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lunedì 7 giugno 2021

LA FONTANA DELLA VILLA COMUNALE

Al centro della villa comunale era ubicato un palchetto dove si esibivano orchestrine e bande musicali. Nel 1935 l'ormai fatiscente palco fu sostituito da una splendida fontana luminosa che con un gioco di luci e caratteristici zampilli divenne l'attrazione del giardino pubblico. A progettare l’opera è stato l’ing. Carlo Chiota, dirigente dell’Ufficio Tecnico Comunale di Formia dal 1925 al 1963. A me piace ricordare l’ing. Chiota legato all’acqua. Sì, a questo elemento così vitale di cui Formia ne è da sempre stata ricca. Nel 1930 riuscì a realizzare, praticamente dal nulla, la gestione attiva di un acquedotto comunale, dalla captazione delle sorgenti alla distribuzione in quasi tutte le abitazioni. Fatto di notevole interesse storico se si considera che in tutte le altre città limitrofe del basso Lazio questo servizio fu garantito solo dopo la seconda guerra mondiale. L’amicizia con il podestà dell’epoca Felice Tonetti, amante della bella architettura, lo indusse a progettare una stupenda fontana luminosa nella villa comunale ubicata al posto del fatiscente palco della musica denominato “la rotonda’’. Nel 1935, alla presenza della real Mafalda di Savoia, del podestà Felice Tonetti e di tante altre autorità, l’opera venne inaugurata con una fastosa cerimonia ed un gran concerto di musica. La fontana aveva una forma armoniosa, con quattro lati che indicavano i punti cardinali, al centro un gruppo di scogli nascondeva i numerosi rubinetti da cui fuoriusciva l’acqua che, comandata da pompe custodite nel piccolo edificio tutt’ora esistente a nord-est della fontana, creava un gioco di luci e di zampilli spettacolare. Nel primo periodo oltre alle luci vi era anche la diffusione di musica che accompagnava lo zampillare dell’acqua. Questa fu la prima fontana luminosa ad essere realizzata in tutto il Lazio. La guerra non ha risparmiato neanche la bella fontana della villa comunale “Umberto I e le pompe che azionavano gli zampilli e l’impianto luminoso andarono distrutti. La fontana della Villa Comunale, dopo l'ultimo rifacimento della pavimentazione, ha subito un abbassamento che, a mio avviso, ha notevolmente diminuito la sua già precaria visibilità. Forse una scelta più oculata nella progettazione della ristrutturazione della villa avrebbe consentito una maggiore attenzione alla fontana, che per tanti anni è stato il vanto del più bel giardino pubblico di Formia. Nata come fontana luminosa del giardino pubblico, oggi è ridotta ad una vasca pantano dove non mi stupirei di vedere saltellare delle rane.
 Nelle immagini : il palchetto della musica preesistente alla fontana; un bozzetto del progetto originale della fontana luminosa; il giorno dell’inaugurazione alla presenza delle autorità; il concerto del maestro Luigi Pistolozzi che dirige un coro formato da alunni del real ginnasio Vitruvio Pollione ed infine la vasca pantano di oggi.

mercoledì 17 aprile 2024

LA FONTANA ROMANA A FORMIA: QUELLO CHE NON APPARE - di Salvatore Ciccone
Con l’avanzare dell’età ripenso ai miei studi di architettura e alle origini di un personale percorso che radica nella mia terra e in una propensione di andare oltre ciò che appare. Così ho trovato il mio primo articolo nelle pagine della “Gazzetta di Gaeta”, rivista mensile ideata e diretta da Gaetano Andrisani (+ 2010) riprendendo nel 1973 la testata borbonica: il numero è datato 25 aprile 1974, dunque esattamente cinquant’anni orsono; s’intitola “La Fontana di S. Remigio” e si svolge in una sola pagina pur di ampio formato e alla quale si rimanda per la descrizione (fig. 1). Allora frequentavo il quarto anno del Liceo Scientifico E. Fermi di Gaeta e ricordo come durante una lezione di storia dell’arte, il prof. Salvatore Dell’Anno propose agli studenti la possibilità di pubblicare sulla rivista una sorta di tesina su qualche aspetto storico-artistico del territorio del Golfo. Fui l’unico ad aderire, con entusiasmo ma anche con l’ansia di un esordio pubblico, benché partecipe dell’Archeoclub di Formia fondato nel 1973. Senza dilungarmi oltre, da quell’articolo fui mosso alla conoscenza del patrimonio storico di pari al condividerlo pubblicamente, con studi non per questo banali ed anzi protesi oltre le comuni apparenze. Da allora, articolo su articolo ho percorso varie opportunità editoriali soprattutto a Roma, già frequentandovi la Facoltà di Architettura. Oggi compio cinquant’anni di questa attività, con decine e decine di lavori sul territorio di Formia e non solo, talvolta rinvenuti da amici come rari reperti, citati, ma anche copiati o deliberatamente taciuti, errori compresi; sì errori, perché è inevitabile farli se ci si vuole afferrare realtà lungamente oscurate dal tempo. La Fontana Romana è un raro monumento del genere, ancora di più se si considera che ha mantenuto fino agli anni 1970 attiva la sua funzione per uomini e animali lungo il tragitto della via Appia, “la regina delle vie” realizzata dal censore Appio Claudio il Cieco da Roma a Capua dal 312 al 310 prima di Cristo: ma quando fu realizzato l’abbeveratoio? Spontaneamente si potrebbe pensarlo coevo o di poco più recente, comunque d’età repubblicana. Invece, conoscendo approfonditamente la storia della via (cognizioni che io all’epoca non possedevo), risulta che esso è almeno di 500 anni dopo, in pieno Impero. Infatti la via in principio era “glareata” ossia inghiaiata su profonda massicciata drenante, solo qualche anno dopo iniziata ad essere lastricata con le pietre dei luoghi attraversati: dunque il tratto formiano con calcare, non con il grigio di basalto lavico che caratterizza l’antica via proprio davanti la fontana. Di quest’ultimo si sa l’epoca esatta, il 216 dopo Cristo e l’autore, l’imperatore Caracalla, quello che ordinò le imponenti terme a Roma: ciò è noto da una sola iscrizione su colonna miliare murata nel campanile della chiesa di S. Giovanni a Monte San Biagio, dove si afferma che “la pavimentazione di pietra bianca rovinata” fu sostituita con “nuova selce” per 21 miglia (circa 31 km), come desumibile dalle relative indicazioni dal miglio 67 fino al miglio 88 che cadeva sul guado del fossato Rialto all’ingresso di Formia, quindi al suo finire comprendendo la fontana. Ciò non sembra dare alcuna indicazione se non si considerasse la modalità della ripavimentazione che acclara lo spirito pratico dei Romani, cioè sovrapposta alla precedente alzando anche più di un metro il livello. Il fatto si è provato quando verso il 1935 per addolcire la curva della strada su progetto dell’architetto Giovannoni, si rinvennero un ponte e l’antico lastricato calcareo sotto quello lavico, visibile in due buche oggi colmate (fig. 2). Quindi la liscia parete a blocchi squadrati di contenimento all’abbeveratoio, mostra la parte rifinita della cornice di base partire dai basoli vulcanici, ai quali non poteva che essere almeno contemporanea: la monumentalità della fontana si giustificherebbe a celebrare la conclusione della ristrutturazione viaria. In tutta la fontana diversi elementi con frequenti inesatte giunzioni, mostrano fori di fissaggio di un diverso loro impiego e perciò provenienti da una precedente altra costruzione; inoltre la vasca, anche se di consueta la semplicità, stride con la finitura della parete alla quale è palesemente adattata scalpellando la cornice basale. L’acqua fluiva tramite due mascheroni circolari (fig. 3) di cui solo quello orientale ancora interpretabile, mentre l’opposto è molto consunto perché scolpito su pietra arenaria dorata locale, anomalia che si accompagna alla riproduzione di tratti di cornici: la diversa dimensione e colore delle maschere mi portò a ipotizzare che rappresentassero il sole e la luna; in realtà quella distinguibile mostra capelli e barba in forma di flutti che riconducono ad Oceano, mitologico padre delle acque. Nella parte superiore della parete, dietro il muro cementizio, si trova il serbatoio voltato di accumulo e decantazione lungo e largo quanto la vasca (circa metri 5 x 1), che fino ai primi del Novecento alimentava la fonte, prima che lo fosse dall’acquedotto pubblico. Il serbatoio si raggiungeva per le ispezioni da una scaletta sull’anta orientale della parete e poi sopra questa con un’altra circa centrale, dove sembra apparire una nicchia forse parte di un fastigio congruo al monumento: si rappresentano già in una incisione del Rossini del 1839 (fig. 4), dove inoltre compaiono tre mascheroni, palese espediente correttivo. Nel serbatoio terminava uno stretto speco coperto da volta che di allungava circa 300 metri a monte, in parte scavato in roccia con varie diramazioni laterali, intervallato da torrini di sfiato e di ispezione, evidenziati come “lanternini” in una mappa del Mattej (fig. 5). Si trattava di un sistema di captazione “a radice”, tale da intercettare l’acqua di una vasta area sotterranea. Quello che appare di un monumento è sempre parte di una più complessa realtà, di architettura e di storia, quale più completo valore di una testimonianza di civiltà: ciò risalta in questa fontana, insieme alla necessità di un ripristino dell’elemento vitale connaturato alla sua funzione perciò trasmessa per diciotto secoli.
Bibliografia: S. CICCONE, La fontana di S. Remigio, “Gazzetta di Gaeta”, 25 aprile 1974, p. 3 (67); IDEM, La via Appia nell’evoluzione del sistema urbano di Formia nell’Antichità e nel Medioevo, “Formianum”, Atti del Convegno II-1994, Marina di Minturno 1995, pp. 43-55; L. QUILICI, Santuari, ville e mausolei sul percorso della via Appia al valico degli Aurunci, “Atlante Tematico di Topografia Antica”, Atta 13-2004, pp.532-537.
Didascalie immagini 1 – L’articolo pubblicato nel 1974 sulla Gazzetta di Gaeta. 2 – Scavi del 1935: basolato calcareo sotto quello lavico di età imperiale (da Quilici). 3 – I mascheroni a confronto, l’occidentale su arenaria (sinistra), l’orientale su calcare. 4 – La fontana nell’incisione di Rossini con le due scale di accesso al serbatoio (1839). 5 – Stralcio della mappa di Mattej (1868): la fontana e i “lanternini” dell’acquedotto (frecce).

giovedì 22 febbraio 2024

RICONOSCERE LA VIA APPIA ANTICA A FORMIA - di Salvatore Ciccone
La via Appia antica a Formia è argomento divenuto ricorrente a causa della richiesta all’UNESCO di promuovere l’intero percorso da Roma a Brindisi come “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”. In verità la questione sembrerebbe indiscutibile, per la notorietà di questa strada connaturata alla stessa espansione di Roma e “regina” della estesa rete viaria dell’Impero. Così dovrebbe essere, se il suo tragitto contrassegnato ora dall’antico lastricato ed altre eccelse opere viarie, ora da monumenti sepolcrali riferiti alle antiche città da essa attraversate, fossero testimonianze sistematicamente preservate e visitabili, ma soprattutto se questo “bene” fosse realmente conosciuto e assunto come parte integrante dei “paesaggi” delle singole comunità; questo fatto è invece sporadico e rende una visione frammentaria cosicché si deve perorare la richiesta. Ora tornando Formia, in questa aspirazione di rilievo internazionale, la cittadinanza cosa conosce e di più quale valore assegna a questa strada di oltre 2300 anni e ancora indispensabile? Basti pensare che dal recupero della Tomba di Cicerone nel 1957, in occasione del bimillenario della morte a Formia del celebre oratore (7 dicembre 43 a. C.), nulla più si è fatto e il monumento tra i più caratteristici dell’intero tragitto è rimasto fino di recente incognito. Attualmente una tabellazione indica l’antico percorso in ambito urbano, ma nel tratto orientale erroneamente identificato nella sua variante medievale; invece prevale il riferimento alla “Via Francigena”, quel percorso che dalla Francia giungeva a Roma e che dopo il Mille ha anche riguardato il tragitto verso le sponde pugliesi di imbarco verso la Terra Santa; il progetto intendeva favorire attività turistiche minori e ci può stare, però dovendo segnalare la più antica e concreta strada, invece surclassata. Nella stessa città la via Appia è inconsapevolmente ripercorsa da quella “interna” lastricata con blocchi di basalto dai Borbone e che prima tutta si intitolava via Tullia, da Rialto a Mola, perciò riferita al nome di famiglia di Cicerone, ma che le amministrazioni comunali hanno poi dedicato ad Angelo Rubino, Ferdinando Lavanga, nonché all’Abate Tosti nel tratto di variante medievale: in ogni caso è stata soppressa l’identità dell’ Appia e in particolare nel rettilineo urbano che strutturava la città antica come “decumano massimo”. Dal punto di vista storico-topografico poi, la via che si considera nell’ambito comunale, in realtà attraversava il ben più esteso territorio antico di Formia, dal confine con “Fundi”, Fondi, all’imbocco inferiore della gola di Sant’Andrea, ora nel comune di Itri, per concludersi al territorio di “Minturnae”, Minturno in vicinanza di Scauri, circa al confine attuale. Così l’intero tratto formiano correva per 15 miglia (1 miglio romano = 1478,5 metri), dal miliare 79° al miliare 94° (attuali km. 127,00-149,00), tra i quali l’88° da Roma cadeva sul guado del torrente Rialto, ingresso occidentale della città: qui era il termine di 21 miglia ripavimentate da Caracalla nel 216 dopo Cristo, sovrapponendo al lastricato calcareo quello più duraturo di basalto, come attesta l’iscrizione miliaria riutilizzata nel campanile di S. Giovanni a Monte S. Biagio. Si deve infatti ricordare che la via iniziata nel 312 avanti Cristo dal censore Appio Claudio Centemmano detto Cieco poté raggiungere in soli due anni Capua contro i Sanniti perché semplicemente inghiaiata, seppure su strati di pietrame per assicurarne durevolezza; solo qualche anno dopo venne rivestita con pietra dei luoghi attraversati e dopo oltre un secolo raggiunse Taranto e Brindisi. Ora è opportuno focalizzare le testimonianze di competenza dell’attuale territorio di Formia. Venendo da Itri la Statale devia dall’antico rettilineo per sottopassare la ferrovia Roma-Napoli, accanto la quale (km. 136,500) affiora un tratto basolato con “in situ” il miliario LXXXV di Nerva, imperatore dal 96 al 98 dopo Cristo, elevato su piedistallo risalente ai lavori viari degli anni 1930. Tale presenza è per lo più sconosciuta e del tutto ignorata, resa dal traffico di insicuro accesso, nonché in deplorevole abbandono e degrado. Giungendo sulla pianura in vista del mare, dove incrocia la via Canzatora, antica diramazione verso il “Portus Caietae”, domina la visuale il rudere turriforme della Tomba di Cicerone (km. 139,200). Il sepolcro è compreso in un’area funeraria recintata rettangolare di oltre 5.000 metri quadrati e presenta una struttura a pianta quadrata in blocchi calcarei con lato di circa 17 metri che comprende una cella circolare e a cui si sovrappone un fusto cementizio con altezza totale di circa 19 metri. Recenti studi restituiscono al monumento di prima età augustea un rivestimento di marmo, superiormente in forma di tempio circolare con semicolonne sormontato da statua equestre di bronzo dorato, alto in tutto 100 piedi romani, metri 29,50. Inoltre si è evidenziato che il recinto sulla strada lungo oltre 85 metri ha implicato la modifica in piano di un più lungo tratto della via Appia, ciò ammissibile solo per determinazione pubblica e che avvalora la tradizione risalente almeno al X secolo che attribuisce il monumento e la zona a Cicerone. Inoltre nel recinto venne sepolta parte di una via lastricata che giungeva al litorale di Vindicio separando due ville, delle quali i resti in proprietà Lamberti sono nella stessa striscia di terreno con il sepolcro, interrotta dalla via litoranea. Ciò confronta le fonti antiche sul “Formianum” di Cicerone che lo dicono esteso per un miglio dal mare in altura, dove in effetti sono i resti di una villa rustica e dall’Appia si scorge il rudere indicato dalla tradizione Tomba di Tulliola, la figlia di Cicerone, dalla quale proviene una statua funeraria femminile ora presso il Museo Archeologico di Formia. In prossimità dell’ingresso di Formia (km. 140,500), la via Appia si allargava con tratto basolato in curva a comprendere una fontana, composta di una lunga parete in opera quadrata modanata con aderente al centro l’abbeveratoio alimentato da due maschere forse di Acheloo, divinità fluviale: la fontana risale al rifacimento viario di Caracalla, poiché sorta sul nuovo livello della strada, mentre il più antico lastricato calcareo è stato rinvenuto negli anni 1930 a circa metri 1,20 di profondità. Molti basoli accantonati sono stati illecitamente asportati dal lastricato sotto l’attuale carreggiata durante la posa di un impianto, mostrando tutta la fragilità di questa nobile strada nelle dinamiche attuali. La fontana è preceduta sul lato monte dai resti di sepolcri, dei quali evidente è quello a forma di torretta ottagonale a fasce sovrapposte di laterizi e blocchetti di calcare, “opus vittatum” di epoca imperiale. Poco prima, meno visibile, è di recente scavo il nucleo cementizio di un sepolcro, nel luogo di provenienza di iscrizioni di liberti della “gens Vitruvia” e di quella di età augustea di un Marco Vitruvio, dagli umanisti riferita all’autore del celebre trattato di architettura e riutilizzata nel Cinquecentesco Ponte di Rialto, 500 metri oltre la fontana. Da questo contesto sono venuti in luce sepolture con corredi funerari, mentre lo studio della struttura ha ipotizzato un sepolcro in forma di altare con fregio dorico: per paradosso i due ruderi vengono fatti ricoprire da rampicanti. In ambito urbano la via Appia ripercorre le vie Rubino e Lavanga per circa un chilometro e costituiva il decumano massimo della città. In corrispondenza del Foro (piazze Buonomo e Mattej), incrociava l’ortogonale cardine massimo (vie Castello e Gradoni del Duomo del medievale Castellone,) tangente ad occidente i resti del teatro (vico Teatro) e connesso all’arce cinta da mura poligonali (VI-IV sec. a. C.), in piazza S. Erasmo con porta sulla via originaria. Il tratto terminale del decumano (via Lavanga, trav. via XX Settembre) era interessato all’anfiteatro, risalente alla prima età augustea, opportunamente situato in vicinanza della insenatura portuale oggi colmata (largo D. Paone), aggirata a monte dalla via dove appunto resta il nome Caposelice cioè il capo del rettilineo selciato, aspetto che rappresenta il fatto più notevole della topografia della via Appia nell’antica Formia. Infatti fino di recente si è ritenuto che la strada ripercorresse quella del borgo di Mola, cosa inammissibile per il percorso contorto e promiscuo agli approdi. Essa invece svoltava e percorreva l’attuale via della Conca, interrotta in via Maiorino, ma che proseguiva passando vicino l’acquedotto su arcate del II-I secolo avanti Cristo il cui serbatoio terminale presenta un lato sghembo in quanto allineato alla carreggiata certamente come prospetto di una fontana pubblica. Recentemente in uno scavo condotto nei suoi pressi è affiorata la massicciata viaria disfatta, in questa zona acquitrinosa contenuta da muro poligonale; nello stesso luogo è inoltre documentato il sepolcro della gente Cesia (iscrizione presso il Museo) e affioramenti di basoli del selciato. È probabile che a fine Duecento la costruzione nel borgo del castello angioino o Torre di Mola per motivi strategici determinò la cancellazione del tratto che lo aggirava e allagato il suolo. Oltre la piazza Risorgimento, La via Appia prosegue con tipici rettilinei ad oriente ricalcata da quella moderna. In località S. Pietro (km. 144,600) è fiancheggiata a monte dall’imponente nucleo cementizio parallelepipedo di un sepolcro detto Torricella, identificabile nel tipo ad edicola e alla prima età augustea, ma di titolare incognito, probabilmente pertinente ad una villa; è comunque l’elemento distintivo del tratto orientale fino all’antica “Minturnae” sul fiume Garigliano. Oltre il sepolcro (km. 145,350), nel 1998 venne in luce parte del lastricato, mentre nel lapidario di Villa Caposele (Rubino), una colonna miliare reca il 92° miglio ricadente presso l’incrocio di via Gianola (km. 146,900) e attesta un rifacimento della strada nell’impero di Massenzio tra il 307 e il 312. Queste le principali evidenze del tragitto formiano della via Appia antica e le minime conoscenze per considerarne il valore, le problematiche conservative e una valorizzazione della via, intrecciate all’attuale uso che ora ne rende difficile una adeguata fruizione. Si deve quindi auspicare una maggiore consapevolezza insieme alle specifiche competenze, poiché altrimenti l’assegnazione della via Appia a Patrimonio Mondiale dell’Umanità non recherà che vani benefici alla cittadinanza.
Bibliografia essenziale S. Ciccone, Origine e sviluppo della viabilità nel territorio antico di Formia, in “Storia Illustrata di Formia”, Sellino Editore – Comune di Formia, vol. I, p 83 segg., Pratola Serra 2000. Idem, Il sepolcro formiano di Marco Vitruvio, in “Formianum” VII-1999, p. 45 segg. Idem, Osservazioni sull’architettura della Tomba di Cicerone a Formia, in “Formianum” IX-2001, p. 11 segg. L. Quilici, Santuari, ville e mausolei sul percorso della via Appia al valico degli Aurunci, in “Atlante tematico di topografia antica, Acta 13 – 2004, p. 441 segg.
Didascalie delle immagini 1 - Miliare di Nerva sulla via Appia presso il confine con Itri. 2 – Ricostruzione della Tomba di Cicerone (Ciccone 2001). 3 – Resti del sepolcro di Marco Vitruvio con corrispondente ricostruzione (Ciccone 1997). 4 - La Fontana Romana e i pozzi sul precedente lastricato negli anni 1930 (da Quilici). 5 – Il sepolcro detto Torricella in contrada S. Pietro. 6 – Affioramento del lastricato della Via Appia sul tratto orientale.

giovedì 23 novembre 2023

LA RECUPERATA “COLONNA DELLA LIBERTÀ” A FORMIA di Salvatore Ciccone
La “Colonna della Libertà” è un monumento formiano rimasto celato per oltre cento anni e che di recente è tornato al suo posto, in adiacenza al largo Domenico Paone, nella piazza Tommaso Testa. Secondo la tradizione essa ricordava il passaggio delle truppe napoleoniche del 1799 e la costituzione della “Comune di Formia – Mola e Castellone”, nel territorio affrancato da un millennio di subordinazione a Gaeta. Prima del ripristino, il monumento compariva in alcune raffigurazioni e dettagliatamente in una foto del 1900 (fig. 1), costituito da una snella colonna liscia con capitello dorico, innalzata su un piedistallo prima ancora protetto da quattro cippi paracarro; esso rovinò, pare, durante un fortunale nel 1914 e i pezzi rimasti a terra, anche dopo l’esecuzione del nuovo lungomare avutosi nel 1928 per munificenza di Domenico Paone. La piazza già “della Darsena” quando era sul limite della “Spiaggia di Mola”, tangente il tratto sostitutivo della via Appia (la via romana percorreva infatti parte della retrostante via della Conca), era delimitata ad oriente dal palazzo Mattej: da esso la Colonna si trovava a filo della facciata principale a circa a m. 12 dal cantone. Davanti al palazzo era una rotonda sporgente sulla spiaggia contestuale ad una fontana a parete di metà Settecento. Nel primo ampliamento del lungomare degli anni 1850, tolta la rotonda, la fontana venne trasferita sul fondo cieco della piazza e modificata allungando la vasca di abbeveraggio sormontata da cinque botticelle su onde, detta “Fontana delle Cinque Cannelle”: rispetto a questa la Colonna si venne a trovare centrata a poco più di 7 metri. L’origine del monumento nota nella tradizione, si riscontra nello stile architettonico e in un documento della “Comune” che ne affidava l’opera allo scalpellino Giuseppe D’Auria. Con la venuta dei napoleonici, nelle piazze più frequentate e scelte come luoghi di adunanza, si innalzava un “Albero della Libertà”, simbolo popolare della Rivoluzione Francese che in varie illustrazioni d’epoca è un albero oppure un palo eretto, ornato con emblemi del movimento quali il berretto frigio, coccarde tricolore e cartigli con i motti innovatori. Nella piazza della Darsena, sul passaggio obbligato, c’era maggior spazio per un raduno, inoltre si può immaginare come fosse facile reperire un palo tra gli armamenti dei navigli periodicamente tirati in secco. L’innalzamento della Colonna celebrativa quindi deve essere avvenuta nel luogo e in sostituzione dell’effimero “albero”. In effetti nei progetti per l’area del palazzo reale di Napoli, istruiti dal reggente Gioacchino Murat, si scorge una colonna sormontata da statua. È verosimile che anche la Colonna di Formia fosse finalizzata ad una statua, verosimilmente ispirata a quelle dell’epoca della Libertà, tale rendere compiuto il significato e designare il monumento. Questa ipotesi pare avvalorata nella prima raffigurazione conosciuta della Colonna risalente al 1816-1817 e realizzata dall’architetto inglese James Hakewill (fig. 2), dove sul capitello si percepisce una base quadrangolare, impossibile invenzione dell’artista, ma in effetti necessaria a rialzare una statua per la sua completa visione. Dopo il ritorno del monarca spodestato Ferdinando IV di Borbone rinominatosi Ferdinando I, il quale ratificò il Comune il 25 gennaio 1820 con il nome di “Castellone e Mola di Gaeta” in alcune illustrazioni del Mattej il monumento è culminato da una croce sul Calvario (fig. 3). Nel 2011, in occasione del cinquantenario del Lions Club Formia, che fin dalla sua costituzione nel 1961 si era proposto il ripristino del monumento, si riuscì a concretizzare il progetto, catalizzato dal 150° anniversario della ripresa dell’antico nome di Formia (1862-2012) e dal concomitante rifacimento del sito: chi scrive, architetto, venne incaricato del progetto, attendendo alla fase di indagine storica e stilistica e agli elaborati restituivi, insieme ai rapporti con gli uffici di competenza e gli operatori tecnici. Si partiva dagli elementi residuali del monumento, consistenti nel fusto della colonna, di granito grigio, nonché della cimasa di marmo bianco del piedistallo: tutto il resto era perduto. I pezzi risultavano appartenuti a costruzioni di epoca romana: la colonna, con il diametro di base di m. 0,44 equivaleva a 1,5 piedi romani (1 piede = m. 0,2957) ossia un cubito, ma in rapporto a quello l’altezza di circa m.3,50 era in difetto, fatto comprovato dall’assenza delle modanature ai due estremi; la cimasa, alta m. 0,15 e larga agli estremi m. 0,86 corrispondeva rispettivamente a 0,5 e a 3 piedi (m. 0,89), quest’ultima pure in difetto perché riscolpita superiormente con modanatura a “toro”. con l’elemento di misura prevalente della colonna si è potuto risalire al disegno in proporzione dell’intera composizione (fig. 4). L’altezza totale risultava di circa metri 5,30 che si poteva tradurre in 20 palmi napoletani, ciascuno pari a m. 0,265. Il riscontro all’impiego di questa misura si aveva nella cimasa, che nel piano inferiore di appoggio presentava sul perimetro la grossolana e più recente scanalatura ampia circa cm. 5 e necessaria per alloggiare le lastre di rivestimento del piedistallo: questo perciò risultava largo m. 0,66 esattamente 2,5 palmi e, compreso il gradino di base, ammontare in altezza a 5 palmi, quindi con la larghezza in rapporto 1:2; la colonna risultava di 15 palmi compresa la base di 1 palmo e il capitello di 0,75 palmi (m. 0,20); essa risultava essere stata solamente poggiata sulla cimasa e assicurata con l’ausilio di un collante, che degradando causò il crollo. il fusto della colonna era stato abilmente reintegrato nella parte alta con una stuccatura, laddove tuttora si presenta consunto da antica erosione: è quindi probabile che sia stata recuperata sulla spiaggia antistante a occidente dove vi erano i resti di una villa romana con vasta peschiera. Il monumento benché di ridotta entità e semplice composizione, si riscontra ben studiato nelle proporzioni in rapporto alle visuali e dell’effetto riduttivo della colonna isolata nello spazio circostante. Se poi si considera la presenza di una statua di culmine, si può ipotizzarla alta cinque piedi e quindi il tutto di 25 piedi (m. 6,63), in proporzione di 10 volte la larghezza della base. I lavori eseguiti nel 2011 hanno prodotto una piazza sulla preesistente sede viaria, questa avanzata con pari curvatura, dove la Colonna sarebbe potuta divenire l’elemento di convergenza delle visuali di percorrenza del nuovo spazio pedonale. La ricostruzione del monumento si è avvalso della riproduzione robotizzata degli elementi mancanti con pietra levigata della zona, con il profilo delle modanature rimasto sintetico perché non sufficientemente documentabile; inoltre tra i nuovi elementi della base si è anche prodotto un solco di distacco per sottolinearne la ricostruzione. Nella colonna furono consolidate le microscopiche lesioni che si sarebbero tradotte in futuri sfaldamenti, lasciando però a vista le scagliature prodotte nell’ultimo conflitto, come pure le parti consunte in origine stuccate Il posizionamento della colonna fu pertanto stabilito nell’ambito della piazza, facendola rimanere in asse con il centro della fontana, ma avanzadola verso mare di circa 7 metri in favore delle nuove visuali. Affinché si potesse apprezzare il più completo e profondo significato del monumento e del suo recupero, sul piedistallo della colonna due iscrizioni di seguito riportate recano in sintesi la storia, una del monumento e l’altra di Formia. Sul lato Roma: NEL 1799/SI COSTITUIVA / «LA COMUNE DI FORMIA - MOLA E CASTELLONE» / CHE PER L’AUTONOMIA CONQUISTATA ERESSE QUESTA / «COLONNA DELLA LIBERTÀ» / ROVINÒ NEL 1914 E DIMENTICATA / LE FURONO INFERTE LE FERITE / DEL SECONDO CONFLITTO MONDIALE / L’AMMINISTRAZIONE MUNICIPALE / CON IL RESTAURO CURATO E SOVVENZIONATO DAL / LIONS CLUB DI FORMIA / CELEBRANDO L’UNITÀ NAZIONALE / CONCRETIZZATA IN QUESTA TERRA NEL 1861 / NEL LUOGO ORIGINARIO / LUNGO LA VIA CHE COSTEGGIAVA LA / SPIAGGIA DI MOLA / AL CUI LATO ERA IL PALAZZO DI / PASQUALE MATTEJ / (1813-1879) / DEVOTO ALL’ARTE E ALLA STORIA / ARTEFICE DELLO STEMMA CITTADINO / IN OCCASIONE / DEL 150° ANNIVERSARIO DELLA / RIPRESA DEL NOME DELLA CITTÀ ANTICA / A FUTURA MEMORIA DEL CAMMINO CIVILE / RISTABILIRONO NELL’ANNO / 2012 Sul lato Napoli: FORMIA / DAL GRECO HORMIAI AD INDICARE I BUONI APPRODI / POPOLATA DAGLI AURUNCI / CREDUTA L’OMERICA LESTRIGONIA / ANTICO MUNICIPIO ROMANO SPONDA AMBITA DELL’URBE / DA CICERONE AMATA FIN ALL’ESTREMO RESPIRO / DI VITRUVIO PATRIA RICONOSCIUTA / SEDE EPISCOPALE / SEPOLTURA DI SANT’ERASMO / AVVICENDATA DA CAJETA SUO PORTO NATURALE / SOPRAVVISSUTA IN DUE SOBBORGHI / MOLA E CASTELLONE / NEL 1799 / RIUNITA NELL’AUTONOMIA COMUNALE / RATIFICATA NEL 1820 / NEL 1861 CAPOSALDO / DEL NASCENTE STATO ITALIANO / NEL 1862 RISCATTATA DELL’ANTICO NOME DI FORMIA / NEL 1865 INSIGNITA DEL TITOLO DI CITTA’ / CON EMBLEMA DELLA MITICA FENICE / DISTRUTTA NEL SECONDO CONFLITTO MONDIALE / MEDAGLIA D’ARGENTO / RICOSTRUITA PER TENACE VOLONTA’ DEI SUOI CITTADINI / VOLGE LO SGUARDO AL FUTURO DI PACE E FLORIDEZZA / NELLO SPIRITO DI LIBERTA’ La “Colonna della Libertà” venne inaugurata insieme alla piazza 16 giugno 2012 come ritrovata memoria della rinata Formia di allora, di nuovo presente come punto di riferimento della città attuale.
Didascalie delle immagini 1 – La Colonna della Libertà e il susseguente palazzo Mattej in piazza Darsena, in una fotografia di primo ‘900. 2 – La Spiaggia di Mola nell’illustrazione di James Hakewill del 1816-17 con a destra la Colonna della Libertà: nel dettaglio è evidente sul capitello la base per una statua. 3 - La piazza della Darsena campeggiata dalla Colonna della Libertà sormontata da una croce in un disegno di Pasquale del 1846-47. 4 - Disegno restituivo di progetto della Colonna della Libertà (Studio Arch. S. Ciccone, 2011), confrontato con l’opera di ripristino compiuta nella nuova piazza.

martedì 24 novembre 2020

"VOTI E SPERANZE PER I CITTADINI DI MOLA E CASTELLONE"

di Renato Marchese

 

Nel XIX secolo, l’incantevole paesaggio, i siti archeologici dell’antico impero romano e la presenza in loco di strutture alberghiere degne di fama, era quello che Formia offriva ai viaggiatori italiani e stranieri che vi sostavano. Ma il compatto urbano necessitava dell’apporto di rilevanti migliorie poiché era incapace di sfruttare a pieno le potenzialità di sviluppo che il soggiorno dei viaggiatori stranieri poteva arrecare alla città.

Pasquale Mattej nel 1854, aveva centrato il problema ed espose un suo progetto per la città, descrivendolo nel suo lavoro: “Voti e speranze per gli abitanti di Mola di Castellone”. 

Sintetizzo con le stesse parole del Mattej quello che il nostro illustre concittadino avrebbe voluto per Formia: 

 

“(…) Nel piccolo quadrilatero della darsena antica, abbenché in abbozzo, Mola si allieta di una piazza, e poco lungi, di una fontana. Castellone all’opposto nemmeno il vantaggio possiede di acque nell’interno dell’abitato più numeroso, ed è obbligato ad attingere di lontano (…) 

Nell’immagine un disegno di Pasquale Mattej del 1847 che ritrae il borgo di Castellone.

“(…)Direm prima di Mola (…) Egli è da convenir facilmente che la spiaggia di Mola presentando un’abbondante e più simmetrica ed architettata fontana, un poggio o meglio verone sporgente sul mare accomodato a sedili marmorei a parapetto, uno sbarcatoio di cui manca l’attuale spiaggia, uno spazio passeggiabile all’aperto delizioso dell’aere e del mare, ed una piazza di commestibili nella Darsena con la sua opposta appendice; certamente diverrebbe il più nobile e maestoso sito che immaginar si possa conveniente a capitali città anziché a paesi di Provincia.(…) Ora diremo di Castellone(…)di una piazza si sente tuttavia la grave mancanza.(...) Essa si circonderebbe di botteghe coperte da un porticato che correrebbe tutto il giro del semicircolo, e a diversi uffici quelle sarebbero destinate secondo i bisogni della piazza e gli ordinamenti che il Decurionato stabilirebbe. Ciò che importa un utile futuro finanziario per la comunale Amministrazione.(…) Ma prima di accennare in questa piazza l’elegante fontana che dovrebbe sorgere nel suo bel mezzo, gli è d’uopo tener d’occhio all'acqua necessaria al sito.(…)” 

I voti e speranze" di Pasquale Mattej non rimasero lettere morte, Ferdinando II, che nel 1852 aveva acquistato Villa Caposele, decise di porre rimedio alle principali carenze urbanistiche dei borghi di Mola e Castellone, provvedendo allo sviluppo e all'ottimizzazione del luogo dove aveva eletto sede della sua nuova dimora.

L'architetto Salvatore Ciccone, nel suo articolo: “Amenità naturali e nuove architetture: residenze nobiliari ed edifici ecclesiastici”, pubblicato sul volume terzo della “Storia Illustrata di Formia”, nel 1998, così descrive i lavori fatti eseguire dal Ferdinando II:

 

“(…) Venne quindi migliorata la rete viaria , in specie sulla spiaggia di Mola, e creando nuovi percorsi come la circonvallazione di Rialto-Castellone- Santa Teresa il raccordo lungomare tra la villa e la via Flacca Di Vendicio e da questa all’Appia con la “Via Ferdinandea”, attuale via Vendicio, agevolando il traffico da e per Gaeta. Si intercettarono le sorgenti nella valle di Santa Maria la Noce sopra Castellone e tramite un acquedotto si dotò la villa di acqua, che non ne era priva ma nell’interno dei due più bassi “ninfei” romani. Due fontane ornarono quindi il giardino superiore: quella dei Cupidi in asse al portico, con grande vasca circolare e statue marmoree dell’epoca, e quella più in basso ad oriente, sotto la pergola a cupola in ferro, pure circolare, con al centro la statua di Davide attribuita a Gianlorenzo Bernini. Lungo il percorso dell’acquedotto e con diramazioni si crearono fontane pubbliche sotto la Torre di Castellone, al centro del nuovo emiciclo colonnato della piazzetta Delle Erbe, alla Marina di Castellone e presso Santa Teresa. (…)”

 

Nelle immagini alcuni disegni di Pasquale Mattej del 1847 : il borgo di Mola e la sua piccola baia,  una veduta di Castellone con lo sfondo di Mola e il monastero degli Olivetani con la torre ottagonale.




sabato 12 novembre 2022

ULTERIORI CONSIDERAZIONI SUL PAESAGGIO DEL “FORMIANUM” - di Salvatore Ciccone
Nel precedente articolo ho spiegato il significato di paesaggio in relazione alla parte del territorio individuata come il “Formianum”, cioè la villa o tenuta di Cicerone dove egli trovò la morte il 7 dicembre del 43 avanti Cristo. Il sito comprenderebbe parte del litorale di Vindicio, della retrostante piana di Pontone e della immediata altura dell’Acervara, separata dalla via Appia dove si staglia il rudere del sepolcro tramandato a suo nome. Qui testimonianze archeologiche concernono l’antica viabilità, opere idriche e approdi relativi a resti di residenze costiere di cui una eccelle in rapporto con il sepolcro e con la sovrastante collina. Ho evidenziato la differenza tra paesaggio e panorama, il primo insieme di fattori ambientali e culturali, di cui il secondo è l’ampia parte visibile. Questa cognizione è importante soprattutto di fronte alle convulse trasformazioni attuali, che vengono imposte devastando il retaggio culturale e mortificando i panorami: infatti in relazione ai guasti visuali di un sito, subentra la logica del declassamento per avallare interventi di più ampio e definitivo disfacimento. Ciò è errato, in buona fede, ma in molti casi voluto in una logica che vuole forzatamente imporre ed anzi sfoggiare potere dove nessuno oserebbe e dove la legge stabilisce. Anche quando un panorama fosse stato rovinato, il paesaggio potrebbe conservare buona parte delle componenti valoriali potenzialmente integre, risorse ancorché sotto specifica tutela da utilizzare sia all’incremento culturale che al miglioramento economico della comunità locale; comunque quest’ultima finalità non va assunta come esclusiva. Detto questo, rivediamo il problema di quest’area di grande pregio che nel passato ha destato ammirazione, ispirato artistiche espressioni di cui solo alcune già presentate, e che oggi si trova in un accavallare di contingenze pregresse, nell’accrescimento di attività e sovraccarico viario, ulteriormente gravato dall'accrescimento del finitimo porto di Gaeta. Tale circostanza non permette di questo importante tratto della via Appia antica, un adeguato utilizzo sul piano turistico al punto che è arduo fermarsi presso la Tomba di Cicerone o alla successiva Fontana Romana verso Formia, di percorrerlo cioè come si conviene in sicurezza e in condizioni confacenti per recepirne i valori di indiscutibile importanza. Tra le altre presenze culturali proprio in vicinanza della Fontana si erge un sepolcro a torretta ottagonale e ne sono stati posti in luce i resti di un altro che si riconnette a famose iscrizioni tra cui quella di un Marco Vitruvio, molto probabilmente riconducibili al celebre architetto di Cesare ed Augusto: purtroppo questo sepolcro, vincolato ma inosservato, è fatto volontariamente inghiottire da edere poiché ritenuto di aspetto indecoroso… Come si vede, ai problemi indotti dallo sviluppo si registra una generalizzata assenza di consapevolezza del patrimonio identitario, con l’effetto di accelerare i fenomeni di depauperamento sulla media e lunga prospettiva. Pertanto il soddisfacimento delle necessità indotte dalla produzione sul territorio deve partire dal riconoscerne tutte le potenzialità in modo da stabilire che interventi non solo non siano lesivi, ma rappresentare l’opportunità per ulteriormente preservarne le peculiarità e utilizzare al meglio le componenti: una “coltivazione” del paesaggio per tramandarlo con valori acquisiti; un processo che altrove stabile rende ricche e rinomate fino le più piccole comunità. La soluzione per ottenere dallo sviluppo benefici per il “Formianum” e il connesso tratto monumentale della via Appia, sta nello stabilire la gerarchia dei percorsi veicolari che devono distinguersi tipologicamente e pertanto finalizzati alle specifiche necessità. Il problema attuale è che il traffico delle merci è commisto a quello delle autovetture e costretto a transitare pericolosamente verso Formia sulla via Appia-Cicerone e per via Vindicio collegarsi alla Litoranea “Flacca”; non di meno lo è quello tramite via Canzatora che separa Formia da Gaeta. Ora sarebbe inconcepibile la soluzione di un ulteriore raccordo che connettesse direttamente la Flacca dal confine di Gaeta alla via Appia in prossimità della Tomba di Cicerone, senza risolvere ed anzi rendere più critico il traffico proprio in corrispondenza del celebre monumento, magari con la pretesa di porlo in maggiore visibilità, ma che lo lederebbe irrimediabilmente insieme al suo ambito campestre, dopo il passaggio della Litoranea di nuovo amputato nella sua distesa continuità verso il mare. A scongiurare questo minacciante scenario, la soluzione esiste già ed anzi è stata realizzata recentemente sia pure in maniera approssimativa ed è la ‘bretella’ che dall’Appia presso i “25 Ponti” passa tra il monte Conca e monte Lauro per biforcare nella via di Arzano diritta al nuovo porto di Gaeta e in quella verso la Piana di Sant’Agostino; si tratta solo di riadeguarne la carreggiata e alcuni passaggi del tracciato commisurati in funzione dello scalo marittimo. I vantaggi sarebbero immediati, non solo per il territorio di Formia, ma anche per larga parte di quello di Gaeta poiché questo percorso potrebbe svincolarla di gran parte del traffico sulla costiera di uso turistico e propriamente urbano, con una variante dalla stessa Piana litorale. Tale bretella verrebbe convenientemente allacciata alla progettata viabilità pedemontana dalla zona di “Piroli” ai “25 Ponti” e da qui verso Formia tutto il tracciato della via Appia risulterebbe sgravato del traffico pesante insieme agli odierni collegamenti con la litoranea. A seguito di ciò sulla via Appia, dall’incrocio Canzatora verso Formia, diventerebbe attuabile una percorrenza privilegiata a prevalenza pedonale e ciclabile, con aree di sosta adeguate ai torpedoni turistici; il paesaggio verebbe di conseguenza preservato nelle sue prerogative nel generare molteplici vantaggi e occasioni di lavoro. Del “Formianum” la parte che cela inedite possibilità è quella collinare dell’Acervara attraverso l’ottocentesca via “Militare” che la percorre e che permette di accedere al sepolcro rupestre di Tulliola e alla soprastante piana “Le Fonti”, dove insistono i resti di una villa romana con cisterna: un’area di elevato pregio panoramico, tutta da rivalutare anche tramite attività naturalistica, di rimboschimento o di culture specializzate. Si tratta quindi di riconoscere questi valori e le opportunità offerte da questa parte del territorio principalmente a Formia, ma che credo anche a Gaeta, nella considerazione che queste due città sono inscindibili in un comune patrimonio di paesaggio.
Didascalie immagini : 1 – Mappa del “Formianum” di Cicerone (Ciccone 1993); in rosso gli antichi tracciati viari: A, Tomba di Cicerone e B villa connessa (prop. Lamberti); C, Tomba di Tulliola; 1, resti di acquedotto e 2 serbatoio di arrivo; 3, basamento di edificio pubblico (tempio di Apollo?); 4, resti di approdo; 5, 6, resti di villa rustica con cisterna. 2 – La via Appia presso la Tomba di Cicerone. 3 – Il paesaggio del “Formianum” dalla Tomba di Tulliola (a destra) sul colle Acervara (foto G. De Filippis). 4 – Resti del sepolcro di Marco Vitruvio sulla via Appia presso la Fontana Romana.

giovedì 25 gennaio 2024

VITRUVIO IN DUE NINFEI A FORMIA - di Salvatore Ciccone
Nello scorso articolo ho trattato del sepolcro recentemente scoperto a Formia sulla via Appia, dal quale si è dimostrata provenire l’iscrizione di età augustea del titolare, un Marco Vitruvio, riutilizzata nel vicino ponte di Rialto risalente al 1568 e che ha indotto i classicisti a ritenerla riferita all’architetto di Cesare e che ad Augusto dedicò il suo celebre trattato sull’Architettura, pertanto facendo ritenere questa città la sua più probabile patria. Per la restituzione grafica del sepolcro ho fatto riferimento al criterio proporzionale analogo a quello impiegato in uno dei due cosiddetti ninfei di tarda età Repubblicana nella prossima zona costiera, architetture che presentano riscontri con l’opera di Vitruvio. Si tratta di due originali sale voltate articolate da colonne in una vasta residenza romana compresa nella Villa del principe di Caposele, divenuta nel 1852 luogo di vacanza di re Ferdinando II di Borbone, oggi proprietà Rubino; entrambe hanno sul fondo un vano a nicchia con fonte sorgiva e per questo ricondotte al tipo dei ninfei. Nella pianta le due sale si distinguono dai prevalenti ambienti uniformi di sostegno di un originario piano residenziale, elevato dall’attuale giardino di circa metri 7,50 e già ridotto in orto pensile, che ricalcano l’andamento di una rupe ai cui piedi scaturisce la sorgente; la fronte rettilinea degli ambienti si elevava di circa 2 metri da una vasta peschiera antistante, i cui resti furono interrati dai Borbone nell’ampliamento del giardino. Il “ninfeo minore” ha una pianta su matrice quadrata che forma un ambiente principale scandito da quattro colonne doriche, approfondito in una nicchia con fontana. La parte principale è ricostruzione dei Borbone da un’unica colonna e volte perimetrali superstiti, riproponendo un soffitto centrale a padiglione sospeso su lunghe piattebande. La decorazione generale a pietre spugnose richiama una grotta cui si aggiungono effetti pittorici e illusori: nella volta a botte della nicchia con scomparti a sassolini, conchiglie e paste vitree; nelle pareti a stucco con porte inquadrate da motivo architettonico; sulla colonna in un residuo di mosaico a riquadri. Il “ninfeo maggiore” ha pianta sviluppata su matrice rettangolare, con al centro un’ampia volta a botte scandita da lacunari o cassettoni, sostenuta su ambo i lati da quattro colonne doriche di pietra a stucco che spaziano su navate laterali; il fondo ha un vano occupato da fonte in vasca e decorato con pitture ‘egittizzanti’; all’opposto verso l’esterno si allunga una “fauce” di accesso. Nel pavimento di mosaico bianco punteggiato di marmi policromi, si trova al centro una vasca rettangolare o “impluvium” corrispondente all’apertura che esisteva al centro della volta o “compluvium”, di questa la ricostruzione borbonica annullò il risalto delle membrature nei giochi di luci ed ombre, nonché la ventilazione ascensionale. Tra le due sale, la volta di un ambiente reca i resti di intonaco a scanalature per convogliare l’acqua di condensa di un ambito termale del quale è tramandata la presenza di dispositivi di riscaldamento delle pareti. Ciò richiama l’abbinamento usuale di “balneum” con “triclinium” o sala da pranzo, della quale nello sviluppo a colonne, Vitruvio (“De Architectura”, VI, 3, 9) la nomina “oecus” e ne classifica tre tipi tra i quali il tetrastilo e il corinzio e che, dal greco “oikos”, casa, si deduce assimilati al nucleo della casa romana e di quella greca corinzia. Pertanto si devono propriamente riferire al “ninfeo minore” un oece tetrastilo e al “ninfeo maggiore” un oece corinzio, qui complementari così come nella trattazione vitruviana, seppure aggiunti adeguatamente di una fontana. Questa coincidenza risalta più specificatamente nel “ninfeo maggiore” che si riconosce nella descrizione dell’oece corinzio data da Vitruvio (VI, 3, 9): “I corinzi hanno le colonne che posano su di un podio o a terra, e sopra hanno epistili e cornici o in opera nella muratura o di stucco, di poi sopra le cornici, dei lacunari curvi che girano interrotti alle reni”; quest’ultima espressione allude ad volta di muratura a pieno centro, dove le reni sono le porzioni poco superiori ai piani d’imposta che non generano spinte laterali, per il resto ridotte dall’alleggerimento dei lacunari. Maggiori evidenze sul genere delle due sale si acquisiscono nello studio delle proporzioni. L’oece tetrastilo ha la pianta inscritta in un quadrato che comprende lo spessore del muro frontale, come pura quadrata è la nicchia, rivelando il criterio proporzionale dal teorema di Platone a quadrati concentrici tramandato da Vitruvio (IX, pref., 4-5): il quadrato principale della sala è di lato 25 piedi che nella serie concentrica trova nella sua metà di 12,5 piedi il lato della nicchia, traducibile in 25 palmi (1 palmo = m 0,074), cioè corrispondente al numero di piedi del quadrato maggiore. Anche l’alzato riscontra le regole stabilite da Vitruvio: la colonna di ordine dorico di altezza 14 volte il raggio di base (IV, 3, 4), qui di metri 4,14 su raggio di 1 piede; l’altezza della sala quadrata pari alla somma della larghezza con la sua metà (VI, 3, 8), qui presa tra i limiti interni delle colonne dà metri 5,85 in difetto di 15 centimetri, ma rispetto alla volta ricostruita. Nell’oece corinzio, la pianta risulta composta di tre rettangoli di diversa dimensione ma di medesima proporzione regolata da un segmento comune di 7,5 piedi ossia 30 palmi, che è il numero in piedi della lunghezza della sala colonnata: in questo segmento si deve perciò individuare il modulo che nel rettangolo maggiore scandisce la lunghezza in cinque parti e la larghezza in quattro, stabilendo una comune proporzione di 5:4. Il modulo poi decuplicato collima la lunghezza totale della sala con 75 piedi o 300 palmi, mentre la larghezza massima tra le pareti delle navate è di 37,5 piedi o 150 palmi, quindi rispettivamente di moduli 10 e 5 ribadendo il rapporto 1:2 prescritto per i triclini. Da ciò risalta pure come lunghezza totale dell’oece tetrastilo, di 37,5 piedi o 150 palmi, è la metà di quello corinzio dimostrando l’unità progettuale delle due sale. Anche nell’oece corinzio l’altezza confronta la proporzione prescritta da Vitruvio per i triclini, media della somma tra lunghezza e larghezza, qui in presenza delle colonne nel rapporto 1:2 della pianta la lunghezza effettiva di piedi 30 e larghezza la sua metà dà 3 moduli pari a 22,5 piedi (metri 6,65), in altezza coincidente al fondo dei lacunari di effettivo soffitto. La ragione del modulo di 7,5 piedi nel rapporto 5:4 dei rettangoli della pianta, si ha quando la misura viene convertita nel diretto multiplo del piede che è il cubito equivalente a 1,5 piedi (metri 0,445) e che ne assomma appunto 5; al contrario il numero 4 del rapporto dato in cubiti equivale a 6 piedi. A ciò Vitruvio (III, 1, 1-9), riguardo alle proporzioni degli edifici assimilate al corpo umano, fa corrispondere l’altezza e la larghezza con le braccia distese ad un quadrato proprio di 6 piedi di lato; inoltre inscrive il corpo in un cerchio con centro nell’ombelico a toccare le estremità degli arti divaricati. Al cerchio non dà una dimensione, ma dandogli il diametro di 7,5 piedi e cioè 5 cubiti, esso è tangente la base del quadrato e tocca i due angoli opposti, nel quale si verifica la collimazione con le membra. È quindi configurato uno schema di “symmetria” dimensionato dal cubito in cui si individua il modulo della sala, verificato dal fatto che in quella combinazione geometrica si inscrive perfettamente la pianta collimandone i punti principali. Dunque l’individuazione del criterio proporzionale dell’oece corinzio di Formia ricondurrebbe all’autentico schema geometrico dell’uomo vitruviano, che sicuramente non può corrispondere a quello celebre di Leonardo basato su numeri irrazionali, a decimali infiniti, non modulabili nell’Antichità e non confrontabili all’allora sistema di misura. La decifrazione architettonica dei due oeci trova così con opera di Vitruvio una stringente serie di correlazioni fino a risalire allo schema basato sul corpo umano. Ciò mi ha inoltre consentito una innovativa interpretazione della perduta basilica a Fano, da egli concepita e descritta, secondo la stessa somiglianza con gli oeci corinzi. Queste circostanze si possono ricondurre ad un medesimo autore, rafforzando di Vitruvio la presenza a Formia e che in aggiunta alle altre consistenti testimonianze ne rendono più probabile l’origine. Pertanto questi oeci, architettonicamente già riconosciuti basilari ed ora di tangibile correlazione alla sua opera, si presentano eccezionali come documenti di riferimento e risorsa culturale, ad identità ed onore della cittadinanza. ****** Per un’ampia bibliografia sull’argomento: S. CICCONE, Sale con volte su colonne al tempo di Vitruvio: gli esempi originali di Formia, “Formianum” VI-1998, Marina di Minturno 2002, pp. 11-29; AA. VV., Vitruvio opera e documenti, “Formianum” VIII-2000, Marina di Minturno 2009. Una sintesi più recente dello stesso autore è nella rivista “Lazio ieri e oggi”, anno LV, n. 7-9, 2019, pp. 250-56.
Nelle immagini: Veduta verso settentrione della Villa Caposele dal porto omonimo e planimetria dell’area archeologica: nella linea rossa la sostruzione voltata; A – “ninfeo maggiore”; B – “ninfeo minore”; il “ninfeo minore”, propriamente oece tetrastilo, nella parziale ricostruzione borbonica e nella antecedente illustrazione di Pasquale Mattej (“Poliorama pittoresco”, IX -1845); pianta dell’oece tetrastilo basata sullo schema di simmetria dal teorema di Platone, a destra (CICCONE 1998); il “ninfeo maggiore”, propriamente oece corinzio, con la volta ricostruita dai Borbone e con gli effetti di luce dall’originario compluvium, nell’incisione di LUIGI ROSSINI (Viaggio pittoresco da Roma a Napoli, Roma 1839); pianta dell’oece corinzio con a destra il diagramma dei rettangoli costituenti in cui si individua il modulo (CICCONE 1998); schema di “symmetria” vitruviano del corpo umano commisurato al piede (B) e al cubito (A), nel quale si inscrive e coincide la pianta dell’oece corinzio (CICCONE 1998-2000).

sabato 22 aprile 2023

LA VIA APPIA A FORMIA - Una mostra nelle visioni del Grand Tour - di Salvatore Ciccone
Giovedì 20 aprile, nel contesto dell’inaugurazione dell’ufficio Informazioni Assistenza Turistica (IAT – tel. 0771.778386), situato al piano terra del Palazzo Municipale su piazza della Vittoria, è stata aperta una mostra di antiche stampe dalla collezione di Renato Marchese, concernente luoghi attraenti di Formia, esposizione che rimarrà aperta fino al 26 aprile. Il territorio di Formia antica fu beneficiato da innumerevoli rappresentazioni e descrizioni di artisti e letterati sul cammino del Grand Tour, l’itinerario di istruzione che dal 1700 le classi più agiate compivano in Europa con immancabile meta l’Italia. Quei “turisti” venivano affascinati dal paesaggio costellato dai resti della città antica e vivificato da caratteristici costumi popolari, non di meno da quella stessa via romana che per eccellenza il poeta Publio Papinio Stazio nel I secolo designò “regina viarum”, la regina delle vie; così quelli nel percorrerla idealmente ritrovavano il fondamento della cultura umanistica nelle glorie di Roma antica. Le prolifiche visioni si devono alla via Appia, fino a tutto l’Ottocento l’unica strada che attraversava in lunghezza l’abitato e il territorio costiero. Perciò in questa strettoia fu conveniente una porta daziaria nel borgo di Mola che imponeva una sosta correlata al riposo dei cavalli, favorendo il luogo ad una più prolungata e piacevole permanenza. La via Appia è quindi ben più estesa nello spazio e nel tempo, non una antichità obsoleta, ma con una dimensione utilitaria ancora oggi attuale per lo più fedele all’antico percorso per più di 2.300 anni. La via fu il primo tracciato pianificato realizzato dai Romani nella loro espansione verso il Meridione, iniziata dal censore Appio Claudio Centemmano detto il Cieco nel 312 avanti Cristo, il medesimo che costruì il primo acquedotto dell’Urbe. La via da Roma in due anni, passando per Latium adiectum con le città di Terracina, Fondi, Formia, Minturno e Sinuessa, raggiunse Capua nel 314, in 132 miglia; nelle conquiste successive di oltre un secolo arrivò a Taranto e poi si concluse in 370 miglia a Brindisi, il porto sulle rotte per la Grecia e l’Oriente. L’Appia di allora non era quella dell’immaginario attuale, cioè rivestita di blocchi di grigio basalto e affiancata da pini a ombrello, come appare nel contesto della Fontana Romana ad occidente di Formia in località San Remigio, bensì una più modesta strada inghiaiata che però era sapientemente strutturata su strati di pietrame immessi in una trincea per assicurarne il drenaggio e la solidità. Solo nel 295 a.C. venne lastricato il primo miglio e poi nel 292 fino a 11 miglia in blocchi poligonali di pietra lavica, quindi in tratti consecutivi rivestita con il prevalente calcare: nel tratto formiano vi si sovrappose il basalto vulcanico con l’imperatore Caracalla nel 216 d.C., da Fondi per 21 miglia fino all’88°, alla porta occidentale di Formia. Le dimensioni della via si determinarono secondo il corpo umano in uso allora in ogni costruzione, come Vitruvio spiega e geometrizza con l’uomo nel quadrato e nel cerchio, interpretato nel celebre disegno di Leonardo riportato anche sulla moneta da 1 euro. Perciò era precisamente misurata in miglia e scandita da colonne miliari: un miglio corrispondeva a mille passi, il passo era quello doppio compiuto in avanti che conteneva cinque piedi ciascuno di 29,6 centimetri e cioè 1,478 metri, quindi mille passi pari a 1478 metri, poco meno di 1,5 chilometri. La carreggiata minima era stabilita in 14 piedi, circa 4,14 metri, dovuta all’incrocio di due carri ciascuno largo quanto due buoi affiancati e normato con 1 passo più gli spazi utili. La larghezza tra le ruote si trova nelle “ormaie”, i solchi prodotti sul lastricato dal ripetuto passaggio ed è quello che ancora determina lo scartamento dei binari ferroviari europei di circa 143 centimetri. Nel centro urbano di Formia la via oggi si distingue per il lastricato di moderni blocchi squadrati di basalto vulcanico e si identifica con i nomi di Via Rubino e via Lavanga, dalla parte superiore occidentale di Rialto a quella inferiore orientale di Caposelice-largo Paone. Questo tratto si sovrappone alla via romana, reperita in scavi contingenti, e che costituiva il principale asse viario su cui si strutturava l’impianto della città romana: il “decumanus maximus” che la percorreva da est a ovest tangente il porto, importante nodo di scambio militare e commerciale. Inizialmente la via doveva passare a monte della potente cinta muraria poligonale e solo dopo il 188 a. C., con l’acquisizione della piena cittadinanza romana, fatta attraversare nello “oppidum” nella necessità di un rito di rifondazione in “urbs” incentrata sul Foro; da ciò si ebbe l’impulso di opere pubbliche e la elezione di centro privilegiato di villeggiatura. La via Appia si rappresentava anche nel rituale funerario, in processioni mortuarie, aree per l’incinerazione o “ustrina”, sepolture, monumenti sepolcrali dei personaggi eminenti presso le ville e più accalcati in vicinanza delle città, tale così da renderne mesto il transito. Il tratto formiano della via Appia è emblematico con la Tomba di Cicerone, attribuibile al celebre personaggio qui ucciso presso la sua villa il 7 dicembre del 43 a. C. Presso l’altro elemento significativo della Fontana Romana, è un sepolcro di recente scavo riconducibile ad un Marco Vitruvio, forse l’autore del trattato di architettura dedicato ad Augusto e che si ritiene più probabilmente originario di Formia. Nel tratto orientale della città, la via Appia proseguiva a monte dell’attuale borgo di Mola, ripercorsa da via della Conca, ma interrotta nel prosieguo: è rintracciabile al termine dell’acquedotto romano, dove recentemente è affiorato un tratto della massicciata, quindi con altre tracce fino all’attuale piazza Risorgimento. La via interna al Borgo risale al Medioevo quando il tratto romano sul pianoro superiore venne impantanato e deviato per scopi strategici sul castello angioino di fine Duecento dominato dalla grande torre circolare. La via Appia nel Regno di Napoli venne restaurata durante il dominio spagnolo dal 1568 e chiamata “Strada Regia”, opere contrassegnate da monumenti commemorativi: uno è quello in rudere presso il coevo Ponte di Rialto. In quell’occasione accanto al Castello di Mola sorse la porta daziaria detta “degli Spagnoli”, quella che determinò la sosta obbligata dei viaggiatori in un generale rifiorire di attività. La più recente costrizione del traffico determinò la parallela costiera di via Vitruvio realizzata in due fasi sullo scorcio dell’800 e nel primo 900 anche nel prolungamento orientale di via Emanuele Filiberto, presso la zona industriale di Mola. Come la via Appia è stata portatrice di sviluppo, così è stata di rovina. Dopo le distruzioni del secondo conflitto, i progressivi condizionamenti veicolari hanno trovato soluzione sommaria negli anni 1950 con il passaggio della variante Appia litoranea, declassando definitivamente l’antica Appia oltre che nel nome e sottomettendo al traffico il paesaggio costiero che distingueva la città, che tanto aveva ispirato e che tanto poteva promuovere. L’esposizione di antiche stampe e disegni vuole reclamare un recupero di identità di Formia verso una nuova visione e prospettive future della città. Il prossimo inserimento della via Appia nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, influenzerà una parte consistente del territorio di Formia, rappresentando un impegno irrinunciabile nelle sue potenzialità.
Nelle immagini: un momento dell’inaugurazione della mostra a quattro incisioni all’acquaforte opere dell’architetto Luigi Rossini datate 1835.

mercoledì 20 ottobre 2021

TRACCE DI VITRUVIO A FORMIA: I COSIDDETTI NINFEI DI VILLA CAPOSELE di Salvatore Ciccone
Nello studio personale di alcuni monumenti d’epoca romana di Formia si è voluto risalire al criterio geometrico-matematico della “symmetria”, che tramite il modulo regola in una costruzione la misura di ogni singola parte in corrispondenza al suo insieme. Questo procedimento è reiterato dall’architetto Vitruvio nel suo trattato scritto per Ottaviano Augusto e teorizzato nelle proporzioni dell’uomo nel quadrato e nel cerchio di cui si ha l’emblematico disegno di Leonardo da Vinci, tanto abusato oggi e coniato sulle monete da 1 euro; all’opera di Vitruvio infatti si ricondussero gli artefici del Rinascimento che cercarono di carpire dalle costruzioni romane le formule per riprodurne la magnificenza. L’intento attuale è quello di ‘vedere’ un edificio dalla parte di chi l’ha concepito ripercorrendone il processo concettuale verso una appropriata interpretazione. Maggiori riscontri oggettivi e con il “De Architectura” di Vitruvio risultano in due originali sale tra i resti di una vasta residenza romana compresa nella cinquecentesca Villa Caposele, divenuta nel 1852 residenza privata di re Ferdinando II di Borbone, oggi proprietà Rubino (fig. 1). Queste sale articolate da colonne di sostegno alle volte si distinguono nell’uniforme successione di concamerazioni di una terrazza artificiale: ciascuna ha sul fondo un vano a nicchia con fonte sorgiva e per questo semplicisticamente ricondotte al tipo dei ninfei. Il complesso edificato ha muri in prevalente opus quasi “reticulatu”m collocabile al 50 prima di Cristo. Esso ricalca i piedi di un’originaria rupe alta circa 20 metri coronata dalle mura poligonali della città, sotto la quale scaturisce la sorgente. Le due sale, con comune fronte rettilinea, affacciavano a circa due metri dal livello del mare su una vasta peschiera, i cui resti furono interrati dai Borbone per la creazione di un ampio giardino; maggiore visuale degli specchi marini e del panorama si aveva dal piano superiore ad uso residenziale in seguito ridotto in orto pensile ed elevato di circa m. 7,50. Il cosiddetto “ninfeo minore” (fig.2) ha pianta impostata sul quadrato, in un ambiente principale rimarcato da quattro colonne doriche semplificate e in un vano con fontana. È in parte ricostruzione dei Borbone da un’unica colonna superstite e dai resti di voltine a botte perimetrali, come si rileva in alcune precedenti illustrazioni, dalla quale si risalì all’ardita soluzione di lunghe piattabande di sostegno ad una volta centrale a padiglione. Tre elementi originali della sala hanno diverse tecniche murarie non attribuibili ad interventi successivi, ma a specifiche esigenze costruttive: il muro di fondo e la nicchia di contenimento del terreno in più resistente “opus incertum” di grosse pietre irregolari; i muri isolati di contenuto spessore in “opus quasi reticulatum” a piccoli elementi tronco-piramidali; le colonne di maggiore compattezza in “opus testaceum” con settori di tegole, ugualmente alle piattabande intersecate sulle colonne e incastrate nelle pareti come travatura lignea. La decorazione generale con pietre spugnose richiama una grotta, impreziosita nella volta a botte della nicchia con scomparti a sassolini, conchiglie e paste vitree, mentre le pareti a stucco riproducono un motivo architettonico con porte; sulla colonna un residuo di mosaico a riquadri rivela come subordinasse la struttura. Il cosiddetto “ninfeo maggiore” (fig. 3) ha pianta sviluppata in forme rettangolari e volte a botte, con sala aumentata su ambo i lati da navate distinte con quattro colonne doriche di pietra a stucco sostenenti la più ampia volta centrale cadenzata da lacunari; il fondo ha un vano occupato da fonte in vasca e decorato con pitture egittizzanti (III stile) e all’opposto si allunga quello di accesso dall’esterno. Il pavimento è in mosaico ‘a canestro’ bianco punteggiato di marmi policromi, al cui centro si trova una vasca di “impluvium” corrispondente all’apertura a “compluvium” che esisteva nella volta originaria. Lo spiraglio venne meno con la ricostruzione di una nuova volta eseguita dai Borbone, facendo perdere i giochi di luci ed ombre nei risalti delle membrature come appare nelle illustrazioni, e di pari la ventilazione ascensionale a temperare l’ambiente insieme all’acqua sorgiva. Tra le due sale colonnate, una volta mostra i resti di intonaco a scanalature, ‘strigilato’, funzionale negli ambienti termali caldo-umidi per convogliare l’acqua di condensa. Ciò richiama l’abbinamento usuale di “balneum” e “triclinium” o sala da pranzo, questa che nello sviluppo a colonne si definiva “oecus”, dal greco “oikos”, casa: Vitruvio (VI, 3, 9) classifica il tipo tetrastilo, corinzio ed egizio, che si confrontano con il nucleo della casa di rango romana, di quella greca corinzia e di quella egizia. Il “ninfeo maggiore” risalta a confronto dell’espressione figurativa data Vitruvio all’oece corinzio (VI, 3, 9): “I corinzi hanno le colonne che posano su di un podio o a terra, e sopra hanno epistili e cornici o in opera nella muratura o di stucco, di poi sopra le cornici, dei lacunari curvi che girano interrotti alle reni”; in quest’ultima espressione, “curva lacunaria ad circinum delumbata” è implicita una copertura cementizia, poiché le reni in una volta a pieno centro sono la parte poco superiore al piano d’imposta che non genera spinte laterali, queste più sopra ridotte dall’alleggerimento della struttura a lacunari. Dunque le due sale colonnate si devono propriamente riferire ad oeci, pure adeguatamente contestuali ad una fontana: il “ninfeo minore” al tipo tetrastilo, il “ninfeo maggiore” al tipo corinzio; così come nella trattazione vitruviana risaltano complementari a Formia. Nella ricerca delle proporzioni si acquisiscono maggiori evidenze sul genere delle due sale. L’oece tetrastilo ha la pianta inscritta in un quadrato che comprende lo spessore del muro frontale, come pura quadrata è la nicchia (fig. 4). Da ciò si individua il criterio proporzionale in una serie di quadrati concentrici determinati dalle rispettive diagonali e originata dal teorema di Platone tramandato da Vitruvio (IX, pref., 4-5): il quadrato principale della sala, scandito da quattro moduli di 6,25 piedi (1 piede m. 0,2957), trova nella serie concentrica inferiore il quadrato della nicchia di lato due moduli, fatto che conferma l’omogeneità costruttiva dell’insieme. Inoltre la misura del singolo modulo si può tradurre in 25 palmi (1 palmo = m 0,074), numero in piedi del quadrato maggiore ad evidenziare il ricercato gioco delle corrispondenze simmetriche. L’alzato trova riscontro alle regole stabilite da Vitruvio. Per la colonna di ordine dorico altezza 14 volte il raggio di base (IV, 3, 4): qui a capitello semplificato, corrisponde in m. 4,14 su raggio di 1 piede. Per gli oeci tetrastili quadrati, altezza pari alla somma della larghezza con la sua metà (VI, 3, 8): la dimensione presa tra i limiti interni delle colonne dà m. 5,85 in difetto di appena 15 centimetri, ma rispetto alla volta ricostruita. Dell’oece corinzio, la pianta risulta composta di tre rettangoli nella medesima proporzione scandita da un segmento di 7,5 piedi, in quella maggiore in cinque parti e sulla larghezza in quattro (fig. 5). Anche in questo caso, nel gioco delle corrispondenze simmetriche, la misura tradotta in palmi ne dà 30 che è il numero in piedi della lunghezza della sala colonnata: in questo segmento si deve perciò individuare il modulo che nel rettangolo maggiore stabilisce una comune proporzione di 5:4. Inoltre la lunghezza del rettangolo minore e la larghezza di quello maggiore collimano le dimensioni della fauce d’ingresso della sala in rapporto 1:2 indicata per i triclini, palesando l’origine dell’elaborazione. Il modulo poi decuplicato collima la lunghezza totale della sala di 75 piedi o 300 palmi, mentre la larghezza massima tra le pareti delle navate è di 37,5 piedi, o 150 palmi, quindi rispettivamente di moduli 10 e 5 ribadendo il rapporto 1:2 dei triclini. Da ciò risalta come lunghezza totale dell’oece tetrastilo è la metà di quello corinzio, di 37,5 piedi o 150 palmi, dimostrando l’unità progettuale delle due sale. Anche nell’oece corinzio l’altezza confronta la proporzione prescritta da Vitruvio per i triclini, media della somma tra lunghezza e larghezza, qui da interpretare in presenza delle colonne; pertanto nel rapporto 1:2 della pianta si considera la lunghezza effettiva di piedi 30 e come larghezza la sua metà, risultando dall’operazione 3 moduli pari a 22,5 piedi (m. 6,65), in altezza coincidente al fondo dei lacunari quale parte effettiva di copertura. La ragione del modulo di 7,5 piedi nel rapporto 5:4 nei rettangoli della pianta, trova spiegazione se la misura viene tradotta con il diretto multiplo del piede che è il cubito pari a 1,5 piedi (m. 0,445) e che ne assomma appunto 5; se poi anche il numero 4 del rapporto si considera in cubiti esso è pari a 6 piedi. Da ciò la stessa quantità del modulo di 7,5 risulta connaturata nel rapporto 5:4 con il quoziente 1,25 moltiplicato 6, oppure 6 e ¼. Vitruvio (III, 1, 1-9) in argomento alle proporzioni degli edifici assimilate al corpo umano fa corrispondere l’altezza e la larghezza con le braccia distese ad un quadrato proprio di 6 piedi di lato; inoltre inscrive il corpo in un cerchio con centro nell’ombelico a toccare le estremità degli arti divaricati, cerchio di cui non dà una dimensione. Ipotizzando per esso il diametro di 7,5 piedi e cioè 5 cubiti, si confronta la collimazione assegnata alle membra rispetto al cerchio e il medesimo tangente la base del quadrato toccare i due angoli opposti, configurando uno schema di “symmetria” che individua il modulo e tutto dimensionato dal cubito (fig. 6): lo stesso cubito che è composto di 6 palmi è ‘simmetrico’ al numero di piedi dell’altezza dell’uomo; dell’effettività dello schema ne è prova il fatto che in esso si inscrive perfettamente la pianta e ne collimano i punti principali. Dunque l’individuazione del criterio proporzionale dell’oece corinzio di Formia si ricondurrebbe all’autentico schema geometrico dell’uomo vitruviano, che sicuramente non può corrispondere a quello celebre di Leonardo basato su numeri irrazionali, a decimali infiniti, non modulabili nell’Antichità e non confrontabili all’allora sistema di misura. Lo schema deve originarsi dal teorema di Platone utilizzato nell’oece tetrastilo anche in virtù della complementarietà con l’oece corinzio. Infatti dalla serie concentrica di quadrati si raggiunge una “sezione aurea” che determina il raggio del cerchio e perciò un “rettagolo aureo” compreso tra il suo centro e il lato tangente del quadrato (fig. 7); Il rapporto tra il lato maggiore e quello minore del rettangolo è di 8:5 il cui quoziente 1,6 esprime in numeri naturali la “sezione aurea”, dai moderni derivata da un’equazione di secondo grado con numero irrazionale 1,618…all’infinito. Questo rapporto che risale ai Pitagorici è descritto da Euclide di Alessandria nel VI libro degli “Elementi”. Curiosamente Vitruvio non cita questa proporzione né Euclide, bensì il maestro di costui, Platone, cosa che fa ritenere una reale attribuzione da fonti perdute piuttosto di una improbabile ignoranza o trascuratezza dell’architetto. La decifrazione architettonica dei due oeci trova così nell’opera di Vitruvio una stringente serie di correlazioni intrinseche nei concetti della simmetria fino ad identificare lo schema di riferimento basato sul corpo umano; inoltre ha consentito verifiche e una innovativa interpretazione della sua perduta basilica a Fano, secondo la somiglianza da egli stesso riferita tra oeci corinzi e egizi e le basiliche. Queste circostanze che si possono ricondurre ad un medesimo autore, si rafforzano nel fatto che Formia è considerata la più probabile patria del celebre architetto anche nel numero e contenuto delle epigrafi della “gens Vitruvia”: quella celebre è di un Marco Vitruvio, proveniente da un sepolcro d’età augustea recentemente scavato sulla via Appia. Pertanto questi oeci, architettonicamente già riconosciuti basilari ed ora di tangibile correlazione alla sua opera, si presentano eccezionali come documenti di riferimento e risorsa culturale della Città. Per un’ampia bibliografia sull’argomento: S. Ciccone, Sale con volte su colonne al tempo di Vitruvio: gli esempi originali di Formia, “Formianum” VI-1998, Marina di Minturno 2002, pp. 11-29; Aa. Vv., Vitruvio opera e documenti, “Formianum” VIII-2000, Marina di Minturno 2009. Una sintesi più recente dello stesso autore è nella rivista “Lazio ieri e oggi”, anno LV, n. 7-9, 2019, pp. 250-56.
Nelle immagini: veduta verso settentrione della Villa Caposele dal porto omonimo; planimetria dell’area archeologica: nella linea rossa la sostruzione voltata; A – “ninfeo maggiore”; B – “ninfeo; minore”; il “ninfeo minore”, propriamente oece tetrastilo, nella parziale ricostruzione borbonica: sul fondo a destra la colonna e parte delle volte originali come si vede nella antecedente illustrazione di Pasquale Mattej (“Poliorama pittoresco”, IX -1845); il “ninfeo maggiore”, propriamente oece corinzio, con la volta centrale ricostruita dai Borbone e precedentemente con gli effetti di luce dall’originario “compluvium”, nell’incisione di Luigi Rossini (Viaggio pittoresco da Roma a Napoli, Roma 1839); pianta dell’oece tetrastilo basata sullo schema di simmetria dal teorema di Platone, a destra (Ciccone 1998); pianta dell’oece corinzio con a destra il diagramma dei rettangoli costituenti in cui si individua il modulo (Ciccone 1998); schema di “symmetria” vitruviano del corpo umano commisurato al piede (B) e al cubito (A), nel quale si inscrive e coincide la pianta dell’oece corinzio (Ciccone 1998-2000); genesi dello schema di “symmetria” vitruviano (Ciccone 2017): 1 - in rosso, il rettangolo aureo; (2) schema del teorema di Platone, con raggio del cerchio da “sezione aurea”; (3) sovrapponibilità dei due schemi.