lunedì 15 novembre 2021
ANTONIO SICUREZZA ARTISTA POLIEDRICO
Antonio Sicurezza nato a Santa Maria Capua Vetere nel 1905, si trasferì a Formia in epoca prebellica dove ha insegnato materie artistiche in varie scuole ed esercitato la sua arte per quasi mezzo secolo.
In questi ultimi anni sono stati pubblicati numerosi libri che hanno evidenziato la sua arte nelle varie sfaccettature, ma nessuno di questi volumi ha descritto il suo talento come illustratore di cartoline.
Per colmare questa lacuna, vi propongo due rarissime cartoline illustrate da Antonio Sicurezza negli anni Trenta: la prima realizzata nel 1938 per conto della Colonia Estiva "Emilio Tonioli" di Formia e la seconda nel 1935 in occasione della "II Festa dell'Arancio".
lunedì 8 novembre 2021
IL TIRO A VOLO A FORMIA
Negli anni Trenta si svolgevano a Formia delle gare nazionali di Tiro a Volo.
Quelle di Formia erano delle manifestazioni di altissimo livello, e si svolgevano di domenica nel mese di agosto.
La “Perla del Tirreno” sapeva organizzare, curate dal Podestà dell'epoca Felice Tonetti, manifestazioni di grande successo di pubblico. Le gare erano patrocinate dalla F.I.T.A.V. (Federazione Italiana di Tiro a Volo).
Il campo di tiro era improvvisato nello specchio di mare di fronte alla Villa comunale, con una pedana rettilinea lunga circa 20 metri improvvisata sopra i resti delle piscine romana.
Nella foto la manifestazione svolta nel 1932.
mercoledì 3 novembre 2021
IL SEPOLCRO DI MARCO VITRUVIO A FORMIA
di Salvatore Ciccone
Nello studio dei cosiddetti Ninfei di Villa Caposele si è risaliti al loro criterio modulare strettamente correlato ai concetti della “symmetria” esposti da Vitruvio nel “De Architectura”, fino ad identificare di questi lo schema di riferimento nelle proporzioni dell’uomo nel cerchio e nel quadrato (vedi : https://www.facebook.com/ComeEriBellaFormia/posts/4598820153514868 e https://www.facebook.com/ComeEriBellaFormia/posts/4623912414338975 ) Le stringenti corrispondenze e l’età dei “ninfei” si possono ricondurre allo stesso Vitruvio, che è più probabilmente ritenuto originario di Formia anche per le numerose epigrafi e in particolare quella funeraria di un Marco Vitruvio: più volte menzionata dagli studiosi del passato, si trova riutilizzata nelle spalle del cinquecentesco ponte di Rialto, all’ingresso occidentale della città.
Queste indicazioni trovano convergenza nel 1997, dalla fortuita scoperta di un’area sepolcrale nella creazione di un passaggio attraverso un vecchio muro di contenimento sul tratto della via Appia (oggi via G. Paone) in località S. Remigio (km 140,500), in un contesto ricco e documentato di cui restano eminenti la Fontana Romana e un sepolcro a torretta ottagonale.
L’elemento resosi evidente nella sezione del dislivello, consisteva nel grosso nucleo cementizio di un monumento a pianta quadrangolare in origine rivestito in “opus quadratum” di pietra calcarea, recinto sul lato di campagna con un muro in “opus reticulatum”, similmente replicato sul lato occidentale per distinguere un altro ambito funerario: da questi muri derivava l’iniziale datazione alla prima età augustea.
Alla residuale scarsa consistenza architettonica, gli ambiti recintati, già in origine all’aperto, hanno invece restituito diverse olle cinerarie protette dal terreno con pance d’anfora capovolte, i cui puntali fungevano da segnacolo; dall’area relativa il monumento, in una seconda fase di scavo affioravano anche le inumazioni sovrapposte di un uomo, di una donna e di due bambini.
Rimandando allo specifico resoconto archeologico in bibliografia, i contenitori delle ceneri e gli elementi di corredo, balsamari, lucerne ecc., vanno dalla fine del I secolo a.C. al II d.C., congruenti a pezzi monetali, gli “oboli di Caronte”, di età giulio-claudia, flavia e di Adriano; reperti depositati ma non ancora esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Formia.
Grazie alla documentazione prodotta a metà Ottocento da Pasquale Mattej, ho potuto identificare nel monumento il sito di provenienza di alcune epigrafi relative la “gens Vitruvia”.
Un suo disegno ritrae il medesimo tratto viario presso un casolare, dove ora l’edificio si presenta nell’ampliamento degli anni 1920 (fig. 1). Vi evidenzia i resti di due monumenti funerari contigui, uno in “opus quadratum” ed uno in reticolato con cantoni a blocchetti di calcare e laterizio; di questo andato distrutto nell’apertura del passaggio, Mattej in altri appunti specifica l’incasso di una epigrafe e che dice essere stata quella rimossa alla fine del Settecento da Carlo Ligny principe di Caposele per collocarla nella sua collezione nella Villa sul litorale di Castellone, così riportata da Mommsen nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (X, 6143): Q . CISVITIVS . Q . L ./ PHILOMVSVS . MAIOR / Q . CISVITIVS . Q . L ./ PHILOMVSVS . MIN / M . VITRVVIVS . M . L / DEMETRIVS . ET / VITRVVIA . CHRESTE / M . VITRVVIVS . M . L / ARTEMA).
L’epigrafe menzionante alcuni liberti delle “gentes” Vitruvia e Cisuizia si trova inizialmente citata in una imperfetta trascrizione di Leandro Alberti nella sua “Descrittione di tutta Italia” edita a Bologna nel 1550: “Et prima si vede una tavola di marmo posta nelle mura di un nuovo edificio [il casolare ritratto dal Mattej], lunga piedi sei, e larga uno e mezo in due parti spezzata, in cui sono scritte queste parole. EX TESTAMENTO. M. Vitruvii Menpiliae hoc Monumentum. Her. E. N. M. Poi in un’altra tavola di quattro piedi per lato [quella già riprodotta]. Q. Cisuitius. Q. L. Philomusus an. Mor. Cisuitius. Q. L. Philomusus. M. N. M. Vitruvius. M. L. De. Vitruvius e Vitruviis Chreste. M. Vitruvius. S. M. L. Fratrem.”.
Dunque quella epigrafe si trovava accostata ad un’altra pure relativa la “gens Vitruvia”, quella appunto tra i blocchi reimpiegati per le spalle del ponte dell’Appia sul fossato di Rialto, 600 metri oltre verso Formia, costruito nel 1568 dal viceré di Napoli Don Perafan de Ribera, perciò dopo l’annotazione dell’Alberti ed evidentemente tratta da quel sepolcro in opera quadrata raffigurato da Mattej.
Così è nella trascrizione di Mommsen, con le parti visibili in grassetto (CIL X, 6190):
A) “M . VITRVVIVS (…)”, verificabile nella spalla sinistra e consiste nelle sole tre lettere RVV, alte cm. 24, con incisione accurata a sezione triangolare nel tipo della ‘capitale’ repubblicana con apicature di età augustea, distribuite nella metà superiore di un blocco di calcare locale alto cm 59,5 e lungo cm 63 (fig. 2);
B) “EX . TESTAMENTO arbitratu / M . VITRVVI . M . L . APELLAE . ET (…) / HOC . MONVMENTVM. HEREDEM non sequitur”, a lettere più piccole e posta di fronte, come annotato, ma risulta coperta da una moderna briglia cementizia.
Il testo concerne in sostanza il sepolcro di un Marco Vitruvio “dominus” erettogli da un suo liberto ed un altro personaggio, come nella traduzione in parte lacunosa: “Marco Vitruvio (…) / per volontà testamentaria / M. Vitruvio Apella liberto di Marco [e …] / questo monumento non seguito da eredi [fece]”.
L’epigrafe ha sempre suscitato l’attenzione degli studiosi per il l’omonimia del Marco Vitruvio con l’autore del “De Architettura”, ritenuto nativo di Formia per altre iscrizioni della “gens” ed anche per quel Marco Vitruvio Vacco di Fondi a capo della rivolta contro Roma nel 330 a.C.
Il sepolcro rimasto sempre relegato alla tradizione letteraria e l’epigrafe con proprio valore documentale, si identificavano ora con il monumento riaffiorato, in cui l’esclusione ad eredi del “sepulcrum” non impediva la deposizione delle spoglie di liberti all’intorno in riverente protezione dell’illustre “patronus”.
Alle acquisizioni archeologiche e all’identificazione topografica dei reperti epigrafici, ciò che resta del monumento solo apparentemente sembra non offrire appigli alla restituzione della sua forma. In realtà l’analisi costruttiva, metrologica e tipologica rendono fattibile un’ipotesi della sua architettura.
Il nucleo in “opus caementicium” di pietre calcaree si presenta a strati alti m 0,60 (2 piedi romani; 1 piede = m 0,2957), indicando la pari altezza degli elementi del rivestimento lapideo all’interno del quale si eseguivano i progressivi getti cementizi; i piani di ripresa, per assicurare coesione, sono cosparsi di scaglie minute derivate dalla lavorazione dei blocchi: queste indicazioni sono congruenti ai reperti documentati sotto il ponte.
Nella pianta lievemente sghemba, la forma del nucleo è composta di due parti sovrapposte con unico piano frontale (figg. 3, 4): quella inferiore come podio è rispetto alla via con il lato maggiore di circa m 5,50, verso l’interno m 5,30 e da alta mediamente circa m 2,15; quella superiore di m 3,90x3,50 è alta appena m. 0,60 con i due lati ortogonali alla via rientranti dal podio mediamente ad est di m 0,85 e ad ovest di m 0,75. Sul piano di queste rientranze e sui salienti del rialzo, rimangono sul conglomerato le impronte lasciate dalla parte sbozzata degli elementi lapidei, per il cui spoglio venne demolito parte del soprastante recinto reticolato. Pertanto il piano del podio era rivestito a pareggiare il rialzo con blocchi larghi circa m 0,60 posti trasversalmente, ma sul lato est alcuni vennero posizionati in senso longitudinale, penetrando il rialzo come a formare l’invito di una porta, proprio nella parte più ampia. Nella parte posteriore del medesimo rilevato resta l’impronta di un altro filare di elementi di minori dimensioni pure a pareggiare la sua sommità, mentre il resto a tergo compreso nel recinto è di solo terreno.
Queste particolarità e l’assenza di un elevato nucleo cementizio induce a ritenere la parte emergente e significativa del sepolcro realizzata in soli blocchi a comprendere una cella, come nel ricorrente modello dell’altare a fregio dorico, di contenute dimensioni e decisa caratterizzazione, introdotto dalla fine del II secolo a.C. Un pezzo di fregio dorico si trova riutilizzato capovolto nel ponte di Rialto (fig. 5) e presenta la consueta versione con triglifi in partiture orizzontali a incorniciare su un unico piano la metopa: questa reca un fiore, sulle diagonali con quattro foglie dagli apici ritorti al centro delle quali risalta un tortiglione che richiama il bocciolo delle viole, specifiche con le rose al culto funerario.
La forma in pianta della struttura comprensiva del recinto, considerando lo spessore dei blocchi mancanti sul fronte strada di due piedi, risulta un quadrato con lato di m 5,90 cioè 20 piedi, come le dimensioni di un’area sepolcrale scritte su un frammento di stele a sommità semicircolare murato sotto la vicina torretta ottagonale (CIL X, 6216) e forse appartenuta a quell’area.
Questa misura appare sostanziare la “symmetria” del monumento, tramite lo schema del teorema di Platone, con quadrati concentrici normali e ruotati a 45 gradi, verificato nella sala tetrastila in Villa Caposele, qui alternando cerchi tangenti ai quadrati vigendo tra essi il medesimo rapporto √2.
Considerando dunque il quadrato di 20 piedi del limite sepolcrale e il trascurabile scarto tra lo schema geometrico e le misure in piedi, il secondo quadrato immediatamente inferiore risulta di 14 piedi pari a m 4,14 rispondente alla parte rialzata sul podio reintegrata degli elementi lapidei a costituire lo zoccolo dell’altare (fig. 6, sotto dx); di questo pure lo spostamento funzionale verso il filo stradale e verso occidente è fatto in coincidenza delle linee del sistema geometrico (fig. 6, sotto sx). Il sovrapposto dado che realizzava il vano sepolcrale risulta essere stato all’esterno di 12 piedi (m 3,55) e all’interno di 8 (m 2,37).
Le altezze del monumento dovevano pure conformarsi al criterio e considerando che quella del podio doveva dipendere dal piano più antico dell’Appia, sottoposto al rifacimento pavimentale di Caracalla in basoli vulcanici (216 d.C.), essa risulta di 10 piedi (m 2,97), metà di quella fondamentale. Per quella complessiva, nella scala di rapporto è apparsa congrua la misura del quadrato di 28 piedi cioè m 8,28 immediatamente superiore a quello fondamentale, dei quali sono dell’altare 18 piedi oltre il podio, pari ad 1,5 volte il lato del dado (fig. 6, sopra).
Da ciò si può ricavare il modulo che deve necessariamente essere il divisore comune di 14-20-28, quindi di 2 piedi, dunque un modulo ‘bipedale’ confermato dalle dimensioni degli elementi lapidei, per il quale si giunge alla ripartizione in verticale di 5 moduli per il podio, 2 per lo zoccolo, 5 per il dado e ancora due per il coronamento. In tale suddivisione nella cella, la sezione semicircolare della volta certamente a padiglione, si trova sovrapposta ad un quadrato e perciò complessivamente di 12 piedi, 1,5 volte il lato interno e pari al lato esterno del dado.
La collocazione del fregio aggiunge nuove considerazioni (fig. 5). La metopa è larga cm 33, esattamente 18 dita, 1 dito = cm 1,85), il triglifo ricostituito di 15 dita, cm 28 perciò sulla larghezza del dado di 12 piedi si possono comprendere 6 triglifi e 5 metope: le cinque metope ammontano a 90 dita ed altrettante ne sommano i sei triglifi con una lunghezza complessiva di m 3,33 rivelando una intenzionale proporzione in difetto per permettere una rastremazione del dado: considerando il risalto dell’ornato di un dito, ammonta esattamente a 7 dita (cm 13) in meno per lato.
I numeri impiegati ricorrono in diverse scale di misura in corrispondenze ‘simmetriche’ come osservato nei cosiddetti Ninfei in Villa Caposele: 18 dita della metopa, decuplicata in 180 dita dell’intero fregio, con i 18 piedi di altezza dell’altare; la quota totale di rastremazione di 14 dita del dado con il lato dello zoccolo di 14 piedi. Inoltre si è già ravvisata una reiterazione di misure dall’orizzontale alla verticale, come i 14 piedi di base dell’altare con i 14 moduli dell’intera altezza del monumento, oppure l’ampiezza del dado di 12 piedi riportata sull’altezza della cella.
Nel modello restituito trovano pure congrua collocazione gli elementi iscritti. Indicativa è la parte “M.VITRVVIVS” che con un pur breve “cognomen” doveva essere lunga intorno a m 3, la cui posizione alta delle lettere nel blocco deve giustificarsi dall’impedimento visuale come una fascia di risalto del podio. In base ai vari esempi, come il coevo sepolcro di Eurisace o quello antecedente di Bibulo a Roma, il nome si colloca bene al centro dello zoccolo dell’altare, mentre la disposizione testamentaria è adeguata su detta fascia; anche la stele con le dimensioni dell’area sepolcrale si presta a concludere il recinto sul fronte stradale. Lo scomparso epigrafista Lidio Gasperini, mentre approva la ricostruzione del monumento, preferisce la soluzione dell’epigrafe titolare posta sul dado sotto il fregio e quella testamentaria sul limite inferiore del medesimo.
L’individuazione del criterio di “symmetria” anche se di estrema applicazione teorica, ha consentito in un ipotetico modello restitutivo del monumento di spiegare le peculiarità della struttura di scavo, di verificare l’attinenza degli elementi epigrafici e di quello ornamentale.
Resta aperto il problema dell’identità di questo Marco Vitruvio, già ritenuto possibile quello autore del “De Architectura” ed ora più probabile in concordanza alle indicazioni provenienti dal sepolcro, fatto questo di eccezionale significato tuttavia ancora misconosciuto insieme al misero resto e come il Ponte di Rialto con i suoi frammenti epigrafici, da nascondere piuttosto che riconoscervi un privilegio.
Bibliografia
Michela Nocita, La Gens Vitruvia e Formia: testimonianze epigrafiche e letterarie, “Formianum” V – 1997, Atti del Convegno di Studi sull’antico territorio di Formia, Marina di Minturno 2000, pp. 117 segg.
Nicoletta Cassieri, Nuove acquisizioni sul culto funerario nel Lazio meridionale: un sepolcro lungo l’Appia a Formia e un sarcofago cristiano a Fondi, “Formianum” VI – 1998, supra 2002, p.33 segg.
Salvatore Ciccone, Il sepolcro formiano di Marco Vitruvio, “Formianum” VII-1999, supra 2007, p.47 segg.
Aa. Vv., Vitruvio opera e documenti, “Formianum” VIII-2000, supra 2009.
giovedì 28 ottobre 2021
ULTERIORI ANNOTAZIONI AI COSIDDETTI NINFEI DI VILLA CAPOSELE
Salvatore Ciccone
L’esigenza di queste pagine di esporre in forma divulgativa un argomento vasto e complesso come quello dei cosiddetti Ninfei di Villa Caposele (vedi il post di queste pagine del 20 ottobre scorso : https://www.facebook.com/ComeEriBellaFormia/posts/4598820153514868), ha dovuto ricorrere ad una semplificazione dei concetti come delle immagini. Visto l’interesse suscitato dalla trattazione precedentemente pubblicata, si crede opportuno fare qualche precisazione su alcune particolarità architettoniche delle due sale colonnate ad uso di triclinio ossia ‘oeci’.
Nella sala quadrata ‘tetrastila’, merita di essere considerato nella ulteriore immagine (fig. 1) il muro prominente orientale prossimo alla colonna originaria nel quale si apriva, verso un ambiente contiguo, un largo passaggio quadrangolare definito da architrave a piattabanda con soprastante arco di scarico, quest’ultimo residuato e tutto murato nell’Ottocento. La curiosità sta nel fatto che il passaggio si trova decentrato rispetto alle due colonne e cioè verso il fondo (fig. 3 a dx): entrando dal davanti esso si sarebbe veduto per intero, come anche provenendo dall’ambiente laterale avrebbe consentito una visione articolata della sala colonnata; accorgimenti anche in relazione alle dimensioni stesse del passaggio che ad una altezza di 8 piedi (m. 2,36) ha assegnata una larghezza di 9 piedi (m. 2,66) per restituire una immagine circa quadrata del varco.
Non è possibile sapere se pari passaggio fosse praticato nel muro opposto, visto che era completamente crollato e ricostruito nell’Ottocento, ma è probabile che attraverso l’apertura documentata la visuale fosse indirizzata verso un elemento scultoreo. A questa funzione si riconducono le “ambulationes” citate da Vitruvio (“De Architectura” VII, 5, 2) come luogo espositivo di cicli pittorici quando non di sculture relativi la Guerra di Troia o le gesta di Ulisse. Ciò è tanto più rimarchevole se si considerano altre sale prossime provviste o documentate con nicchia semicircolare di fondo, questo nel contesto paesaggistico di Formia evocante i mitici Lestrigoni e del promontorio destinato alla sepoltura di “Caieta”, la nutrice di Enea.
Si è già puntualizzato sulla destinazione generale delle stanze comprese tra i due ‘oeci’, tetrastilo e corinzio, senza dubbio termale dai vari indizi e osservazioni tramandate, tipologicamente calzante con la contiguità ai triclini. Nella duplice linea di stanze interposte, quella centrale delle tre posteriori, si aggiunge l’immagine sulla volta a botte (fig. 2) del residuo del rivestimento decorativo in stucco ‘strigilato’, con scanalature replicanti la curvatura. È questo un espediente tipico degli ambienti caldo-umidi per evitare il gocciolamento dell’umidità di condensa favorendone lo scorrimento lungo i lati e sulle pareti, di pari provvisto di forte risoluzione decorativa in questo caso forse risalente ad una successiva fase manutentiva; similare e integralmente conservato è nell’ambiente del “balneum” nelle sale voltate del vicino ambito delle cosiddette “Grotte di Cicerone” (fig. 3).
Riguardo agli alzati delle due sale si aggiungono le sezioni (figg. 4, 5) nelle quali, nel tangibile criterio modulare ampiamente esposto, si possono osservare le collimazioni geometriche nel riporto delle dimensioni delle parti tramite archi di cerchio.
Una curiosità che non trovava spiegazioni all’atto del rilievo, si presenta nell’oece corinzio nella diversa altezza delle navatelle laterali al colmo delle volte. Questa nella sezione (fig. 5 in alto a sx) si dimostra relazionata alla nicchia comprendente la vasca sorgiva, poiché è di poco decentrata per aumentare l’ampiezza dell’adito dell’antica scala per il piano superiore: delle navate si riportò la distanza dal centro della nicchia come altezze, come evidentemente indicato nel progetto, ma confondendoli coi riferimenti reali corretti in corso d’opera, risultando così difformi. Questa circostanza dà certezza sui metodi di progettazione e messa in opera, suscettibili di aggiustamenti e tollerabili errori: al rigoroso e occulto criterio a base della perfezione dell’opera, è un errore che a distanza di millenni ne restituisce la dimensione della più modesta ma vitale identità umana.
Nelle immagini: Oece tetrastilo, vista del muro orientale con l’accesso murato; Ambiente tra i due oeci, volta con residuo di rivestimento a stucco ‘strigilato’; Volta ‘strigilata’ nel “balneum” nell’ambito delle cosiddette “Grotte di Cicerone”; Sezioni parzialmente restitutive dell’oece tetrastilo, trasversale a sx, longitudinale a dx; Sezioni parzialmente restitutive dell’oece corinzio, trasversale verso il fondo in alto a sx e verso l’ingresso a dx, longitudinale sotto.
mercoledì 20 ottobre 2021
TRACCE DI VITRUVIO A FORMIA: I COSIDDETTI NINFEI DI VILLA CAPOSELE
di Salvatore Ciccone
Nello studio personale di alcuni monumenti d’epoca romana di Formia si è voluto risalire al criterio geometrico-matematico della “symmetria”, che tramite il modulo regola in una costruzione la misura di ogni singola parte in corrispondenza al suo insieme. Questo procedimento è reiterato dall’architetto Vitruvio nel suo trattato scritto per Ottaviano Augusto e teorizzato nelle proporzioni dell’uomo nel quadrato e nel cerchio di cui si ha l’emblematico disegno di Leonardo da Vinci, tanto abusato oggi e coniato sulle monete da 1 euro; all’opera di Vitruvio infatti si ricondussero gli artefici del Rinascimento che cercarono di carpire dalle costruzioni romane le formule per riprodurne la magnificenza.
L’intento attuale è quello di ‘vedere’ un edificio dalla parte di chi l’ha concepito ripercorrendone il processo concettuale verso una appropriata interpretazione. Maggiori riscontri oggettivi e con il “De Architectura” di Vitruvio risultano in due originali sale tra i resti di una vasta residenza romana compresa nella cinquecentesca Villa Caposele, divenuta nel 1852 residenza privata di re Ferdinando II di Borbone, oggi proprietà Rubino (fig. 1).
Queste sale articolate da colonne di sostegno alle volte si distinguono nell’uniforme successione di concamerazioni di una terrazza artificiale: ciascuna ha sul fondo un vano a nicchia con fonte sorgiva e per questo semplicisticamente ricondotte al tipo dei ninfei.
Il complesso edificato ha muri in prevalente opus quasi “reticulatu”m collocabile al 50 prima di Cristo. Esso ricalca i piedi di un’originaria rupe alta circa 20 metri coronata dalle mura poligonali della città, sotto la quale scaturisce la sorgente. Le due sale, con comune fronte rettilinea, affacciavano a circa due metri dal livello del mare su una vasta peschiera, i cui resti furono interrati dai Borbone per la creazione di un ampio giardino; maggiore visuale degli specchi marini e del panorama si aveva dal piano superiore ad uso residenziale in seguito ridotto in orto pensile ed elevato di circa m. 7,50.
Il cosiddetto “ninfeo minore” (fig.2) ha pianta impostata sul quadrato, in un ambiente principale rimarcato da quattro colonne doriche semplificate e in un vano con fontana. È in parte ricostruzione dei Borbone da un’unica colonna superstite e dai resti di voltine a botte perimetrali, come si rileva in alcune precedenti illustrazioni, dalla quale si risalì all’ardita soluzione di lunghe piattabande di sostegno ad una volta centrale a padiglione.
Tre elementi originali della sala hanno diverse tecniche murarie non attribuibili ad interventi successivi, ma a specifiche esigenze costruttive: il muro di fondo e la nicchia di contenimento del terreno in più resistente “opus incertum” di grosse pietre irregolari; i muri isolati di contenuto spessore in “opus quasi reticulatum” a piccoli elementi tronco-piramidali; le colonne di maggiore compattezza in “opus testaceum” con settori di tegole, ugualmente alle piattabande intersecate sulle colonne e incastrate nelle pareti come travatura lignea.
La decorazione generale con pietre spugnose richiama una grotta, impreziosita nella volta a botte della nicchia con scomparti a sassolini, conchiglie e paste vitree, mentre le pareti a stucco riproducono un motivo architettonico con porte; sulla colonna un residuo di mosaico a riquadri rivela come subordinasse la struttura.
Il cosiddetto “ninfeo maggiore” (fig. 3) ha pianta sviluppata in forme rettangolari e volte a botte, con sala aumentata su ambo i lati da navate distinte con quattro colonne doriche di pietra a stucco sostenenti la più ampia volta centrale cadenzata da lacunari; il fondo ha un vano occupato da fonte in vasca e decorato con pitture egittizzanti (III stile) e all’opposto si allunga quello di accesso dall’esterno. Il pavimento è in mosaico ‘a canestro’ bianco punteggiato di marmi policromi, al cui centro si trova una vasca di “impluvium” corrispondente all’apertura a “compluvium” che esisteva nella volta originaria. Lo spiraglio venne meno con la ricostruzione di una nuova volta eseguita dai Borbone, facendo perdere i giochi di luci ed ombre nei risalti delle membrature come appare nelle illustrazioni, e di pari la ventilazione ascensionale a temperare l’ambiente insieme all’acqua sorgiva.
Tra le due sale colonnate, una volta mostra i resti di intonaco a scanalature, ‘strigilato’, funzionale negli ambienti termali caldo-umidi per convogliare l’acqua di condensa. Ciò richiama l’abbinamento usuale di “balneum” e “triclinium” o sala da pranzo, questa che nello sviluppo a colonne si definiva “oecus”, dal greco “oikos”, casa: Vitruvio (VI, 3, 9) classifica il tipo tetrastilo, corinzio ed egizio, che si confrontano con il nucleo della casa di rango romana, di quella greca corinzia e di quella egizia.
Il “ninfeo maggiore” risalta a confronto dell’espressione figurativa data Vitruvio all’oece corinzio (VI, 3, 9): “I corinzi hanno le colonne che posano su di un podio o a terra, e sopra hanno epistili e cornici o in opera nella muratura o di stucco, di poi sopra le cornici, dei lacunari curvi che girano interrotti alle reni”; in quest’ultima espressione, “curva lacunaria ad circinum delumbata” è implicita una copertura cementizia, poiché le reni in una volta a pieno centro sono la parte poco superiore al piano d’imposta che non genera spinte laterali, queste più sopra ridotte dall’alleggerimento della struttura a lacunari.
Dunque le due sale colonnate si devono propriamente riferire ad oeci, pure adeguatamente contestuali ad una fontana: il “ninfeo minore” al tipo tetrastilo, il “ninfeo maggiore” al tipo corinzio; così come nella trattazione vitruviana risaltano complementari a Formia.
Nella ricerca delle proporzioni si acquisiscono maggiori evidenze sul genere delle due sale.
L’oece tetrastilo ha la pianta inscritta in un quadrato che comprende lo spessore del muro frontale, come pura quadrata è la nicchia (fig. 4). Da ciò si individua il criterio proporzionale in una serie di quadrati concentrici determinati dalle rispettive diagonali e originata dal teorema di Platone tramandato da Vitruvio (IX, pref., 4-5): il quadrato principale della sala, scandito da quattro moduli di 6,25 piedi (1 piede m. 0,2957), trova nella serie concentrica inferiore il quadrato della nicchia di lato due moduli, fatto che conferma l’omogeneità costruttiva dell’insieme. Inoltre la misura del singolo modulo si può tradurre in 25 palmi (1 palmo = m 0,074), numero in piedi del quadrato maggiore ad evidenziare il ricercato gioco delle corrispondenze simmetriche.
L’alzato trova riscontro alle regole stabilite da Vitruvio. Per la colonna di ordine dorico altezza 14 volte il raggio di base (IV, 3, 4): qui a capitello semplificato, corrisponde in m. 4,14 su raggio di 1 piede. Per gli oeci tetrastili quadrati, altezza pari alla somma della larghezza con la sua metà (VI, 3, 8): la dimensione presa tra i limiti interni delle colonne dà m. 5,85 in difetto di appena 15 centimetri, ma rispetto alla volta ricostruita.
Dell’oece corinzio, la pianta risulta composta di tre rettangoli nella medesima proporzione scandita da un segmento di 7,5 piedi, in quella maggiore in cinque parti e sulla larghezza in quattro (fig. 5). Anche in questo caso, nel gioco delle corrispondenze simmetriche, la misura tradotta in palmi ne dà 30 che è il numero in piedi della lunghezza della sala colonnata: in questo segmento si deve perciò individuare il modulo che nel rettangolo maggiore stabilisce una comune proporzione di 5:4. Inoltre la lunghezza del rettangolo minore e la larghezza di quello maggiore collimano le dimensioni della fauce d’ingresso della sala in rapporto 1:2 indicata per i triclini, palesando l’origine dell’elaborazione. Il modulo poi decuplicato collima la lunghezza totale della sala di 75 piedi o 300 palmi, mentre la larghezza massima tra le pareti delle navate è di 37,5 piedi, o 150 palmi, quindi rispettivamente di moduli 10 e 5 ribadendo il rapporto 1:2 dei triclini.
Da ciò risalta come lunghezza totale dell’oece tetrastilo è la metà di quello corinzio, di 37,5 piedi o 150 palmi, dimostrando l’unità progettuale delle due sale.
Anche nell’oece corinzio l’altezza confronta la proporzione prescritta da Vitruvio per i triclini, media della somma tra lunghezza e larghezza, qui da interpretare in presenza delle colonne; pertanto nel rapporto 1:2 della pianta si considera la lunghezza effettiva di piedi 30 e come larghezza la sua metà, risultando dall’operazione 3 moduli pari a 22,5 piedi (m. 6,65), in altezza coincidente al fondo dei lacunari quale parte effettiva di copertura.
La ragione del modulo di 7,5 piedi nel rapporto 5:4 nei rettangoli della pianta, trova spiegazione se la misura viene tradotta con il diretto multiplo del piede che è il cubito pari a 1,5 piedi (m. 0,445) e che ne assomma appunto 5; se poi anche il numero 4 del rapporto si considera in cubiti esso è pari a 6 piedi. Da ciò la stessa quantità del modulo di 7,5 risulta connaturata nel rapporto 5:4 con il quoziente 1,25 moltiplicato 6, oppure 6 e ¼.
Vitruvio (III, 1, 1-9) in argomento alle proporzioni degli edifici assimilate al corpo umano fa corrispondere l’altezza e la larghezza con le braccia distese ad un quadrato proprio di 6 piedi di lato; inoltre inscrive il corpo in un cerchio con centro nell’ombelico a toccare le estremità degli arti divaricati, cerchio di cui non dà una dimensione. Ipotizzando per esso il diametro di 7,5 piedi e cioè 5 cubiti, si confronta la collimazione assegnata alle membra rispetto al cerchio e il medesimo tangente la base del quadrato toccare i due angoli opposti, configurando uno schema di “symmetria” che individua il modulo e tutto dimensionato dal cubito (fig. 6): lo stesso cubito che è composto di 6 palmi è ‘simmetrico’ al numero di piedi dell’altezza dell’uomo; dell’effettività dello schema ne è prova il fatto che in esso si inscrive perfettamente la pianta e ne collimano i punti principali.
Dunque l’individuazione del criterio proporzionale dell’oece corinzio di Formia si ricondurrebbe all’autentico schema geometrico dell’uomo vitruviano, che sicuramente non può corrispondere a quello celebre di Leonardo basato su numeri irrazionali, a decimali infiniti, non modulabili nell’Antichità e non confrontabili all’allora sistema di misura.
Lo schema deve originarsi dal teorema di Platone utilizzato nell’oece tetrastilo anche in virtù della complementarietà con l’oece corinzio. Infatti dalla serie concentrica di quadrati si raggiunge una “sezione aurea” che determina il raggio del cerchio e perciò un “rettagolo aureo” compreso tra il suo centro e il lato tangente del quadrato (fig. 7); Il rapporto tra il lato maggiore e quello minore del rettangolo è di 8:5 il cui quoziente 1,6 esprime in numeri naturali la “sezione aurea”, dai moderni derivata da un’equazione di secondo grado con numero irrazionale 1,618…all’infinito.
Questo rapporto che risale ai Pitagorici è descritto da Euclide di Alessandria nel VI libro degli “Elementi”. Curiosamente Vitruvio non cita questa proporzione né Euclide, bensì il maestro di costui, Platone, cosa che fa ritenere una reale attribuzione da fonti perdute piuttosto di una improbabile ignoranza o trascuratezza dell’architetto.
La decifrazione architettonica dei due oeci trova così nell’opera di Vitruvio una stringente serie di correlazioni intrinseche nei concetti della simmetria fino ad identificare lo schema di riferimento basato sul corpo umano; inoltre ha consentito verifiche e una innovativa interpretazione della sua perduta basilica a Fano, secondo la somiglianza da egli stesso riferita tra oeci corinzi e egizi e le basiliche.
Queste circostanze che si possono ricondurre ad un medesimo autore, si rafforzano nel fatto che Formia è considerata la più probabile patria del celebre architetto anche nel numero e contenuto delle epigrafi della “gens Vitruvia”: quella celebre è di un Marco Vitruvio, proveniente da un sepolcro d’età augustea recentemente scavato sulla via Appia. Pertanto questi oeci, architettonicamente già riconosciuti basilari ed ora di tangibile correlazione alla sua opera, si presentano eccezionali come documenti di riferimento e risorsa culturale della Città.
Per un’ampia bibliografia sull’argomento: S. Ciccone, Sale con volte su colonne al tempo di Vitruvio: gli esempi originali di Formia, “Formianum” VI-1998, Marina di Minturno 2002, pp. 11-29; Aa. Vv., Vitruvio opera e documenti, “Formianum” VIII-2000, Marina di Minturno 2009. Una sintesi più recente dello stesso autore è nella rivista “Lazio ieri e oggi”, anno LV, n. 7-9, 2019, pp. 250-56.
Nelle immagini: veduta verso settentrione della Villa Caposele dal porto omonimo; planimetria dell’area archeologica: nella linea rossa la sostruzione voltata; A – “ninfeo maggiore”; B – “ninfeo; minore”; il “ninfeo minore”, propriamente oece tetrastilo, nella parziale ricostruzione borbonica: sul fondo a destra la colonna e parte delle volte originali come si vede nella antecedente illustrazione di Pasquale Mattej (“Poliorama pittoresco”, IX -1845); il “ninfeo maggiore”, propriamente oece corinzio, con la volta centrale ricostruita dai Borbone e precedentemente con gli effetti di luce dall’originario “compluvium”, nell’incisione di Luigi Rossini (Viaggio pittoresco da Roma a Napoli, Roma 1839); pianta dell’oece tetrastilo basata sullo schema di simmetria dal teorema di Platone, a destra (Ciccone 1998); pianta dell’oece corinzio con a destra il diagramma dei rettangoli costituenti in cui si individua il modulo (Ciccone 1998); schema di “symmetria” vitruviano del corpo umano commisurato al piede (B) e al cubito (A), nel quale si inscrive e coincide la pianta dell’oece corinzio (Ciccone 1998-2000); genesi dello schema di “symmetria” vitruviano (Ciccone 2017): 1 - in rosso, il rettangolo aureo; (2) schema del teorema di Platone, con raggio del cerchio da “sezione aurea”; (3) sovrapponibilità dei due schemi.
martedì 12 ottobre 2021
STANCHI IN FORMIA LA SERA AVEMMO ALBERGO
“In Mamurranum lassi deide urbe manemus - Stanchi in Formia la sera avemmo albergo”.
La bellissima incisione, porta in basso questa didascalia ed è tratta dall'opera "Quinti Horatii Flacci Satyrarum libri I Satyra V", volume edito a Roma dal De Romanis nel 1816. Furono pubblicate due edizioni nel medesimo anno, la prima stampata in 150 copie e la seconda in 200, curate dalla duchessa Elisabetta di Devonshire, generosissima mecenate di artisti tra i cui lo scultore Antonio Canova. Nel frontespizio dell'opera primeggia la scritta: "immagini fedelmente ritratte su li luoghi stessi nel loro stato attuale". Nel volume sono raffiguranti i principali luoghi sulla via Appia tra Roma e Brindisi. La duchessa di Devonshire fece distruggere 90 copie della prima edizione per aumentarne la rarità. L'incisione da lastra di rame è opera del valente incisore Achille Parboni e raffigura il mausoleo di Marco Tullio Cicerone, lungo la via Appia all'ingresso di Formia. Interessante notare la scritta Formia, anche se nel 1816 tale toponimo era scomparso e la città era conosciuta come Mola di Gaeta.
sabato 9 ottobre 2021
LA STRAGE DI TRIVIO DEL NOVEMBRE 1943: UNA NUOVA TESTIMONIANZA “ESTERNA”
di Pier Giacomo Sottoriva
Il 26 novembre del 1943 veniva consumata sulla montagna di Formia quella che ormai viene comunemente chiamata “strage della Costarella”.
Vi rimasero uccisi otto uomini che avevano tentato di sottrarsi al reclutamento obbligatorio della Flak, fuggendo sull’erta alle spalle di Trivio e Maranola Inseguiti, catturati e radunati su uno slargo gli otto sfortunati fuggitivi vennero assassinati a colpi di mitraglietta. Circa l’unità germanica che si rese responsabile della strage, lo storico tedesco Lutz Klinkhammer, dell’Ufficio Storico Germanico di Roma ritiene, consultando il data base dell’Istituto, che a sparare furono i soldati della Wehrmacht e non le SS (almeno per una volta). Klinkhammer, in una lettera a Lorenzo Tonioli , scrive testualmente: “ Il database dell’Istituto sulla presenza militare
tedesca in Italia non è completo, però mi sembra abbastanza improbabile una presenza (a Formia e Trivio, n.d.r.) delle SS armate, visto che la banca dati registra non solo la 1a Batteria del 49° Reggimento Flak e la 90ma divisione granatieri corazzati, ma soprattutto la 94ma divisione di fanteria che era presente anche a Trivio e a Maranola. Quindi mi pare abbastanza plausibile che fosse quella unità (la 94°, n.d.r.) ad effettuare il rastrellamento degli uomini da adibire al lavoro coatto in Germania e la conseguente strage di quelli che cercarono di sfuggire all’arresto”.
Acquisite ormai queste notizie, è capitato, sempre grazie a Lorenzo Tonioli, di imbattersi in un articolo sul giornale “Il Quotidiano” del 19 settembre scorso, che racconta di un marinaio italiano che ebbe a trovarsi sbandato subito dopo l’8 settembre 1943 (proclamazione dell’armistizio dell’Italia con le Forze Alleate). Si tratta di Nicola Chiusano, nato a Montella (Avellino), che fu partecipe di diverse disavventure post-armistizio, e che fu testimone di diversi avvenimenti. Chiusano è morto nel 2013, ma ha avuto il tempo anche di ricordare di essere stato presente alla strage di Trivio (Formia) o della Costarella, di cui ricorda tutti i nomi degli assassinati. Nella
sua marcia di avvicinamento al suo paese, Montella, l’irpino reca sostanzialmente questa testimonianza, ma essa vale – se pure ce ne fosse stato bisogno – a confermare con gli occhi di un “esterno” la effettività dell’eccidio strage e delle circostanze in cui esso maturò, al di là e al di fuori di eventuali (e mai dimostrate) esagerazioni o di equivoci sulle cause. La testimonianza riportata da “Il Quotidiano” proviene dall’Archivio storico di Benedetto Petrone, tale riportato dal giornale.
Nella foto il monumento che ricorda la strage.
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