mercoledì 19 ottobre 2022
LA COLLABORAZIONE DI PASQUALE MATTEJ CON IL POLIORAMA PITTORESCO
Il “Poliorama Pittoresco”, uno dei più vivaci periodici napoletani, diretto dall’abate Giustino Quadrari, edito a Napoli dal 1836 al 1860, stampato dell’editore-tipografo Filippo Cirelli, è stata forse la pubblicazione più letta della stampa periodica del Regno di Napoli. Garantiva una notevole varietà di argomenti e di spunti artistici e letterari, vantando una numerosa schiera di collaboratori. Uno dei più fecondi è stato il formiano Pasquale Mattej, che illustrava numerosi articoli del periodico. La litografia che vi presento è una pregevole opera del nostro artista pubblicata nel numero 2 dell’anno 1855, dove si festeggia la nascita della principessa Maria Luisa.
A margine della litografia si legge:
“Illuminazione che l’Eccellentissimo corpo di città faceva eseguire nel largo del Mercatello per tre sere consecutive nei giorni 23, 24 e 25 gennaio per festeggiare il felice sgravio di Sua Maestà la Regina”
Maria Luisa di Borbone (Caserta, 21 gennaio 1855 – Pau, 23 agosto 1874), era figlia minore di Ferdinando II delle Due Sicilie e della sua seconda moglie, l'arciduchessa Maria Teresa d'Austria. Orfana del padre a soli 4 anni, fu cresciuta insieme alle sorelle della madre, che dedicò il resto della sua esistenza esclusivamente alla cura della sua numerosa prole.
Nelle immagini, oltre alla stupenda litografia, una fotografia della principessa Maria Luisa.
venerdì 14 ottobre 2022
LA CHIESA INCOGNITA -
di Salvatore Ciccone
Tra i tanti disegni che il colto artista Pasquale Mattej produsse intorno la metà dell’Ottocento, quasi fotogrammi del suo peregrinare nel territorio di Formia, un soggetto mi incuriosisce ben oltre l’apparenza. È in due simili schizzi nell’album conservato presso la Biblioteca Vallicelliana di Roma, che rappresentano un tratto della via Appia presso il bivio della via Canzatora in direzione di Formia, dove la carreggiata appare limitata da un fabbricato diruto ma caratterizzato da un pregevole portale: dei due schizzi uno è annotato “Scansatoia 20 feb° 47” e l’altro con “Casa di Polito alla Scansatoia, chiesa diruta 14 marz° 47”, dunque eseguiti nel 1847 una ventina di giorni l’uno dall’altro.
La Scansatoia è appunto la via oggi omologata “Canzatora”, definita anche “Spartitora d’Itri” nel ‘700, strada che consentiva il diretto collegamento con la via litorale più interna al golfo di Gaeta già in epoca romana, come ha dimostrato il selciato di recente venuto in luce. Poi nel secondo disegno, a parte il nome del proprietario, certo Polito, quello che risalta è la definizione del rudere in “chiesa diruta”, senza specifico titolo insolito alla scrupolosità del Mattej. Comunque, rispetto ad altre sue raffigurazioni lungo la via Appia che oggi non hanno riscontri, queste invece corrispondono con lo stesso rudere ulteriormente degradato, certamente riconducibile ad un edificio di culto.
Il fabbricato è a pianta rettangolare all’incirca di 15 metri lungo la via e di 8 metri nell’interno, con muri rosi di una sequenza di vani scoperchiati dei quali si distingue quello estremo verso Formia, con resti di copertura a botte, come androne di passaggio del campo retrostante: ampio poco più di 3 metri, tiene all’interno un muro aggiunto alla parete verso Itri, rinforzo alla sopraelevazione abitativa palese nei disegni di Mattej. La volta è tranciata nella parte di colmo che era pressappoco 5 metri dal pavimento e pare essere stata moderatamente a sesto acuto: è di tipo massiccio, formata di blocchi di tufo giallo rinfiancati da calcestruzzo livellato per un piano superiore; resto di una simile volta si osserva nel vano susseguente.
L’androne è quello che corrispondeva al portale illustrato e perciò doveva costituire l’aula di culto il cui fondale è però totalmente aperto sul campo e non determinabile. Nulla resta dell’ingresso che dai disegni appena si può delineare nella sua principale caratteristica. Si tratta infatti di un portale di stile “durazzesco” riferibile al quattrocentesco tardogotico, individuato dalla incorniciatura quadrangolare della parte alta a contenere e a risaltare l’arco, qui in più con un soprastante fastigio in forma di frontone triangolare ‘spezzato’, probabilmente per accogliere nel mezzo un elemento emergente. Di questo portale, almeno in parte di elementi di pietra o marmo, ho tentato una ricostruzione schematica del tutto ipotetica con possibile proporzionamento secondo la “sezione aurea” e al relativo rettangolo, solo per rendere intellegibile il disegno di Mattej.
Dunque l’edificio presenta una modalità costruttiva in uso nel ‘400 e combacia lo stesso portale più evoluto da collocare nella seconda metà o allo scorcio del secolo medesimo. La chiesa si collocherebbe quindi nel periodo della conquista aragonese, da Alfonso V che dalla presa di Gaeta del 1435 vi eresse la reggia per sette anni per poi insediarsi a Napoli, fino al figlio Ferdinando sul finire del secolo.
Allo stesso periodo deve risalire l’adattamento della Tomba di Cicerone a vedetta e perciò prima detta “Torre di Cicerone”, con l’intonacatura sfaccettata del fusto cementizio tipica dell’epoca e la colombaia sulla soprastante terrazza, torre indispensabile a sorvegliare la via Appia in collegamento con il castello di Gaeta. Si deve rammentare quanto narra Beccadelli, biografo di Alfonso, quando il re non volle impiegare per le fortificazioni di Gaeta i massi appartenenti alla villa per “antica tradizione” indicata di Cicerone, di certo quelli del basamento del sepolcro e in quel “vico ciceriniano”, villa o contrada, citato nel testamento dell’Ipata Docibile II nell’anno 915, perciò probabilmente quello stesso monumento trasformato dagli Aragonesi in difesa.
Si può quindi immaginare una organizzazione del territorio in relazione alla presenza del re, dove anche la chiesa assolveva una funzione utile sì, ma anche di immagine tanto è denotata dal pregevole portale altrimenti eccessivo per un sito rurale periferico. A quale titolo fosse dedicata la chiesa e a chi affidata resta un mistero; però se fosse stata connessa alla vicina abbazia di Sant’Erasmo che aveva molti possedimenti nella zona, essa sarebbe rimasta più lungamente in uso, presente nei documenti di quell’istituto come nella toponomastica, invece nulla di ciò.
È quindi probabile che sia stata relazionata ad un ordine religioso di più recente insediamento, come quello francescano che a Gaeta era potentemente attestato anche nel monastero di Sant’Agata sull’omonimo colle e che attraverso quella chiesa periferica poteva dare assistenza ai contadini e ai viandanti ricavandone utili offerte. Simile situazione si è avuta con la chiesa di Santa Maria delle Grazie presso Giànola sulla stessa Appia, tenuta dai Francescani di Marànola nel cui territorio insisteva e della quale recentemente ho individuato l’edificio.
Il culto della chiesa in questione poteva essere riferito alla Vergine come le frequenti cappelle mariane su strada di Gaeta ed Itri, il quale probabilmente imposto nell’ambito dell’abbazia benedettina, appena fu possibile venne da questa soppresso cancellandone totalmente la memoria: sappiamo di svariate cause intentate dai successori dei Benedettini cassinesi, quelli dell’ordine Olivetano insediatisi nel 1491, riguardo a chiese e cappelle che potessero distogliere i fedeli dalla loro influenza; anzi è proprio forse dall’insediamento di quelli che la chiesa di lì a poco può essere stata soppressa, tanto indietro nel tempo da cancellarne la memoria.
Null’altro si può dire se non che alla ricerca infruttuosa di notizie, ho dovuto far posto ad un ragionevole rientro nel mio campo dell’architettura, lasciando ad altri l’eventuale rinvenimento di documenti, soprattutto sperando che questo contributo, nell’attuale bisogno di migliori auspici, possa muovere l’interesse e comunque salvaguardare la memoria di questa chiesa incognita.
Didascalie Immagini
1. Il rudere della chiesa incognita sulla via Appia raffigurato da Pasquale Mattej il 20 febbraio 1847: sul fondo la più evidente Tomba di Cicerone.
2. I ruderi della “casa di Polito” comprendenti la chiesa disegnati da Mattej il 14 marzo 1847.
3. Veduta attuale del tratto della via Appia con i ruderi identificati alle raffigurazioni di Mattej.
4. Vista frontale dei ruderi: a destra l’ambiente con volta corrispondente all’aula della chiesa.
5. Il portale della chiesa: dal primo disegno di Mattej e ipotesi del disegno (S. Ciccone, 2022).
giovedì 13 ottobre 2022
UN'ANTICA PORCELLANA CON LA VEDUTA DI MOLA
Tra i servizi da tavola in porcellana realizzati, certamente quello della Real Fabbrica delle Porcellane di Napoli, è uno dei più rari e belli.
Le porcellane, volute da Ferdinando IV di Borbone, vennero modellate e create tra il 1793 e il 1795, e composte da numerosi pezzi.
Il servizio, chiamato dell'Oca per via del pomello dei coperchi che raffigurano un puttino che abbraccia un'oca, è decorato con le vedute dei siti più importanti e pittoreschi del Regno di Napoli.
Le immagini che hanno decorato il servizio furono ispirate da dipinti di Hackert, Cardon, Hamilton e dell'Abate di Saint-Non.
In una grande zuppiera è stata dipinta una veduta di Mola, tratta da un famoso dipinto di Jacob Philipp Hackert realizzato nel 1793.
Di questo splendido servizio di porcellane, se ne conservano ben 347 pezzi, nel museo di Capodimonte in Napoli.
martedì 4 ottobre 2022
UN VENTAGLIO DA MOLA
Il ventaglio ha antichissime origini che probabilmente risalgono al V secolo avanti Cristo. Fu certamente utilizzato nella civiltà egizia e successivamente in quella greca.
Corredati di stecche interne e guardie in madreperla, avorio o tartaruga, i ventagli sono oggi oggetti ricercatissimi dai collezionisti. Il ventaglio è stato visto come un oggetto complementare, spesso presente nella pittura classica a testimonianza del raffinato gusto di un’epoca passata che distingueva l’aristocrazia dal popolo.
La peculiarità del ventaglio artistico riveste lo stesso valore di un dipinto su tela poiché, oltre ad essere realizzato, come una tela in un solo esemplare, è frutto di una manifattura artigianale di altissimo livello, con montature che vanno dall’avorio alla tartaruga, alla madreperla e persino ai metalli preziosi come l’argento e l’oro, con la presenza anche di perle e pietre preziose.
Sono riuscito ad acquistarne un esemplare particolarmente interessante, sia per la sua rarità che per il suo stato di conservazione. Si tratta di un bellissimo ventaglio realizzato verso la fine del secolo XIX, forse unico nel suo genere . Su una delle pagine è dipinta una gouache raffigurante Mola di Gaeta, (oggi Formia); e poiché era in uso dipingere vedute solo di grandi e importanti città, la veduta di Mola di Gaeta rende ancor più raro e prezioso il ventaglio. Le stecche interne e le guardie realizzate in tartaruga ne impreziosiscono il valore artistico e commerciale; la sua apertura massima raggiunge i cinquanta centimetri.
Il retro ritrae invece un trittico della città di Sperlonga, piccolo centro marinaro ubicato nella parte settentrionale del Regno di Napoli, ed è visibile il borgo posto al centro tra la torre Truglia e la grotta di Tiberio.
giovedì 22 settembre 2022
NUOVE INDICAZIONI SULLA STATUA DI SAN MICHELE E IL MONTE ALTINO
di Salvatore Ciccone
A Marànola, all’inizio dell’estate, con la tradizionale “Scalata di San Michele” la statua dell’Arcangelo viene condotta al suo santuario nello speco del Monte Altino a 1.100 metri di quota; il ritorno nella chiesa dell’Annunziata all’ingresso del paese nella ricorrenza del Santo, il 29 settembre, quest’anno è anticipato alla domenica 18.
In occasione dell’ascesa del simulacro, ho dato indicazioni sulla vera attribuzione dell’epoca e dell’autore da me svelati giusto trent’anni orsono, essendo infatti la statua di pietra peperino ritenuta antichissima dalla tradizione e sulla cui scorta fatta risalire nientemeno all’antica Roma. La scultura è invece senza ombra di dubbio realizzata nel XVI secolo, dove poi sulla base compaiono le iniziali P.F. come di consueto apposte da Pompeo Ferrucci, scultore originario di Firenze e vissuto all’incirca tra il 1566 ed il 1637, del quale si confrontano altre opere nella massiva produzione artistica a Roma all'inizio del Barocco. Nondimeno sulla stessa base è da considerare lo stemma ovale approssimativamente inciso, quello del casato Orsini, più problematico da interpretare. Vi appartenne infatti la madre del Conte Onorato I Caetani, il quale a Marànola diede nuova finalità difensiva per la contea di Fondi assieme a Castellonorato da lui fondato, ma siamo a duecento anni prima della sacra scultura.
Una nuova indicazione riguarda lo scultore Lodzja Brozsky, interpellato a Roma nel 1888 per il restauro della statua da monsignor Vincenzo Ruggiero, intento alla ricostruzione del Santuario. In realtà il nome questo scultore, così riportato nella pubblicazione di don Ruggiero, forse un nomignolo, e che io stesso ho da egli trascritto, non esiste. È invece di riscontro Viktor Brodsky, (Olexinek, Polonia, 1825 - Roma 1904) formatosi in Russia presso l’Accademia di Pietroburgo e poi stabilitosi a Roma fino alla morte, famoso per il suo virtuosismo nello scolpire dettagli come le lacrime e la trasparenza degli indumenti, nominato professore a Pietroburgo e in Italia insignito di titoli accademici. Molte sue opere sono in Russia e in patria, mentre a Roma spicca la statua del “Redentore” da lui donata a papa Pio IX allora in villa Albani e adottata a modello ufficiale della sacra effige. Comunque il restauro del simulacro venne espletato dal suo collaboratore Giuseppe Blasetti (Roma 1826 – 1908) di cui è notevole la monumentale statua “Silenzio” (1878) sull’ingresso del Cimitero del Verano.
Una scoperta a me cara, perché fatta sui banchi del liceo, è quella del quadro dipinto da Nicolas Poussin, “Et in Arcadia ego” o “Pastori d’Arcadia” del 1650 ed esposto al Louvre, nel quale vi appare rappresentato l’inconfondibile profilo del monte Altino; circostanza da far risalire al ristretto ambiente artistico della sua produzione essendo francese naturalizzato romano (Les Andelys 1594- Roma1665).
Il dipinto rappresenta dei pastori presso un sepolcro romano intenti a leggerne l’iscrizione “Et in Arcadia ego”. Lo sfondo della scena è rappresentato da una valle con una quinta di monti di cui una cima che si staglia sul monumento colpisce per la somiglianza con quella superiore allo speco di San Michele, dal 1901 recante la monumentale statua del Redentore e la cui identità dell’autore è rilevata nel libro di Gerardo De Meo in corso di stampa. Tante sono le peculiarità riprodotte di quelle rocce come possono vedersi dall’occidentale altopiano di Gegne, con la vetta fatta risaltare al di sopra della tomba e portando le altre creste a lato della composizione, delle quali quelle a destra richiamano l’altrettanto particolare costa di Monte S. Angelo.
Non può trattarsi di casualità perché il Poussin spesso nelle sue composizioni unisce elementi reali di natura e architettura tra loro distanti, basandosi su una documentazione rigorosa e su complessi procedimenti ideativi verificati con modellini di cera a tutto tondo. Qui poi questo paesaggio alpestre si presta bene ad esprimere un mondo ancestrale e una meditazione sul tempo e sulla morte; un tema caro alla poetica del Poussin incline ad un nuovo classicismo, intellettuale con un forte interesse per l’archeologia ed introdotto a Roma in un circolo di “cognoscenti”.
A distanza di molti anni questa osservazione diviene fondata certezza, poiché si apprende ora che il Poussin fu a Gaeta intorno al 1630. Il fatto è rilevato nell’articolo di Stefania Tuccinardi e Giuseppe Scarpati (in “Symplegmata”, Napoli 2018, pp. 21-51) circa il Vaso di Salpion, opera marmorea greca del I secolo a. C. utilizzata come fonte battesimale nella cattedrale di Gaeta e poi trasferita nel Museo Archeologico di Napoli: sembra che l’illustrazione dionisiaca del vaso abbia ispirato il quadro di Poussin “Nascita di Bacco” del 1657 presso il Fogg Art Museum di Cambridge (Mass.). La presenza del pittore nell’area del Golfo può spiegare anche l’origine del soggetto della grande tela del martirio di S. Erasmo del 1628-29 per lo specifico altare nella basilica vaticana, nel Settecento posta nella pinacoteca e sostituita con una replica di mosaico.
L’illustrazione non è secondo la “passio” ufficiale del martirio avvenuto a Formia, bensì rispetto a quella che tramanda il supplizio dell’eviscerazione confrontata dalla tradizione locale, dove comunque San Michele fu da guida al Santo, fatto che rafforza la relazione con il luogo dedicato all’Arcangelo e che può aver portato il pittore a documentarne il sito.
Ritornando al quadro “Pastori d’Arcadia” La composizione si presenta oltremodo documentativa rispetto ad una versione risalente al 1630 conservata in Inghilterra, del tutto diversa e priva di riferimenti paesaggistici. Inoltre il sepolcro connesso alla cima soprastante il santuario può essere relazionato al rinvenimento in questo di una iscrizione funeraria romana, oggi nella chiesa di S. Luca, dedicata ad un bimbo di nove anni e a sua madre di 30 congiunti di un Valerio Menestrate, reperto che risalta in presenza dei resti di una villa romana sul monte Lapillo che domina proprio il sottostante altopiano di Gegne; ciò spiegherebbe l’espressione teneramente malinconica dei pastori, motivata più che dalla sola frase dipinta “Et in Arcadia ego”.
Bibliografia dell’Autore
- L’Arcangelo Michele del Monte Altino, “Lunario Romano”, Santuari cristiani del Lazio, pp. 175-194, Roma 1992.
- La statua San Michele dalla leggenda alla storia, “Storia Illustrata di Formia”, vol. III, Formia in età moderna, pp.217-232, Pratola Serra 2000.
- Una costruzione di epoca romana sul monte Lapillo a Formia, “Latium”, rivista dell’Istituto di Storia e di Arte del Lazio Meridionale, 34/2017, pp. 75-83.
Didascalie delle immagini
- La vetta del monte Altino sormontata dalla statua del Redentore: sotto la parete rocciosa a sinistra si intravede lo speco del Santuario di San Michele.
- Il quadro “Et in Arcadia ego” dipinto da Nicolas Poussin nel 1650: sul sepolcro spicca il profilo della cima del monte Altino.
domenica 18 settembre 2022
IL "CACONE" PRESSO LE GROTTE DI SANT'ERASMO
Nel 1933, il podestà di Formia Felice Tonetti, presentò istanza presso la Capitaneria di Porto di Gaeta per ottenere la concessione marittima per poter costruire un collettore cloacale, con sbocco a mare, in prosecuzione della fogna preesistente, di epoca borbonica, denominata Cacone, da realizzarsi nell'area immediatamente ad ovest del nuovo porto, nelle prossimità delle grotte di Sant'Erasmo.
Nel volume "Porti Plenissimi - La costa e il mare dal Circeo al Garigliano tra Economia, Cultura e Ambiente", di Lino Sorabella e Sabina Mitrano edito nel 2011, alle pagina 176/77 è riportato il grafico progettuale dell'opera, ed a margine si legge testualmente:
“ Di rilievo è anche il documento che rappresenta il contratto con il quale l'amministrazione marittima concede al Comune di Formia di poter costruire e mantenere sul suolo del nuovo porto di Formia un "collettore cloacale in prosecuzione dell'attuale fogna pubblica denominata ‘cacone’ con sbocco al mare alla estremità di detto molo ad una profondità di metri nove, allo scopo di convogliarvi le acque bianche e nere che provengono dalla città per la durata di anni 30 a decorrere dal 16 agosto 1933 verso l'annuo canone di lire 35 e con il versamento della cauzione di lire 105". Al settembre dell'anno successivo, con l'intestazione rivolta sempre a Vittorio Emanuele III, l'ufficiale designato Capitano di Porto Domenico Pugliese, alla presenza di due testimoni, stipula il contratto con il podestà di Formia il sig. Felice Tonetti, che ha già presentato istanza al Ministero delle Comunicazioni Direzione Generale della Marina Mercantile, e la stessa è stata approvata in precedenza dal Genio Civile, dalla Prefettura di Roma, dall'Intendenza di Finanza, dalla Dogana di Roma per i servizi doganali e anche dal Comandante militare Marittimo di Castellamare di Stabia. Una curiosità è costituita dal fatto che il podestà fa presente l'intenzione di iniziare i lavori anticipatamente "a suo rischio e pericolo" ravvisando motivazioni di urgenza che sta a noi immaginare. Dopo gli allegati e il sempre presente Foglio degli Annunzi Legali, il tenente colonnello Comandante del Compartimento marittimo C. Piccolini, il 5 luglio 1933 anno XI dell'era fascista dichiara la mancanza di opposizioni alla pubblicazione della richiesta e accoglie la fondamentale costruzione dell'opera.”
Nelle immagini: Il grafico originale della variante al progetto, tratto dall’Archivio della Capitaneria di Porto di Gaeta, volume terzo dei Contratti di Concessione e una fotografia
delle grotte di Sant'Erasmo dove sulla destra si evince il grosso collettore come risulta dall’elaborato grafico.
mercoledì 7 settembre 2022
IL NASO SCHIACCIATO DELLEL DONNE DI MOLA DI GAETA
L’intellettuale ed astronomo francese Josep Jérôme Lalande (Bourg Bresse 1732 – Parigi 1807), nel 1765, intraprende un Grand Tour in Italia. Da questo viaggio ne trae una straordinaria esperienza che gli consente di pubblicare il suo “Voyage d’un françois en Italie”, dove descrive il resoconto delle sue impressioni sul nostro patrimonio archeologico, artistico e sui costumi degli italiani.
Nel trasferimento da Roma a Napoli Lalande si ferma a Mola di Gaeta (oggi Formia), dove la città gli si presenta con uno scenario superbo, ma quello che più sorprende la sua ammirazione sono:
“… le donne del paese, vestono dei ricchi costumi, sono grandi, ben fatte, colorite, ma hanno un terribile difetto: il naso schiacciato. La loro pettinatura è elegante: portano i capelli intrecciati con nastri che fanno passare dai lati dietro il capo, ove li fermano intrecciati con grazia.”
Lalande fu direttore dell'Osservatorio astronomico di Parigi dal 1795 e nel 1801 e a lui si deve la compilazione del: “Histoire Céleste Française”, un catalogo astrometrico stellare. Questo catalogo comprende le posizioni e le magnitudini apparenti di 47 390 stelle, e le osservazioni di altri fenomeni astronomici. Era il più grande e completo catalogo di stelle mai pubblicato prima.
Nelle immagini un raro disegno di Pasquale Mattej di una donna di Mola di Gaeta con il “naso schiacciato”, una litografia di una pettinatura con i capelli intrecciati dietro il capo ed un ritratto dell’astronomo realizzato dal pittore Jean Honoré Fragonard nel 1769.
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