martedì 14 giugno 2022
IL TEATRO DI CASTELLONE AL CANCELLO
A non tutti è noto il perché l’area archeologica del rione Castellone, dove insiste un antico teatro, viene chiamata “gliu canciegl’ – il cancello”. Una risposta ce la fornisce Pasquale Mattej con questo suo scritto : “… E poiché di balaustre di legno fu recinta una cappelluccia qui esistita con l'immagine del Santo dipinta con grossolani colori a quel sito fu dato il nome Cancello, che tuttavia rimane nei paesani riconosciuto al portone ...” Nell’anno 303, qui si ritiene sia stato martirizzato il Santo Patrono Erasmo.
A dicembre del 1977 il Centro Studi “Pasquale Mattej”, realizzò presso la Grafica D’Arco, una “Guida per il turista e lo studioso in cerca di antiche testimonianze - FORMIA ARCHEOLOGICA”, forse l’unica vera e completa guida turistica che Formia abbia mai avuto.
Uno dei componenti del Centro Studi era il prof. Giovanni Ciccone che così descrive il Teatro:
“Ad occidente dell'Arce "Castellone” all'inizio di via Gradoni del Duomo, salendo, a sinistra, vi sono i ruderi dell'antico teatro ora inglobati in costruzioni che risalgono al secolo XVII.
Si entra nell'area della fabbrica attraverso un portone bugnato “Il Cancello" e, nella piazzetta al limite del vicolo, si può osservare come gli edifici seguono la curva di una parte della cavea. La piazzetta occupa l'area dell'orchestra, al di là vi erano il proscenio e la scena.
Il rudere se venisse liberato offrirebbe ancora molto dell'antico teatro che per dimensioni e forme non doveva differire da quello oggi restaurato a Minturno.
Sono da notare i muri radiali della cavea sporgenti dalle costruzioni e i locali terranei, ambienti di passaggio e di sostruzione dell'antico complesso.
Esiste a Formia anche un Anfiteatro, ma anche questo edificio non è stato ancora portato alla luce. Quest'opera restaurata, darebbe da sola motivo di richiamo turistico ripristinandone la funzione per la rappresentazione di spettacoli vari.
Un'epigrafe, n. 6090 del C.I.L. ci dice che a Formia furono dati dei ludi gladiatorii; questi spettacoli erano una prerogativa degli anfiteatri.
Il Capaccio nella sua Historia Neapolitana p. 617 ci dice di aver visto a Formia i ruderi di un anfiteatro. Fu solo quando si eseguirono per il Comune delle fotografie aeree che il podestà F. Tonetti individuò l'anfiteatro nella zona di Conca nel rione Mola. Furono eseguiti dei sondaggi e si costatò che tutto l'edificio, di forma ellissoidale, ha come asse maggiore un'ampiezza di m. 90 circa.
I ruderi di parte delle scalee si possono oggi scorgere al limite della via XX Settembre.”
Nell’immagine l’edificio del secolo XVII sui resti del teatro, fotografia a corredo dello scritto del prof. Giovanni Ciccone.
venerdì 13 maggio 2022
martedì 10 maggio 2022
IL RITORNO DEL CONVEGNO "FORMIANUM"
La presentazione degli Atti del Convegno “Formianum” avutasi la mattina di giovedì 17 marzo scorso in seno alla mostra d’arte organizzata dal salotto culturale Koiné, ha avuto un imprevedibile seguito di pubblico: al limite della capienza ammissibile la Sala Franco Miele del Castello di Mola e, spiacevolmente, molte persone rimaste fuori.
Questo ha smentito le perplessità espresse riguardo al giorno e all’orario, non di meno dell’opportunità stessa della manifestazione a vent’anni dal Convegno, considerando cioè alla stregua dell’imperante consumismo contributi di invariabile validità per la conoscenza del patrimonio storico: per questo c’è stato ampio consenso al recupero e riproposizione del lavoro compiuto proprio in un momento di estrema afflizione e di possibile disinteresse.
Infatti la terribile situazione pandemica, che ha obbligato tutti a vivere più intensamente la propria realtà interiore, ha invece acceso il maggior interesse verso la memoria storica e allo stesso passato Convegno, nel generale desiderio di riprendere la vita sociale, di ritornare a quella normalità prima ritenuta scontata.
L’esposizione degli argomenti pubblicati nel IX volume si è concentrata sull’intervento di soli tre autori: lo scrivente, sulla interpretazione architettonica della Tomba di Cicerone e di quella della Villa di Tiberio a Sperlonga; di Nicoletta Cassieri, sulle testimonianze archeologiche nel territorio di Gaeta, già dell’antica Formia; di Mariano Ferligoi, sull’evoluzione del Castello di Mola tanto più significativa nel medesimo contesto.
L’estensione territoriale degli argomenti è caratteristica nell’evolversi del “Formianum” che nella IX edizione del 2001 ha contemplato il Lazio meridionale da Fondi a Sperlonga, Formia e Gaeta, Minturno, Cassino. Per questo motivo, a risarcire il ritardo notevole della pubblicazione, si è annunziata una serie di presentazioni con interventi nei territori considerati.
Ora è la volta di Fondi, contestuale ad un convegno dedicato all’antico territorio di questa città e che si terrà sabato 14 maggio dalle ore 9,30 alle 12,30 indetto dal Museo Civico presso il Castello Baronale, con il programma illustrato nella allegata locandina. Infatti questa istituzione ha mostrato interesse verso tre contributi, quello di Massimiliano Di Fazio, sull’antico insediamento urbano, di Adelina Arnaldi sulle istituzioni pubbliche, quindi dello scrivente, sulla nuova interpretazione dell’allestimento architettonico- scultoreo della Grotta di Tiberio; perciò dedicando un apposito capitolo dedicato agli Atti del “Formianum” che occuperà la prima parte dell’incontro.
Come è stato annunziato nella prima presentazione formiana, si sta progettando una ripresa del Convegno “Formianum” in una rinnovata serie, questo perché da tempo auspicata dagli studiosi e dal pubblico di cultori ed appassionati, oggi ancora più motivatamente in assenza di pari iniziative che abbiano come obiettivo la conoscenza delle risorse culturali del Lazio meridionale, di promuoverne una sentita appartenenza nell’incontro tra i cittadini e le istituzioni preposte.
Salvatore Ciccone
Curatore di “Formianum”
lunedì 2 maggio 2022
LA PIAZZA DELLA VITTORIA: MONUMENTO SOPRANAZIONALE -
di Salvatore Ciccone
Tra Ottocento e Novecento Formia va assumendo una vera forma urbana attraverso una maglia di saldatura tra i due rioni di Castellone e Mola, il cui asse portante è costituito dalla nuova via Vitruvio con baricentro il Palazzo Municipale, situato nell’incrocio ideale tra le coeve infrastrutture della linea ferroviaria e il porto.
In un primo tempo la moderna carrozzabile, realizzata nel decennio 1880, sostituiva il tratto della via Appia antica (via Ferdinando Lavanga) particolarmente angusto a Caposelice: scendeva a lato della piazza-sagrato di Santa Teresa per poi svoltare sul rettilineo parallelo al mare raccordato in curva alla Spiaggia di Mola (Largo Domenico Paone). Nel tracciato si venne a separare l’orto già di pertinenza del settecentesco cenobio carmelitano di Santa Teresa: l’edificio risultava ampliato verso il lato mare dall’adattamento in Caserma voluto a metà Ottocento dal Ferdinando II di Borbone re delle Due Sicilie; era contestuale all’altra caserma eretta nel monastero di S. Erasmo, collegate da una circonvallazione militare che aggirava Castellone, dalla via Appia di Rialto alla piazza della chiesa. Dunque la porzione di terreno alberato separata dall’edificio borbonico, dilatava la via con affaccio su una suggestiva ansa di mare; l’accesso del Municipio rimaneva comunque nella piazza interna.
Quando nel 1920-21 si realizzerà il secondo tronco di via Vitruvio, proseguendo il rettilineo fino a Rialto, in ulteriore sostituzione dell’antico tracciato dell'Appia (via Rubino), l’area di prospetto al Palazzo Municipale si afferma a rappresentare la funzione pubblica, assumendo il nome di “Piazza delle Saline”, corrottamente riferito alla sottostante costa di Sarìnola, dove si stava apprestando la costruzione del braccio di porto.
Contestualmente un'altra piazza venne creata in corrispondenza di Castellone, dapprima intitolata al "Risorgimento di Formia", in seguito a Pasquale Mattej, allorché il nome venne passato ad una ulteriore nuova piazza, termine del tratto realizzato sullo scorcio degli anni 1920 (via Emanuele Filiberto) sostitutivo al budello del Borgo di Mola: quel nome venne relazionato all’ingresso in quel luogo delle truppe del nuovo regno d’Italia nel 1860.
Sul Lato occidentale della Piazza delle Saline si edificò un imponente istituto scolastico fino al massimo grado di Liceo Ginnasio, progettato dall’ingegnere Vittorio Pino di Roma; dalla parte opposta venne eretto il Grand Hotel, rimasto fino agli anni 1980.
Sul quadrilatero della piazza si riconfigurava una facciata funzionale al Palazzo Municipale
e in asse al centro si andava costruendo il Monumento ai Caduti, in un progetto unitario che coniugava uno spazio adeguato alle adunanze pubbliche con la gradevolezza di un giardino accresciuto dal fascino dell’orizzonte marino: pianta a croce con quattro spaziose aiuole quadrilunghe a comprendere ampi bracci convergenti centralmente sul monumento, collegati sul perimetro ad un viale panoramico e al fronte di via Vitruvio, sul quale, a sottolineare gli scopi ed i contenuti del nuovo spazio civico, si cadenzarono i piedistalli con dediche onorarie, pertinenti le statue di personaggi pubblici, nel frattempo affiorati dall'antico Foro durante la realizzazione della coeva piazza poi Mattej.
il Monumento ai Caduti, contornato da un'aiuola recintata da cippi con catene d’ancora, si presentava con un alto basamento rastremato a pianta quadrata raccordato a terra da gradini e coronato con un fregio di alternate baionette, fiammeggianti bombe e corone di alloro; sopra, l’alta statua di bronzo di un Fante slanciato a petto nudo con le braccia alzate verso il corso e il Municipio, nell'estremo sacrificio per la patria; il tutto alto circa sette metri. Sul medesimo prospetto del basamento si modellava da un cantone una figura femminile in altorilievo avvolta in un morbido panneggio, con un braccio a tendere un ramo di quercia simbolo di vigore sopra la dedica ai Caduti, mentre con l'altro trattiene dietro la schiena la palma della vittoria, ribadita da quelle in origine piantate agli angoli del monumento: la scultura in effetti personificava la Vittoria, magnificamente caratterizzata da ali alle tempie, nell’acconciatura con i capelli divisi nel mezzo e trattenuti con una fascia sulla fronte secondo l’innovativo uso dell'epoca.
Sugli altri lati del basamento ricorre la lista coi nomi dei Caduti: sul lato orientale quelli del 1866 a Lissa, del 1896 ad Adua, del 1902 nel Mar Rosso e poi quelli della Libia e della Grande Guerra il cui elenco segue sul lato opposto. Sul prospetto opposto alla Vittoria, vi è un verso dal poema “All’Italia” di Giacomo Leopardi (Alma terra natìa, la vita che mi desti ecco ti rendo); in basso a destra è apposta la firma dell'artefice con data: "Dora Ohlfsen scultrice 1924”
Questa artista era Australiana, nata a Ballarat nello stato di Vittoria il 22 agosto 1869 da Kate Harrison e Cristian Herman Ohlfsen-Bagge, ingegnere rispettivamente di origini inglese e norvegese. Della sua vita avventurosa tutt’uno con quella di artista è superfluo trattare trovandosi ampie notizie sul Web. La sua propensione alle arti iniziò come pianista perfezionatasi in Europa e poi in alterne vicende trasferitasi a Roma nel 1902 (fino alla morte il 7 febbraio 1948) dove frequentò pittori e scultori dell’Accademia di Francia, apprendendo la scultura principalmente finalizzata a ritratti su medaglioni. Uno di questi venne eseguito per Benito Mussolini, che si fece ritrarre a Palazzo Chigi nel 1922; da qui risale la commissione del Monumento a Formia della cui preparazione si conservano interessantissimi documenti nell’archivio della australiana “Art Gallery of New South Wales” (https://www.artgallery.nsw.gov.au/art/archives/artists-archives/dora-ohlfsen-archive/).
La cerimonia inaugurale del monumento avvenne Domenica 18 luglio 1926 con salve della flotta ancorata nella rada. Ne fa la cronaca "Il Piccolo" di Roma (anno XV n° 170) corredata da due immagini: una del gruppo delle autorità, dove la Ohlfsen è insieme al ministro dell’Educazione Nazionale Pietro Fedele e agli ammiragli Sirianni e Simonetti; l'altra che riprende complessivamente la piazza nel momento della cerimonia.
La scultrice aveva dato al monumento il titolo inglese “Sacrifice” e così è noto all’estero. Mario Di Fava, nella piccola guida "Formia", edita in quegli anni dall'ENIT e dalle FFSS, nomina la scultrice "miss Dora Ohlfsen" dando al milite il significato dell'Olocausto e all'altorilievo quello della Fama; di fatto però, in occasione dell'inaugurazione, la Piazza prese il nome dalla Vittoria, riferita alla figura femminile dalla testa alata sul basamento.
Il monumento ha prevalente la statua bronzea del Fante ed è da notare come l’insieme nella forma e nelle proporzioni sia particolarmente studiato in rapporto allo spazio di destinazione: il milite dritto nel momento dinamico dell’estremo sacrificio, si inserisce nel graduare ascendente dal mare alla piazza, alla facciata del Municipio; quindi è indissolubilmente in rapporto alla piazza, nella convergenza visuale indirizzata dai segmenti pavimentali della croce elevati al cielo dalle alberature.
Queste rapide ed elementari osservazioni, non sono state considerate nella presunzione di ridisegnare il luogo. Negli anni 1970 a subire fu l’emergente monumento, sopraffatto da quattro enormi lisci cubi di pietra ammorsati ai cantoni per sostenere altrettante ciotole, il tutto con il rialzamento delle aiuole: provvidenzialmente si fece ammenda ripristinando l’aspetto originario, una ventina d’anni dopo.
Oggi ad essere manomessa è la piazza, in collegamento a quella nuova adiacente intitolata ad Aldo Moro. Dissolto è il disegno dei piani calpestabili e a verde cui faceva capo il monumento, non comprendendone l’indissolubile legame che, seppure legato ad una visione classica, rappresentava il valore d’insieme dell’opera di quell’epoca. Non di meno il modo con il quale questa nuova interpretazione dello spazio è stata eseguita, senza un individuabile indirizzo, dove per fortuna il monumento si impone con la sua prevalenza distintiva, ma che ne appare decontestualizzato nel netto divario stilistico, tra l’altro incrementato dai materiali imposti, quelli di una pavimentazione in lastre di pietra molto estranea al territorio e che con la sua inammissibile asperità è causa di inciampo e rovinose cadute; non di meno degli alberi di Canfora, invece delle palme da dattero insite nel significato celebrativo.
Insomma Formia ha uno dei più bei memoriali ai caduti, originale e armonica espressione d’arte soprannazionale del Novecento, scampato alla stessa furia della guerra ma non del tutto dall’incongruenza delle dinamiche attuali sulle quali magnificamente prevale.
Nelle immagini: Il primo tratto di Via Vitruvio nella svolta verso piazza S. Teresa (foto primo ‘900): a destra si nota l’apertura sullo spazio della futura piazza della Vittoria; il secondo tratto di via Vitruvio con la piazza delle Saline, poi intitolata alla Vittoria, e quella “del Risorgimento di Formia, attuale P. Mattej (planimetria anno 1925); veduta della nuova piazza della Vittoria verso l’edificio scolastico, con l’impianto riferito al Monumento ai Caduti appena ultimato (cartolina anni 1920); piazza della Vittoria su via Vitruvio verso il Grand Hotel, con allineati i piedistalli iscritti dell’antico Foro romano trovati in piazza Mattej (cartolina fine 1920): il Monumento ai Caduti come si presentava da poco realizzato nella sua ariosa espressività (cartolina anni 1920); ritratto di Dora Ohlfsen, scultrice del Monumento ai Caduti in piazza della Vittoria, il gruppo delle personalità durante l’evento inaugurale del Monumento ai Caduti il 18 luglio 1926: a destra Dora Ohlfsen (da “Il Piccolo”); l’adunanza inaugurale in piazza della Vittoria vista dal Grand Hotel (da “Il Piccolo”).
lunedì 25 aprile 2022
LA VILLA COMUNALE “UMBERTO I”:
dal passato una attesa per suo recupero
- Di Salvatore Ciccone
La Villa Comunale di Formia, insieme alla Piazza della Vittoria, appaiono nel budello congestionato di via Vitruvio come unici punti di unione con l’orizzonte marino. In realtà le più antiche immagini mostrano la Villa come porzione attrezzata di un ben più vasto ambito alberato per lo più ad agrumi, una colata verde contesa solo dalle azzurrine acque del Golfo. Le sue origini rimontano all'apertura del primo tronco di via Vitruvio, tra il Palazzo Municipale e la Spiaggia di Mola, avvenuta nel decennio 1880, ma già progettata dai Borboni. La nuova arteria "litoranea" sostituiva il tratto interno della via Appia, particolarmente angusto a Caposelice, come iniziale asse civico di saldatura tra i due rioni di Castellone e Mola. Nella cultura urbanistica di allora il giardino pubblico era uno degli elementi del disegno cittadino, di decoro e di valorizzazione della via e delle aree edificabili attuati anche con una originaria alberatura posta sul ciglio di questo tratto stradale, poi soppressa.
Il posizionamento della Villa fu evidentemente suggerito dalle qualità panoramiche del sito, proteso com'era nel mare a guardare da un lato la Spiaggia di Mola, dall'altro quella di Sarinola, attuale radice del molo Vespucci. La situazione originaria è documentata dall'artista erudito Pasquale Mattej, in diversi disegni del 1840 circa e nel manoscritto "L'Ausonia" (1866-69) presso la Biblioteca Vallicelliana di Roma. Nelle sue vedute si osserva come il belvedere faceva parte di una successione di orti che con i loro muri di ritenuta e di protezione dal vento salmastro disegnavano nel mare una successione di riseghe. Nel manoscritto (ove si trattano specificatamente i ruderi romani), si apprende che questo tratto di costa così conformato aveva il nome di "Piajale", che lo studioso pone in relazione alle prossime spiagge, dal latino volgare "piaja". Più problematica è la denominazione di Sarinola, “ad Salinolas” che compare in un documento del “Codex Diplomaticus Cajetanus” dell'anno 831: "alle piccole saline" farebbe pensare alla peschiera romana antistante la Villa, forse adibite ad un nuovo uso nel Medioevo oppure ad un più antico impianto legato alla salagione del pesce. Gran parte del Piajale era di proprietà della famiglia gaetana dei Gattola, alla quale era rimasta l'area successivamente nominata dall’ex ristorante "La Quercia".
I rilievi e le note archeologiche del Mattej, pur non contemplando il chiaro disegno delle peschiere, documentano le sale a volta e le soprastanti parti scomparse o alterate con l'impianto del giardino. In sostanza il complesso delle strutture voltate su cui è sospeso il fronte della Villa, costituivano un ampliamento della costa naturale rocciosa a supporto del piano residenziale di una villa romana. Gli ambienti sotterranei appaiono in pianta distinti in due zone, ad oriente costituiti da stretti locali distribuiti ortogonalmente su di un lungo corridoio il quale li collega ad occidente ad un ambito con volte sostenute da pilastri quadrangolari. Sul fronte esterno il Mattej documenta i pilastri quadrati di un portico con interposti gradini che scendevano alle banchine della peschiera; l'ingresso da parte di terra era invece assicurato ad oriente da un passaggio immesso nella costruzione, parallelo alla recente rampa esterna. Sul piano superiore del criptoportico vi era un casolare dal quale si scendeva ai sottoposti locali con una scala interna ancora visibile; nell’orto affioravano muri con vario andamento creduti dal Mattej aiuole di un giardino pensile, ma verosimilmente i resti di stanze di abitazione.
Nei rilievi recenti, le strutture orientali attualmente visibili hanno un paramento in opus incertum; i locali erano illuminati da feritoie poste in alto sul fronte sud e intercomunicanti con coppie di finestrelle come ventilazione e passavoce. Nel cantone interno occidentale si notano altre strutture di uguale cortina con intervento successivo in opus reticulatum pertinente, pare, al sostegno di una scala per il piano superiore, relativa alla parte coperta su pilastri e all’aggiunto portico voltato sul fronte sud corrispondente alla estensione della peschiera. Il fabbricato quindi in una prima fase era limitato ai locali paralleli, poi ampliato con la parte pilastrata e il portico contestualmente alla peschiera; la datazione del complesso si attesta tra la fine del II al I secolo a.C., inizialmente con i primi locali adeguati al deposito di anfore vinarie commerciate via mare quale rendita della villa.
Sull'anno di fondazione del giardino pubblico non si hanno dati sicuri. Il giardino compare disegnato nel tracciato in una planimetria del progetto di una nuova darsena commissionato dal Comune nel 1893 e dove è chiamato "Villa Cicerone". In realtà l'intitolazione al grande oratore non ha alcun argomento di attribuzione dei sottostanti ruderi che al più possono averla ispirata; sarà stata piuttosto una dedica per aumentare il prestigio dell'opera così come fu fatto per la nuova via in onore di Marco Vitruvio Pollione, architetto e trattatista dell’età di Cesare e Augusto, molto probabilmente nativo di Formia.
Poche sono le cartoline che riportano il nome di Villa Cicerone, poiché venne presto reintitolata al re Umberto I, assassinato nel 1900, con l'erezione del monumento ancora esistente: è una colonna con fusto di granito culminata dal bronzo a mezzo busto del monarca, sul cui piedistallo restano i fori per le lettere di bronzo dell'iscrizione
onoraria. In una cartolina appare recintato da una bassa cancellata, con l'iscrizione sormontata da uno stemma che dice:
A UMBERTO I
IL RE BUONO I CITTADINI DI FORMIA
1902
Un dato sicuro sulla costruzione del giardino si ha dalle informazioni dirette riguardanti il maestro giardiniere che ne eseguì l'impianto, Michele Farina (Maddaloni 1865- Formia 1914), bisnonno dello scrivente, chiamato da Maddaloni dietro l'indicazione di un compaesano residente a Formia. Diplomato alla scuola giardinieri della Reggia di Caserta, Farina venne così ad assumere l'incarico di giardiniere comunale e nel 1892 chiamò sé la famiglia, allora nella medesima provincia.
Una cartolina che tra le varie risulta la più antica, illustra parte della Villa ripresa dagli edifici retrostanti: all'interno vi è un gruppo di uomini in posa, dove si nota un personaggio di imponente corporatura che osserva un foglio e che si confronta all'identità di Michele Farina; gli altri personaggi sembrano tutti notabili della Città; fuori al cancello chiuso assistono in attesa alcune persone. La fotografia pare cogliere proprio l’evento inaugurale, forse in occasione dell'intitolazione della Villa a Marco Tullio Cicerone allorché il bimillenario natale cadeva nel 1894 (Arpino 3 gennaio 106 a.C. – Formia 7 dicembre 43 a.C.).
Nell'immagine l'impianto appare di recentissima esecuzione, con alberi di catalpa di rapido accrescimento da poco posti a dimora e sostenuti da pertiche: saranno da ultimo sostituiti da lecci; le aiuole con varie composizioni di fiori e dal ciglio di tufo arrotondato, le panchine di pietra, il capanno degli attrezzi, un gazebo esagonale a vetri.
Al centro della Villa vi era anche il palco circolare della musica che in diverse cartoline appare in due successive forme prima della sua sostituzione con la fontana residuale, posta negli anni 1930 specifica al getto illuminato da fasci di luce tricolore; nella circostanza il palco venne costruito in legno sul lato occidentale.
Un altro elemento fa la sua comparsa nelle successive immagini della Villa: il "Teatro di varietà". L'edificio era costruito come chalet in “stile floreale" secondo la moda dell'epoca ed in sintonia col luogo. L'interno si componeva di una platea quadrangolare con palco, circondata da un loggiato superiore sostenuto da colonne di acciaio; diroccato nell'ultima guerra vi è ora al suo posto la l’edificio con la Biblioteca Comunale.
Il Teatro di Varietà venne edificato alla stessa fine Ottocento poiché è presente al margine di una cartolina che inquadra il giardino ed una squadra navale alla fonda che la didascalia dice al comando del duca di Genova in occasione della visita di Vittorio Emanuele III nell'agosto 1900, forse proprio inaugurato per questo duplice evento. Oggi, oltre all'area del teatro, risulta tagliata fuori dal giardino la rampa che scende al mare ed all'ingresso dei locali romani: prima ancora dello chalet faceva parte della Villa, forse anticipato da una precedente aiuola circolare con un corrispondente cancello sulla via; negli anni 1930 vi si poteva raggiungere una lancia a motore che conduceva i bagnanti alla spiaggia di Vindicio.
Tra le varie trasformazioni dell'ambiente urbano circostante c'è da annoverare la costruzione del Palazzo Bartolomeo, terminato nel 1911; l'apertura del ristorante "La Quercia" e della terrazza da ballo e di varia rappresentazione "Eden", nel luogo della dismessa Arena Miramare.
Dopo l'ultimo conflitto venne allargato il marciapiede di via Vitruvio arretrando la Villa con un nuovo recinto, ma è la più recente via litoranea che ha compromesso le qualità della peculiare posizione del giardino quale terrazza addentrata nel mare.
L'inserimento recente nel giardino di antichi reperti lapidei, architettonici ed epigrafici, affiorati a più riprese dal sottosuolo cittadino, benché approssimativo poteva essere riconsiderato e ordinato come vero e proprio museo all’aperto, facendo di questo giardino pubblico non solo un luogo di benessere del fisico ma anche di arricchimento culturale proprio come i Romani concepivano queste dimore di otium nei luoghi più ameni del golfo. Purtroppo una visione riduttiva ha privilegiato aspetti decorativi in una nuova pavimentazione rialzata arbitrariamente di livello con compromissione sulla fontana, sugli affacci e con enorme accumulo sottostante di acqua infiltrata nei sottostanti locali romani rendendoli inagibili. Dei reperti, ora di nuovo sparpagliati in tutta la città solo alcuni sporadici sono stati sistemati nelle aiuole proprio solo come decorazione da giardino.
Dunque c'è molto da pensare e in meglio se la Villa Comunale “Umberto I” la si vorrà non solo conservata, ma massimamente elevata nei suoi valori storici ed ambientali, come luogo di distensione e del sapere di Formia.
Nelle immagini:
Strutture romane della Villa Comunale: piante dei sotterranei e delle murazioni sul corrispondente orto superiore (dis. P. Mattej da “L’Ausonia”, 1866-69); veduta del Piajale, attuale Villa Comunale, ritratta da P. Mattej nel 1840; rilievo delle strutture romane sottostanti la Villa Comunale (S. Ciccone, da “Formianum” VII-1999); stralcio di planimetria del 1893 con l’allestimento originario della “Villa Cicerone” (archivio S. Ciccone); la Villa Comunale “Cicerone” in una cartolina risalente forse all’evento inaugurale tra gli anni 1893-94; il monumento a re Umberto I nel suo stato originario in una cartolina d’epoca; Michele Farina (Maddaloni 1865 – Formia 1914) giardiniere comunale curatore dell’allestimento della “Villa Cicerone” (archivio S. Ciccone); lo Chalet del teatro di arietà in una cartolina di inizio Novecento.
lunedì 11 aprile 2022
ALEXANDRE DUMAS A FORMIA
Anche lo scrittore e drammaturgo francese Alexandre Dumas (1802 - 1870), autore di famosi romanzi come: "Il conte di Montecristo" e "I tre moschettieri", in uno dei suoi lunghi viaggi che lo portò a visitare l'Austria, la Germania, l'Ungheria e l'Italia, tra il 1865 e il 1867, prima di raggiungere Napoli volle fermarsi ed ammirare le bellezze di Formia, che poi descrisse in uno dei suoi libri: "Il Corricolo - Impressioni di viaggio".
Così scrive Dumas:
"... Andammo a desinare a Mola: ci condussero in una grande sala le cui finestre erano chiuse per mantenere la frescura; poi, a un tratto, mentre, seduti su buone sedie, ci facevamo vento con i fazzoletti, il cameriere apre una di quelle finestre. E' impossibile esprimere l'incanto del paesaggio che quella specie di lanterna magica svelava ai nostri occhi. Ci immergevamo in quel golfo così calmo che sembrava uno specchio azzurro, e dall'altro lato, avanzata fino all'estremo del promontorio, scorgevamo Gaeta.
Dopo pranzo andammo a fare una passeggiata fino al Castellone, l'antica Formia, di cui esistono ancora una parte delle mura e una porta. Fra questi due borghi era situata una villa di Cicerone; da questa villa egli fuggiva, nascosto nella lettiga, quando fu raggiunto dal tribuno Popilio, di cui era stato avvocato, che gli taglio la testa e le mani a mo' di riconoscenza; è probabile che, ove Popilio abbia avuto nel resto della sua vita qualche altro processo, il tribunale sarà stato costretto a nominargli un difensore d'ufficio..."
Dumas all’età di 68 anni, colto da una malattia vascolare che lo aveva reso semiparalizzato, si stabilì nella dimora del figlio Alexandre, dove morì nel dicembre del 1870.
Nelle immagini una gouache del golfo come apparve agli occhi di Alexandre Dumas, un ritratto dello scrittore all'epoca del viaggio in Italia e un acquerello della torre di Castellone, opera di Pasquale Mattej.
mercoledì 9 marzo 2022
FORMIA: "TERRA CALDA"
Raffaele Castrichino, storico della terra aurunca e della sua grecità, in un suo studio dal titolo "Un errore filologico di Strabone e il vero significato di Formia" - pubblicato nel 1985 dalle Officine Grafiche Caramanica di Scauri, asserisce che il toponimo Formia possa significare “terra calda – paese caldo”. A mio avviso, questa ipotesi è molto remota, anche perché essendo il nostro territorio limitrofo all’area flegrea della Campania, è facile cadere in errore.
Raffaele Castrichino era un profondo conoscitore del greco antico e del latino ed è probabile che nel suo studio sia andato un po’ oltre ad un significato che forse ha una interpretazione più naturale.
Lo studio attento che Raffaele Castrichino ha fatto sugli accenti, sulle sillabe e sulla differenza tra suffissi e desinenze delle due lingue potrebbe aprire una discussione che non avrebbe mai fine. Considerare il “Sinus Formianus” un facile approdo lo ritengo personalmente più attendibile e non solo perché lo dice Strabone e tanti altri dopo di lui, ma perché la nostra costa facilitava realmente l’ancoraggio alle antiche imbarcazioni. Non boccio lo studio di Castrichino, me ne guarderei bene dal farlo, le mie conclusioni sono soltanto il risultato di molte letture e confronti su un argomento su cui si sta scrivendo da oltre duemila anni.
c'è una terza teoria che vuole il nome Formia derivare da una pianta che abbondava anticamente in zona. Mi riservo in futuro di approfondire anche questa terza teoria.
FORMIA: "TERRA CALDA"
Raffaele Castrichino, storico della terra aurunca e della sua grecità, in un suo studio dal titolo "Un errore filologico di Strabone e il vero significato di Formia" - pubblicato nel 1985 dalle Officine Grafiche Caramanica di Scauri, asserisce che il toponimo Formia possa significare “terra calda – paese caldo”. A mio avviso, questa ipotesi è molto remota, anche perché essendo il nostro territorio limitrofo all’area flegrea della Campania, è facile cadere in errore.
Raffaele Castrichino era un profondo conoscitore del greco antico e del latino ed è probabile che nel suo studio sia andato un po’ oltre ad un significato che forse ha una interpretazione più naturale.
Lo studio attento che Raffaele Castrichino ha fatto sugli accenti, sulle sillabe e sulla differenza tra suffissi e desinenze delle due lingue potrebbe aprire una discussione che non avrebbe mai fine. Considerare il “Sinus Formianus” un facile approdo lo ritengo personalmente più attendibile e non solo perché lo dice Strabone e tanti altri dopo di lui, ma perché la nostra costa facilitava realmente l’ancoraggio alle antiche imbarcazioni. Non boccio lo studio di Castrichino, me ne guarderei bene dal farlo, le mie conclusioni sono soltanto il risultato di molte letture e confronti su un argomento su cui si sta scrivendo da oltre duemila anni.
c'è una terza teoria che vuole il nome Formia derivare da una pianta che abbondava anticamente in zona. Mi riservo in futuro di approfondire anche questa terza teoria.
Nell'immagine la spiaggia di Sarinola, uno dei facili approdi nel "Sinus Formianus e un raro acquarello ottocentesco, di anonimo, della nostra "terra calda
Nell'immagine la spiaggia di Sarinola, uno dei facili approdi nel "Sinus Formianus e un raro acquarello ottocentesco, di anonimo, della nostra "terra calda
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