domenica 18 settembre 2022
IL "CACONE" PRESSO LE GROTTE DI SANT'ERASMO
Nel 1933, il podestà di Formia Felice Tonetti, presentò istanza presso la Capitaneria di Porto di Gaeta per ottenere la concessione marittima per poter costruire un collettore cloacale, con sbocco a mare, in prosecuzione della fogna preesistente, di epoca borbonica, denominata Cacone, da realizzarsi nell'area immediatamente ad ovest del nuovo porto, nelle prossimità delle grotte di Sant'Erasmo.
Nel volume "Porti Plenissimi - La costa e il mare dal Circeo al Garigliano tra Economia, Cultura e Ambiente", di Lino Sorabella e Sabina Mitrano edito nel 2011, alle pagina 176/77 è riportato il grafico progettuale dell'opera, ed a margine si legge testualmente:
“ Di rilievo è anche il documento che rappresenta il contratto con il quale l'amministrazione marittima concede al Comune di Formia di poter costruire e mantenere sul suolo del nuovo porto di Formia un "collettore cloacale in prosecuzione dell'attuale fogna pubblica denominata ‘cacone’ con sbocco al mare alla estremità di detto molo ad una profondità di metri nove, allo scopo di convogliarvi le acque bianche e nere che provengono dalla città per la durata di anni 30 a decorrere dal 16 agosto 1933 verso l'annuo canone di lire 35 e con il versamento della cauzione di lire 105". Al settembre dell'anno successivo, con l'intestazione rivolta sempre a Vittorio Emanuele III, l'ufficiale designato Capitano di Porto Domenico Pugliese, alla presenza di due testimoni, stipula il contratto con il podestà di Formia il sig. Felice Tonetti, che ha già presentato istanza al Ministero delle Comunicazioni Direzione Generale della Marina Mercantile, e la stessa è stata approvata in precedenza dal Genio Civile, dalla Prefettura di Roma, dall'Intendenza di Finanza, dalla Dogana di Roma per i servizi doganali e anche dal Comandante militare Marittimo di Castellamare di Stabia. Una curiosità è costituita dal fatto che il podestà fa presente l'intenzione di iniziare i lavori anticipatamente "a suo rischio e pericolo" ravvisando motivazioni di urgenza che sta a noi immaginare. Dopo gli allegati e il sempre presente Foglio degli Annunzi Legali, il tenente colonnello Comandante del Compartimento marittimo C. Piccolini, il 5 luglio 1933 anno XI dell'era fascista dichiara la mancanza di opposizioni alla pubblicazione della richiesta e accoglie la fondamentale costruzione dell'opera.”
Nelle immagini: Il grafico originale della variante al progetto, tratto dall’Archivio della Capitaneria di Porto di Gaeta, volume terzo dei Contratti di Concessione e una fotografia
delle grotte di Sant'Erasmo dove sulla destra si evince il grosso collettore come risulta dall’elaborato grafico.
mercoledì 7 settembre 2022
IL NASO SCHIACCIATO DELLEL DONNE DI MOLA DI GAETA
L’intellettuale ed astronomo francese Josep Jérôme Lalande (Bourg Bresse 1732 – Parigi 1807), nel 1765, intraprende un Grand Tour in Italia. Da questo viaggio ne trae una straordinaria esperienza che gli consente di pubblicare il suo “Voyage d’un françois en Italie”, dove descrive il resoconto delle sue impressioni sul nostro patrimonio archeologico, artistico e sui costumi degli italiani.
Nel trasferimento da Roma a Napoli Lalande si ferma a Mola di Gaeta (oggi Formia), dove la città gli si presenta con uno scenario superbo, ma quello che più sorprende la sua ammirazione sono:
“… le donne del paese, vestono dei ricchi costumi, sono grandi, ben fatte, colorite, ma hanno un terribile difetto: il naso schiacciato. La loro pettinatura è elegante: portano i capelli intrecciati con nastri che fanno passare dai lati dietro il capo, ove li fermano intrecciati con grazia.”
Lalande fu direttore dell'Osservatorio astronomico di Parigi dal 1795 e nel 1801 e a lui si deve la compilazione del: “Histoire Céleste Française”, un catalogo astrometrico stellare. Questo catalogo comprende le posizioni e le magnitudini apparenti di 47 390 stelle, e le osservazioni di altri fenomeni astronomici. Era il più grande e completo catalogo di stelle mai pubblicato prima.
Nelle immagini un raro disegno di Pasquale Mattej di una donna di Mola di Gaeta con il “naso schiacciato”, una litografia di una pettinatura con i capelli intrecciati dietro il capo ed un ritratto dell’astronomo realizzato dal pittore Jean Honoré Fragonard nel 1769.
lunedì 29 agosto 2022
lunedì 22 agosto 2022
Le ville romane sul litorale formiano tra economia e paesaggio -
di Salvatore Ciccone -
Sintesi dell’intervento che si terrà il 27 agosto come da invito allegato
Formia antica con il suo pur circoscritto ambito territoriale rappresentò una eccellenza nelle risorse naturali fin dalla romanizzazione contestuale al passaggio della via Appia nel 312 a.C.: fu infatti vantaggioso nodo di scambio marittimo protetto dalla penisola di “Cajeta” e da cui deriverebbe lo stesso nome di “Formiae” dalla pronuncia del greco “hormiai”, approdi.
In questa condizione si ebbe il proliferare delle ville, organismi produttivi e di commercio dove si distingueva una “pars rustica” e una “pars urbana” devoluta a residenza del proprietario. Quest’ultima sarà quella sviluppata e incrementata di numero dalla fine della Repubblica al medio Impero a soddisfare l’otium, il colto riposo lontano dalla calca rumorosa e dagli olezzi di Roma, ricercando siti fascinosi e significativi nei paesaggi che evocavano miti anche riferiti alla stessa origine del popolo romano, come proprio offriva la costa di Formia che si qualificava con quella partenopea tra le più ricercate dell’Urbe.
È in questa situazione che si esperisce l’architettura in innovative soluzioni anche nel riproporre quelle funzioni che nella città si rendevano necessarie all’esibizione della “dignitas” del patriziato, alle discussioni politiche, accompagnate da convivi e ad evasioni artistiche e filosofiche.
Nell'arco più interno e riparato del golfo sono le “villae maritimae” a rappresentare più che un ambito privato gli elementi strutturanti del territorio come una ‘città diffusa’, poste a diretto contatto con le acque, arricchite da impianti di piscicoltura e con autonomi approdi, oppure integrate ai supporti logistici delle infrastrutture pubbliche portuali, alle quali concorrevano nel conferirne l’aspetto scenografico.
Tra i più eminenti proprietari di ville fu Cicerone, dove venne ucciso dai mandatari di Marco Antonio il 7 dicembre del 43 a. C.; non di meno ebbero adeguate dimore gli imperatori, anticipate per vastità dalla villa di Mamurra nativo di Formia, amico e prefetto dei genieri di Giulio Cesare.
La visitazione di questi luoghi in quell’epoca rappresenta il motivo della scelta per la manifestazione del Blue Med Economy, mirato allo sviluppo dell’economia del mare nel corretto rapporto tra ambiente e attività umana; parimenti rappresenta una nuova opportunità di rinnovato impulso per Formia, così come viene offerto dai documenti storici parte del paesaggio dai quali si possono ricavare utili saperi e consapevolezza per un rinnovato equilibrio nel miglioramento.
lunedì 8 agosto 2022
CIAO ILARIA … di Salvatore Ciccone
Quest’oggi mi ha raggiunto una notizia di quelle che non vorresti mai avere sia pure prevedibili: la morte di Ilaria Liberace.
Non è possibile nel dolore e dall’accalcarsi dei sentimenti fare di Ilaria ora un sereno profilo.
Figlia di questa terra da generazioni, parente di quel Valentino Liberace estroso pianista di fama negli Stati Uniti, era artista che assorbiva energia e ispirazione dalla natura marina e in generale dalle umili cose: da una conchiglia, da un legno arrotondato dal mare, come da pannucci multicolori sapeva restituire i sentimenti, le sensazioni e perfino i profumi di quell’elemento sconfinato dominante nel suo quotidiano, nella sua casa lì a Vindicio, solo dopo anteposta dalla pinetina. Le estati vissute nello stabilimento balneare fondato dal nonno materno il patriottico Bernardo Miele che per questo lo intitolò Bagni Bandiera; gli inverni lunghi chiusa nelle economie familiari in attesa di una nuova proficua stagione, a studiare. Divenne insegnante di Educazione Artistica, la mia insegnante presso la Scuola Media Statale Marco Vitruvio Pollione nel quartiere di Mola, collega “di battaglia” di mio padre e amicissima di mia madre che la conobbe ragazzetta con tutta la famiglia dal giugno del 1956, proprio recandosi ai Bagni con me di pochi mesi. Poi il matrimonio con quel simpaticone irruento ma “signore” di Corrado Bartolomeo, anch’egli compagnone tra le giovani coppie di quegli anni che trafficavano il lido del Miramare, a mangiare le cozze strappate dalla Scogliera della Regina e subito mangiate con una spruzzata dei limoni dei giardini soprastanti…
Voglio fermarmi qui, a quel tempo di sofferenze ma di nutrite speranze, di semplicità e immediatezza, di rispetto, di umanità in quella Formia in parte ancora in macerie ma che conservava anima distintiva e dignità nelle quali Ilaria si identificava.
La pubblicazione qui di seguito di una sua memoria formiana a me consegnatomi anni fa penso sia il modo migliore, ora, di onorare la sua persona e nel contempo la sua terra che spero di Ilaria Liberace non sarà dimentica.
Memorie formiane - Gli agrumi del Porto Caposele - di Ilaria Liberace -
È una tiepida sera di maggio, arrivo fino al porticciolo Caposele, la meta preferita delle mie passeggiate.
Questo ritaglio di mondo, pur vicino alla città e alla strada litoranea, riesce ancora a rimanere isolato e tranquillo, dove puoi assaporare momenti di pace.
La Villa Rubino e i ruderi romani sono immersi nel verde incolto. Le barche quasi immobili dormono affiancate, attraccate ai pontili. Le scogliere scure adagiate nell’acqua sembrano anch’esse addormentate. Solo i pipistrelli intrecciano una notturna danza frenetica sotto i lampioni, quasi a sfiorarti.
C’è nell’aria un forte odore di mare misto a quello delle sentine, ma come oltrepasso il Circolo Nautico mi colpisce un intenso profumo di zagare: sono gli alberi di agrumi tutti in fiore, aranci, mandarini e limoni che crescono nei giardini a terrazzo che sovrastano e abbracciano il piccolo porto. Aspiro profondamente quel sano profumo e la mia mente come ossigenata si risveglia e si tuffa nei ricordi.
Ero bambina quando in questo porto c’erano i velieri che caricavano e scaricavano merci. I carretti andavano e venivano rasentando gli antichi muri per via della strada stretta che era tutte buche provocate dalle mareggiate d’inverno.
Passando davanti alle grotte romane dalle alte volte a botte mi vengono in mente le cose che diceva mia nonna “Ntoniella”. In questi antichi magazzini che sorgono nei giardini attorno al porto si svolgeva la florida attività della raccolta e selezione degli agrumi che venivano mandati ovunque. Le donne, accompagnandosi con la voce “misuravano” le arance così: con il pollice e il medio della mano sinistra tenevano il frutto, poi aggiungevano una, due o tre dita dell’altra mano e a seconda della grandezza li mettevano in ceste separate, 1ª scelta, 2ª scelta, ecc.
Un altro lavoro che veniva fatto era quello di estrarre l’olio essenziale dalle cedrangole che veniva poi destinato alle fabbriche di essenze e profumi. le cedrangole o melangole sono arance amarognole, sgradevoli da mangiare, ma nei giardini formiani abbondavano proprio perché venivano utilizzate le loro bucce spesse e profumate.
Con una spugna [ndr quella di mare lievemente rigida e abrasiva] si assorbiva dalla scorza del frutto, precedentemente tagliato a metà, l’olio (localmente detto spirito) che ne veniva fuori premendola. Si usava per questa operazione di raccolta anche un vaso di terracotta internamente smaltato color ocra, fornito di due manici e un becco. Il lavoro era lungo e faticoso, ma redditizio.
Successivamente le bucce premute venivano infilate in uno spago a mo’ di collana, quindi queste collane venivano immerse in botti colme di acqua delle adiacenti fonti, caricate sui bastimenti e mandate nel napoletano perché venissero candite in apposite fabbriche.
Ora i cedrangoli sono spariti dai giardini formiani. Infatti prima dell’invasione del cemento, Formia era tutto un immenso giardino che dai monti digradava fino al mare, dove prosperavano oltre agli agrumi e all’olivo, il melograno, il nespolo, cotogni, fichi e vigneti i cui frutti erano la delizia del palato perché nutriti dalla terra ricca d’acqua e maturati al sole temperato dal vento del mare.
(Formia, giugno 2008)
Nelle immagini:
Il porto Caposele, con le “grotte” di una villa romana in un dipinto di anonimo della prima metà dell’Ottocento, in una fotografia degli anni Cinquanta e in una veduta verso villa Caposele dei giorni nostri.
mercoledì 3 agosto 2022
VILLE E PISCINE ROMANE INEDITE SULL’ANTICO LITORALE DI FORMIA -
di Salvatore Ciccone
Com'è noto, la costa di Formia romana si allungava dalle prossimità della Villa di Tiberio a Sperlonga, ambito dell’antica “Fundi”, fino a buona parte del promontorio di Giànola, confine con Minturnae, situazione fissata dagli scrittori classici con le espressioni di "Formiae litus", e di "sinus Formianus” per l’attuale golfo di Gaeta. In questo contesto le piscine, cioè gli impianti di piscicoltura, sono in numero davvero considerevole e si ritrovano presenti solo dopo lunga distanza presso il Circeo, nelle isole Ponziane e poi sulle coste partenopee. Nell'arco più interno e riparato del golfo le piscine costituivano l’elemento distintivo delle “villae maritimae”, poste com’erano a diretto contatto con le acque e con autonomi approdi, oppure integrate alle infrastrutture pubbliche portuali;
Gli impianti di piscicoltura erano raramente realizzati intagliando la costa rocciosa (piscinae ex petra excise), per lo più eseguite in muratura (piscinae in litore constructae) a protezione di uno specchio d'acqua variamente suddiviso in vasche. Il flusso idrico era assicurato tramite canali provvisti di griglie scorrevoli verticalmente su guide di pietra o gargami; sull'argine si dotavano inoltre di paratoie per proteggere l'impianto durante il mare cattivo. L'efficacia dei flussi era affidata all'orientamento dei canali e alla loro posizione relativamente alla caratteristica delle vasche. Ulteriore accorgimento dell'impianto era la dotazione di acqua dolce con sorgenti litoranee, ruscelli o derivata da acquedotti, tale da assicurare la giusta salinità e temperatura specie nei mesi caldi, miscela oltretutto congeniale ad alcuni pesci. Le specie ittiche allevate dipendevano dalla natura dei fondali dove le piscine si collocavano, conservandone le caratteristiche ambientali. Non è esplicitata una riproduzione in cattività, rimanendo le piscine prevalentemente impianti di stabulazione dai quali disporre in ogni tempo di pesce per Io più pregiato.
Le opere murarie delle piscine si eseguivano come quelle dei porti, secondo i procedimenti descritti da Vitruvio, in particolare utilizzando la malta idraulica composta da calce e pozzolana che indurisce in acqua, unita a scaglie lapidee (caementa) generalmente di tufo e immessa in una successione di casseforme lignee (arcae) ancorate al fondale: la frequenza delle piscine si rapporta quindi anche alla facile disponibilità delle pozzolane.
Sull’antico litorale formiano si sono potuti accertare quindici impianti dei quali oggi sono direttamente esaminabili sei: due di questi ricadono nell'attuale territorio di Gaeta, rimasti inediti fino ai miei rilievi pubblicati; questo a causa delle difficoltà in passato a studiare queste opere sommerse, poi cancellate in maggior numero per il rapido incalzare dell’urbanizzazione e delle infrastrutture portuali, rimanendone testimonianza tra le righe di studiosi locali a partire dal Settecento. Al Novecento risalgono i primi studi basati su rilievi ad opera Luigi Jacono per due piscine di Formia, delle quali oggi è visibile soltanto quella antistante la Villa Comunale. Le piscine di Gaeta ora trattate sono una fuori la rada, nella scogliera di Fontania, e una all’interno alla Punta di Conca, presso l’attuale Villa Accetta.
La piscina di Fontania si trova in un'insenatura riparata dalle correnti meridionali; maggiormente in origine per l'esistenza di un molo ad arcate che dalla villa collegava lo scoglio La Nave. L'impianto si trova entro un’area trapezia circondata sui tre lati minori dalle strutture residenziali e sul lato maggiore chiusa da un largo argine rivolto ad E-SE verso monte Orlando. In una degli ambienti voltati a settentrione fluisce acqua sorgiva sicuramente impiegata per l'allevamento. L'argine largo circa m. 6 è formato da “moles”, in “opus caementicium” di lunghezza variabile, poste in successione con intervalli di m. 2 a costituire i canali di alimentazione. Buona parte del bacino è insabbiato e solo occasionalmente vengono scoperti dal mare dei muri ad andamento curvilineo: formavano le suddivisioni della piscina con un originale disegno ad archi di cerchio intrecciati limitanti sette vasche intercomunicanti, ognuna delle quali servite da uno specifico canale d'argine: sono ben visibili quelle estreme che insieme a vari monconi scomposti avvalorano la presente restituzione; la larghezza dei canali e l’assenza di guide verticali di pietra ha indotto in errore gli archeologi circa la vera natura della costruzione, non considerando proprio questa ampiezza idonea a intelaiature lignee ad incastro per le chiusure. La piscina era definita sui lati di terra da un portico, dal quale con una scala a doppia rampa centrale si saliva al piano soprastante; si sviluppavano così scorci e prospettive vivacizzate dal disegno a cerchi d’acqua, aperto a ventaglio verso lo sfondo panoramico.
A Conca questa integrazione architettonica della piscina alla residenza si trova proposta in chiave monumentale. L’impianto è questa volta posto a circondare con due fronti speculari la villa antica, tutta a comprendere un piccolo promontorio. L'argine in “caementicium” assai logorato e scomposto dal mare, malgrado fosse protetto da una larga e aderente scogliera, ha spessore opportunamente variato in sezioni da m 2,80 / 3,70 / 4,80. Nel rilievo anche le labili tracce e la presenza di sparse guide di piena contribuiscono ad una restituzione attendibile del disegno. Nella parte estrema centrale è inserita una vasca circolare di circa m. 29,50 di diametro, pari a 100 piedi romani. Questa misura rappresenta il modulo dimensionale dell'impianto che in ciascuna ala ne dà la lunghezza di 300 piedi (m. 88,71) e la larghezza di piedi 50 (m. 14,78) dalle banchine parallele sulla terraferma. La profondità delle vasche quadrangolari, a fondo piatto di malta idraulica, è di circa m. 1,70, quella circolare raggiunge m. 2,90; in esse sono talvolta integrate le rocce naturali.
Il flusso idrico era assicurato da canali larghi circa un metro, da uno a due metri e di profondità; in corrispondenza di essi giacciono gli elementi lapidei dei gargami su cui scorrevano le griglie e le paratoie. Numerose sorgenti di acqua freddissima che sgorgano dalla costa e dal fondale assicuravano le migliori condizioni di allevamento.
Di particolare interesse è la composizione geometrica dell'argine, le cui direzioni rispondono all'antica Rosa dei Venti a dodici punti principali, ottenuta con la sovrapposizione di quattro triangoli equilateri secondo la regola degli astrologi riferita da Vitruvio. Risulta pertanto che la piscina rispondeva alla necessità di progettazione rispetto alle correnti marine tagliando sull'asse centrale Io scirocco (eurus) e con i due lati divaricati di 105 gradi, a fronteggiare ad E-SE lo scirocco-levante (ornithiae) e a S l’ostro (auster).
Le strutture della villa in “opus quasi reticulatum” della metà del I secolo a. C. mostrano sul fronte di prospetto alla vasca circolare retroposti locali voltati e tracce di una volta ribassata di un originario portico su pilastri; pertanto una costruzione a più livelli fino a raggiungere ed anche sovrastare la quota della via. Nel ridotto spazio disponibile si otteneva così un compatto effetto monumentale pareggiando le più vaste ville e a polarizzare il sito litoraneo, trovando saldatura col mare e il panorama nella piscina e in questa nella decisa geometria circolare della vasca principale.
Sia nell'esempio di Fontania che in questo di Conca risalta l'intenzione di tradurre lo specchio acqueo in funzione ornamentale e ad esaltazione delle vedute, in analogia a quanto si praticava nei giardini delle ville tramite la ”ars topiaria”.
Per maggiori approfondimenti si rimanda ai miei articoli negli Atti del convegno "Formianum" 1996 e nel primo volume del 2000 della Storia Illustrata di Formia, con le specifiche indicazioni bibliografiche.
Didascalie immagini :
1- Piscinae individuate sull’antico litorale di Formia (S. Ciccone, 1996), visibili (triangoli pieni) e coperte (triangoli vuoti). Gaeta: 1 – Fontania; 2 – villa imperiale; 3 – Peschiera; 4 – Pizzone; 5 – Conca; 6 – Punta di Conca; 7 – Vindicio. Formia, Porto Caposele: 8 – Scuola di Cicerone; 9 – Villa Caposele; 10 – Marina di Castellone. Formia, porto: 11 – Villa Comunale; 12 – Caposelice. Formia, villa di Giànola: 13 – Pescinola; 14 – Porto di Giànola. Scàuri (Minturno): 15 – Lo Scoglio.
2 - Formia, piscina davanti la Villa Comunale Umberto I vista verso oriente e rilievo della medesima (L. Jacono, 1914).
3 - Gaeta, piscina in località Fontania verso il panorama orientale e rilievo della medesima (S. Ciccone, 1996).
4 – Gaeta, piscina in località Conca, vista verso settentrione e rilievo della medesima (S. Ciccone, 1996).
giovedì 28 luglio 2022
NUOVE INFORMAZIONI SUI LAVORI
DI RECUPERO DELLA VILLA ROMANA DI GIÀNOLA A FORMIA -
di Salvatore Ciccone
Nello scorso articolo si è fatto un generale riepilogo delle vicende degli studi e dei passati lavori di recupero della villa romana estesa su parte del promontorio di Giànola, compreso nell’attuale Parco Regionale Naturale Riviera di Ulisse. Inevitabile è stato il riferimento al personale coinvolgimento, sia nelle pregresse ricerche che nella espletazione di incarichi come architetto e ciò con moderazione, avendo come prioritaria l’evidenziazione dei valori di questo originale contesto storico-naturale nella auspicabile sua più corretta utilizzazione.
In questa finalità si crede opportuno fornire nuove informazioni sulle procedure seguite nei lavori che dal 2014 al 2016 permisero lo scavo parziale dell’edificio ottagonale e alla sua prima protezione dagli agenti naturali, insieme alle acquisizioni sulla sua architettura e alle scoperte archeologiche. Un intreccio di operazioni progettuali e di esecuzioni, di rilievo e di studio… e di conti, che mi ha impegnato nel cantiere con il mio collega ingegnere Orlando Giovannone praticamente fianco a fianco col personale operante, ben al di là di una generica prestazione di progettista e direttore dei lavori, qui più gravosa anche negli atti procedurali; fatto determinato dalla complicata situazione di intervento costantemente da adeguare alle più disparate evenienze, nonché nella acquisizione e interpretazione dei dati, quasi da scena del crimine quale effettivamente si presentava il sito dalla dissennata distruzione bellica.
Dopo le opere di decespugliamento, facendo attenzione a non compromettere ulteriormente i ruderi e alla contestuale recinzione dell’area di cantiere per scongiurare compromissioni e incidenti da parte di intrusi, si dette via all’opera di scavo nella parte dell’edificio rivolta al mare, dove si sarebbe dovuto apprestare un passaggio per una gru su gomma a braccio telescopico. Sfortuna e fortuna insieme: fortuna perché subito emersero i primi significativi reperti consistenti in teste ritratto marmoree, ben cinque con in più frammenti di altre; sfortuna perché non si poté usufruire di quel mezzo d’opera fondamentale al sollevamento di più ingenti frammenti murari, dovendo variare il progetto avvalendosi della sola gru a torre con braccio fisso, peraltro indispensabile per svariate movimentazioni di cantiere.
Quindi, mentre verso mare si procedeva allo scavo del collegamento dell’edificio alla villa con continui affioramenti di reperti scultorei, dal lato occidentale si penetrava verso l’interno alla sala ottagona centrale con la rimozione di massi murari. Qui si ebbe la sorpresa nel constatare che il pavimento di quella sala era rialzato rispetto a quello circostante; si rinvennero inoltre il pilastro centrale abbattuto, i frammenti della volta con il mosaico a stelle descritta da Mattej insieme alla vasca, quest’ultima anelata per ciò che si immaginava e che si dimostrò: un invaso di presa di una sorgente che sgorgava a motivo dell’edificio.
In questo scavo l’abside della stanza posta centralmente sul lato del perimetro si scoprì collassata su sé stessa e questo richiese subito un’opera di puntellamento che non fosse troppo invasiva del risicato spazio scavato. Si procedé quindi con una specifica struttura in acciaio consistente in una cerchiatura sagomata alla struttura muraria alla quale si congiungevano dei sostegni inclinati poggiati a terra su plinti in cemento armato, ovviamente separando il congegno dalle parti antiche con speciali teli; inoltre sul dorso dell’abside si reintegrò la muratura dove si presentava aperta una finestra, preservandone il documento.
Questo intervento si allineava sulla logica a base del progetto di copertura, cioè quello di impiantare una struttura a tubi e nodi, zincati a caldo contro l’ossidazione, che fosse provvisoria nel concezione, ma più solida e duratura nell’estensione dei tempi di successivi interventi di scavo, pertanto adatta ad un cantiere visitabile come concordato con la Soprintendenza. Per questo, alla necessità di un vincolo a terra staticamente sicuro, si poneva il problema dei forti venti del luogo, per la qual cosa gli appoggi dovevano assumere la caratteristica di plinti-zavorre. In ciò venne prioritariamente escluso per congruità progettuale e per inderogabile disposizione ministeriale, l’ancoraggio diretto su porzione strutturali abbattute o sul suolo roccioso affiorante all’interno dell’edificio, che ne avrebbe comportato la perforazione per l’inserimento di barre di acciaio filettato di fissaggio: un atto lesivo riguardo alle antiche strutture e problematico nei prospettabili interventi.
Fu così che furono posti in opera questi plinti cementizi che sebbene a vista furono resi distintivi nella loro forma cilindrica, comunque facilmente rimovibili dal contesto archeologico, come infatti è avvenuto nei lavori eseguiti direttamente dalla stessa Soprintendenza dal 2020.
La copertura della parte scavata scongiurava l’accumulo di acqua meteorica nell’ammasso ruderale e insieme una forte concentrazione di calore, combinazione sfavorevole alla conservazione di già indebolite murature. Per lo stesso motivo la parte preponderante non scavata, venne ripianata con terra di scavo e quindi protetta con uno speciale telo impermeabile traspirante, poggiato su uno strato devitalizzante e poi sottoposto ad uno di lapillo vulcanico, drenante e di ancoraggio. Così si assicurava, pur sempre con una ricognizione e manutenzione periodici, la protezione dagli agenti naturali interconnessi, quali piogge, insolazione, salsedine, vegetazione, qui molto aggressivi.
Intanto All’Istituto Centrale per il Restauro presso il San Michele a Roma si procedeva alla cura di parte dei reperti marmorei che sono stati poi oggetto di una specifica mostra nel medesimo luogo, per poi essere in seguito esposti com’è attualmente presso il Museo Archeologico Nazionale di Formia: una nuova attestazione della storia di questa città che preludeva ad un perdurato impegno di ricerca e ad un avveduto recupero di quella originalissima villa di Giànola.
DIDASCALIE IMMAGINI :
1 - Le rovine dell’edificio ottagonale sul lato nord-ovest, all’inizio dei lavori: a destra un cantone intagliato nella roccia e al centro il catino dell’abside.
2 – L’ammasso ruderale dell’edificio ottagonale durante gli scavi: in basso il lato nord-ovest e a sinistra il collegamento verso la villa dove sono affiorate le sculture.
3 – Una archeologa impegnata a liberare una testa ritratto marmorea nel collegamento sul lato mare dell’edificio ottagonale.
4 – Prima pulitura di alcuni reperti scultorei di marmo rinvenuti nella parte a mare dell’edificio ottagonale.
5 – Parte posteriore dell’abside nord-ovest in due fasi di recupero: a sinistra, consolidamento con puntelli di mattoni e cerchiatura con sostegni di acciaio; a destra, sostituzione dei puntelli con cortina muraria a ripresa dell’arco e piattabanda di una finestra collassata.
6 – La sala ottagona e l’abside consolidata posti al riparo della copertura con telaio a tubi e nodi: si notano i plinti-zavorra cementizi di forma cilindrica che assicurano a terra la struttura senza compromissione delle antiche superfici.
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