospesi e ripresero proseguendo a rilento nel 1920. Con l’insediamento del governo fascista venne dato una forte impulso ai lavori che proseguirono con celerità, tanto da ultimare il primo tratto fino a Formia già nel 1923 e concludersi, come preventivamente determinato, nel 1927. L’inaugurazione della stazione di Formia, avvenne alla presenza del re Vittorio Emanuele III, con una fastosa cerimonia presenziata da autorità civili e militari locali e nazionali.
Fino al completamento della Direttissima avvenuta nel mese di ottobre del 1927, i treni provenienti da Roma, a Formia venivano istradati sul vecchio tratto della linea Gaeta-Sparanise fino a Caserta, per poi raggiungere Napoli sul vecchio tronco ferroviario. L’interessante denominazione Direttissima pare sia opera di un deputato napoletano che, affine ad usare i superlativi, la chiamò così nei suoi interventi di preparazione alla legge ferroviaria, e tanto piacque che ne divenne il toponimo indiscusso. Gli eventi bellici dell’ultimo conflitto mondiale non risparmiarono la stazione ferroviaria di Formia che venne quasi totalmente distrutta, rimanendo inattiva fino al mese di luglio del 1949, quando i lavori di ricostruzione riconsegnarono una nuova stazione più moderna, senza le pensiline di metallo in stile Liberty e con il numero dei binari portato a cinque, tutti a servizio dei passeggeri.
Nel 1926, la Stazione di Formia partecipò al "Concorso Abbellimento Stazioni", ricevendo un'ambita medaglia di vermeil.
Nelle immagini :
Nell'immagine il frontespizio, e uno stralcio su Formia della corografia del progetto originale della direttissima Roma Napoli, il giorno dell'inaugurazione avvenuta il 7 luglio 1922 e il riconoscimento ricevuto nel 1926.
mercoledì 23 novembre 2022
GIÀNOLA: NATURA E ARCHEOLOGIA ESALTATA DAL CEMENTO -
di Salvatore Ciccone
Non sono molte ore che il giornalista Saverio Forte ha pubblicato sul suo blog (vedi in calce) una mia esternazione circa le opere compiute nell’area archeologica della “Villa di Mamurra” nell’area naturale protetta di Giànola compresa nel Parco regionale “Riviera di Ulisse”. La notizia porta sul piano della polemica, genericamente assunto come inefficace, un accadimento certamente serio e imbarazzante per il contesto istituzionale coinvolto; pertanto, chiamato in causa, condivido qui la pagina di cronaca per sollecitare la pubblica opinione con alcune mie aggiuntive considerazioni.
L’istituzione delle riserve naturali protette, come quella di Giànola, hanno lo scopo di conservare ambiti armonizzati di natura e di cultura, incentivando le attività ad essi congeneri e assicurandoli alla pubblica godibilità come esemplari all’apprendimento di un adeguato rapporto tra sviluppo e ambiente. Il recupero dell’edificio ottagonale sulla sommità della villa romana, motivato dall’esponenziale degrado a seguito del diroccamento nell’ultimo conflitto, è passato attraverso un concorso di selezione dei progetti aggiudicando quello redatto da me insieme al collega ingegnere Orlando Giovannone. Con l’accordo d’obbligo della Soprintendenza Archeologica del Lazio si prefisse l’obiettivo di istituire un cantiere permanente e visitabile per garantire la prosecuzione delle indagini e degli scavi solo al termine dei quali definire il tipo di intervento di parziale ricostruzione e copertura. Nello svolgimento delle opere fu rigorosissimo l’approccio alle opere imponendo due varianti al progetto e limitandole al minimo nel rispetto delle testimonianze nell’area naturale di cui esse costituivano basilari fattori di caratterizzazione: l’area scavata dell’edificio venne coperta con struttura a tubi e giunti “Innocenti” però resa più stabile e duratura. Concluse le opere con successo, invano si è attesa l’apertura al pubblico finché la succeduta Soprintendenza di nuovo ordinamento ha ottenuto di poter gestire tutta l’area centrale della villa, circa 10.000 metri quadrati, recintarla, progettare d’ufficio le opere e di appaltarle con finanziamento del Ministero dei Beni Culturali di circa 800.000 euro. Risultato: Recinzione con pannelli di rete e pesanti cancelli, circa 200 metri lineari di viali di calcestruzzo larghi due metri con piazzole, da ambo i lati cinti da transenne di castagno, alterazione dei livelli dell’antico giardino con scavo del terreno soprastante la cisterna “Trentasei Colonne”, piazzale di accoglienza dominato da avveniristico wc ma per una sola persona, sostituzione della copertura sull’edificio ottagono con un’altra definitiva in putrelle di acciaio…Tutto questo quando prima ci si era limitati come si doveva alla terra battura e alle più invisibili soluzioni, ad una evoluzione di interventi e non ad una mediocre definitiva “musealizzazione”.
Devo subito dire che la critica ovviamente non è diretta all’impresa appaltatrice e direi neppure al progettista, ma di certo solo ed esclusivamente a chi e per conto della Soprintendenza con queste opere ha materializzato tutta la sua incompetenza e arrogante insensibilità verso l’area.
Tutto questo comunque non sarebbe potuto avvenire se l’Ente Parco avesse preteso il giusto orientamento e vigilato come si doveva sul suo istituto di prioritaria competenza. Pare invece, anzi è stato asserito, che il Parco si è limitato a consegnare l’area alla Soprintendenza e che in essa sono state ottimamente eseguite le opere che ne danno maggior lustro.
Se lo scopo dell’area protetta è quella di proteggere l’ambiente e di farne promozione, non so con quale giustificazione si potrà proporre la stesa di cemento al pubblico e alle scolaresche. Il solo rispetto della ‘filiera’ burocratica e le pretese competenze istituzionali non basteranno a giustificare questo danno di fronte all’opinione dei cittadini. Non creda chi ha responsabilità di seppellire questo abominio nella noncuranza generale e piuttosto si affretti a trovare un rimedio assolutamente imprescindibile, anche se costoso, di vero e proprio restauro ambientale.
Le immagini
Alcuni tratti di viali e piazzali di calcestruzzo, di “labirinti” staccionati e sconvolgimenti di livelli nella parte centrale della Villa di Mamurra afferente l’edificio ottagonale.
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