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giovedì 23 novembre 2023

LA RECUPERATA “COLONNA DELLA LIBERTÀ” A FORMIA di Salvatore Ciccone
La “Colonna della Libertà” è un monumento formiano rimasto celato per oltre cento anni e che di recente è tornato al suo posto, in adiacenza al largo Domenico Paone, nella piazza Tommaso Testa. Secondo la tradizione essa ricordava il passaggio delle truppe napoleoniche del 1799 e la costituzione della “Comune di Formia – Mola e Castellone”, nel territorio affrancato da un millennio di subordinazione a Gaeta. Prima del ripristino, il monumento compariva in alcune raffigurazioni e dettagliatamente in una foto del 1900 (fig. 1), costituito da una snella colonna liscia con capitello dorico, innalzata su un piedistallo prima ancora protetto da quattro cippi paracarro; esso rovinò, pare, durante un fortunale nel 1914 e i pezzi rimasti a terra, anche dopo l’esecuzione del nuovo lungomare avutosi nel 1928 per munificenza di Domenico Paone. La piazza già “della Darsena” quando era sul limite della “Spiaggia di Mola”, tangente il tratto sostitutivo della via Appia (la via romana percorreva infatti parte della retrostante via della Conca), era delimitata ad oriente dal palazzo Mattej: da esso la Colonna si trovava a filo della facciata principale a circa a m. 12 dal cantone. Davanti al palazzo era una rotonda sporgente sulla spiaggia contestuale ad una fontana a parete di metà Settecento. Nel primo ampliamento del lungomare degli anni 1850, tolta la rotonda, la fontana venne trasferita sul fondo cieco della piazza e modificata allungando la vasca di abbeveraggio sormontata da cinque botticelle su onde, detta “Fontana delle Cinque Cannelle”: rispetto a questa la Colonna si venne a trovare centrata a poco più di 7 metri. L’origine del monumento nota nella tradizione, si riscontra nello stile architettonico e in un documento della “Comune” che ne affidava l’opera allo scalpellino Giuseppe D’Auria. Con la venuta dei napoleonici, nelle piazze più frequentate e scelte come luoghi di adunanza, si innalzava un “Albero della Libertà”, simbolo popolare della Rivoluzione Francese che in varie illustrazioni d’epoca è un albero oppure un palo eretto, ornato con emblemi del movimento quali il berretto frigio, coccarde tricolore e cartigli con i motti innovatori. Nella piazza della Darsena, sul passaggio obbligato, c’era maggior spazio per un raduno, inoltre si può immaginare come fosse facile reperire un palo tra gli armamenti dei navigli periodicamente tirati in secco. L’innalzamento della Colonna celebrativa quindi deve essere avvenuta nel luogo e in sostituzione dell’effimero “albero”. In effetti nei progetti per l’area del palazzo reale di Napoli, istruiti dal reggente Gioacchino Murat, si scorge una colonna sormontata da statua. È verosimile che anche la Colonna di Formia fosse finalizzata ad una statua, verosimilmente ispirata a quelle dell’epoca della Libertà, tale rendere compiuto il significato e designare il monumento. Questa ipotesi pare avvalorata nella prima raffigurazione conosciuta della Colonna risalente al 1816-1817 e realizzata dall’architetto inglese James Hakewill (fig. 2), dove sul capitello si percepisce una base quadrangolare, impossibile invenzione dell’artista, ma in effetti necessaria a rialzare una statua per la sua completa visione. Dopo il ritorno del monarca spodestato Ferdinando IV di Borbone rinominatosi Ferdinando I, il quale ratificò il Comune il 25 gennaio 1820 con il nome di “Castellone e Mola di Gaeta” in alcune illustrazioni del Mattej il monumento è culminato da una croce sul Calvario (fig. 3). Nel 2011, in occasione del cinquantenario del Lions Club Formia, che fin dalla sua costituzione nel 1961 si era proposto il ripristino del monumento, si riuscì a concretizzare il progetto, catalizzato dal 150° anniversario della ripresa dell’antico nome di Formia (1862-2012) e dal concomitante rifacimento del sito: chi scrive, architetto, venne incaricato del progetto, attendendo alla fase di indagine storica e stilistica e agli elaborati restituivi, insieme ai rapporti con gli uffici di competenza e gli operatori tecnici. Si partiva dagli elementi residuali del monumento, consistenti nel fusto della colonna, di granito grigio, nonché della cimasa di marmo bianco del piedistallo: tutto il resto era perduto. I pezzi risultavano appartenuti a costruzioni di epoca romana: la colonna, con il diametro di base di m. 0,44 equivaleva a 1,5 piedi romani (1 piede = m. 0,2957) ossia un cubito, ma in rapporto a quello l’altezza di circa m.3,50 era in difetto, fatto comprovato dall’assenza delle modanature ai due estremi; la cimasa, alta m. 0,15 e larga agli estremi m. 0,86 corrispondeva rispettivamente a 0,5 e a 3 piedi (m. 0,89), quest’ultima pure in difetto perché riscolpita superiormente con modanatura a “toro”. con l’elemento di misura prevalente della colonna si è potuto risalire al disegno in proporzione dell’intera composizione (fig. 4). L’altezza totale risultava di circa metri 5,30 che si poteva tradurre in 20 palmi napoletani, ciascuno pari a m. 0,265. Il riscontro all’impiego di questa misura si aveva nella cimasa, che nel piano inferiore di appoggio presentava sul perimetro la grossolana e più recente scanalatura ampia circa cm. 5 e necessaria per alloggiare le lastre di rivestimento del piedistallo: questo perciò risultava largo m. 0,66 esattamente 2,5 palmi e, compreso il gradino di base, ammontare in altezza a 5 palmi, quindi con la larghezza in rapporto 1:2; la colonna risultava di 15 palmi compresa la base di 1 palmo e il capitello di 0,75 palmi (m. 0,20); essa risultava essere stata solamente poggiata sulla cimasa e assicurata con l’ausilio di un collante, che degradando causò il crollo. il fusto della colonna era stato abilmente reintegrato nella parte alta con una stuccatura, laddove tuttora si presenta consunto da antica erosione: è quindi probabile che sia stata recuperata sulla spiaggia antistante a occidente dove vi erano i resti di una villa romana con vasta peschiera. Il monumento benché di ridotta entità e semplice composizione, si riscontra ben studiato nelle proporzioni in rapporto alle visuali e dell’effetto riduttivo della colonna isolata nello spazio circostante. Se poi si considera la presenza di una statua di culmine, si può ipotizzarla alta cinque piedi e quindi il tutto di 25 piedi (m. 6,63), in proporzione di 10 volte la larghezza della base. I lavori eseguiti nel 2011 hanno prodotto una piazza sulla preesistente sede viaria, questa avanzata con pari curvatura, dove la Colonna sarebbe potuta divenire l’elemento di convergenza delle visuali di percorrenza del nuovo spazio pedonale. La ricostruzione del monumento si è avvalso della riproduzione robotizzata degli elementi mancanti con pietra levigata della zona, con il profilo delle modanature rimasto sintetico perché non sufficientemente documentabile; inoltre tra i nuovi elementi della base si è anche prodotto un solco di distacco per sottolinearne la ricostruzione. Nella colonna furono consolidate le microscopiche lesioni che si sarebbero tradotte in futuri sfaldamenti, lasciando però a vista le scagliature prodotte nell’ultimo conflitto, come pure le parti consunte in origine stuccate Il posizionamento della colonna fu pertanto stabilito nell’ambito della piazza, facendola rimanere in asse con il centro della fontana, ma avanzadola verso mare di circa 7 metri in favore delle nuove visuali. Affinché si potesse apprezzare il più completo e profondo significato del monumento e del suo recupero, sul piedistallo della colonna due iscrizioni di seguito riportate recano in sintesi la storia, una del monumento e l’altra di Formia. Sul lato Roma: NEL 1799/SI COSTITUIVA / «LA COMUNE DI FORMIA - MOLA E CASTELLONE» / CHE PER L’AUTONOMIA CONQUISTATA ERESSE QUESTA / «COLONNA DELLA LIBERTÀ» / ROVINÒ NEL 1914 E DIMENTICATA / LE FURONO INFERTE LE FERITE / DEL SECONDO CONFLITTO MONDIALE / L’AMMINISTRAZIONE MUNICIPALE / CON IL RESTAURO CURATO E SOVVENZIONATO DAL / LIONS CLUB DI FORMIA / CELEBRANDO L’UNITÀ NAZIONALE / CONCRETIZZATA IN QUESTA TERRA NEL 1861 / NEL LUOGO ORIGINARIO / LUNGO LA VIA CHE COSTEGGIAVA LA / SPIAGGIA DI MOLA / AL CUI LATO ERA IL PALAZZO DI / PASQUALE MATTEJ / (1813-1879) / DEVOTO ALL’ARTE E ALLA STORIA / ARTEFICE DELLO STEMMA CITTADINO / IN OCCASIONE / DEL 150° ANNIVERSARIO DELLA / RIPRESA DEL NOME DELLA CITTÀ ANTICA / A FUTURA MEMORIA DEL CAMMINO CIVILE / RISTABILIRONO NELL’ANNO / 2012 Sul lato Napoli: FORMIA / DAL GRECO HORMIAI AD INDICARE I BUONI APPRODI / POPOLATA DAGLI AURUNCI / CREDUTA L’OMERICA LESTRIGONIA / ANTICO MUNICIPIO ROMANO SPONDA AMBITA DELL’URBE / DA CICERONE AMATA FIN ALL’ESTREMO RESPIRO / DI VITRUVIO PATRIA RICONOSCIUTA / SEDE EPISCOPALE / SEPOLTURA DI SANT’ERASMO / AVVICENDATA DA CAJETA SUO PORTO NATURALE / SOPRAVVISSUTA IN DUE SOBBORGHI / MOLA E CASTELLONE / NEL 1799 / RIUNITA NELL’AUTONOMIA COMUNALE / RATIFICATA NEL 1820 / NEL 1861 CAPOSALDO / DEL NASCENTE STATO ITALIANO / NEL 1862 RISCATTATA DELL’ANTICO NOME DI FORMIA / NEL 1865 INSIGNITA DEL TITOLO DI CITTA’ / CON EMBLEMA DELLA MITICA FENICE / DISTRUTTA NEL SECONDO CONFLITTO MONDIALE / MEDAGLIA D’ARGENTO / RICOSTRUITA PER TENACE VOLONTA’ DEI SUOI CITTADINI / VOLGE LO SGUARDO AL FUTURO DI PACE E FLORIDEZZA / NELLO SPIRITO DI LIBERTA’ La “Colonna della Libertà” venne inaugurata insieme alla piazza 16 giugno 2012 come ritrovata memoria della rinata Formia di allora, di nuovo presente come punto di riferimento della città attuale.
Didascalie delle immagini 1 – La Colonna della Libertà e il susseguente palazzo Mattej in piazza Darsena, in una fotografia di primo ‘900. 2 – La Spiaggia di Mola nell’illustrazione di James Hakewill del 1816-17 con a destra la Colonna della Libertà: nel dettaglio è evidente sul capitello la base per una statua. 3 - La piazza della Darsena campeggiata dalla Colonna della Libertà sormontata da una croce in un disegno di Pasquale del 1846-47. 4 - Disegno restituivo di progetto della Colonna della Libertà (Studio Arch. S. Ciccone, 2011), confrontato con l’opera di ripristino compiuta nella nuova piazza.

domenica 13 agosto 2023

LA SCOMPARSA DI WILLY POCINO
Su questa pagina si è sempre entusiasti nello scoprire e divulgare la storia del nostro territorio; è invece ora con dolore ricordare chi in questo compito ha offerto ad innumerevoli cultori una più ampia e qualificante pubblicazione sul Lazio. Willy Pocino ci ha lasciati qualche giorno fa, privandoci materialmente della sua presenza, ma non certo del suo esempio di instancabile scrittore novantatreenne, pervicacemente impegnato malgrado l’incalzare delle infermità. Era originario di Sant’Angelo d’Alife, ma aveva trascorso la sua Infanzia in Ciociaria e poi nel 1956 traferitosi a Roma, giornalista affermato inserito nella vita culturale come membro del “Centro Romanesco Trilussa”, della “Accademia Tiberina” e dell’agguerrito “Gruppo dei Romanisti”. Nel 1965 fonda la rivista mensile «Lazio ieri e oggi», giunta al presente con oltre 600 numeri e recentemente rinnovata graficamente con il contributo di Pino De Filippis, nostro conterraneo. Qui egli ha dato accesso a tanti autori nelle più svariate tematiche culturali e su tanti centri del Lazio, molte delle quali riguardanti la nostra zona: negli ultimi numeri sulle architetture romane di Formia e sulla città di Cassino (Salvatore Ciccone) e in corso di pubblicazione sulle stampe del Grand Tour nell’area del Golfo di Gaeta (Renato Marchese). La Rivista, stampata da Edilazio e recentemente diffusa tramite abbonamento, rappresenta l’ultima espressione di libera cultura in questa Regione già rara e che rispecchiava il carattere del suo fondatore, schietto, aperto, amichevole come rigoroso; essa quindi rappresenta tutto il suo portato culturale, di stimolo alla conoscenza nella correttezza dell’informazione di pari con l’amore trasfuso a Roma e alla sua Regione. Ci uniamo al dolore della consorte Franca, della figlia Mariarita e del genero Marco Onofrio, questi ultimi uniti nelle imprese editoriali di Willy, della Rivista e di tanti saggi che rappresentano una incessante volontà di conoscenza e salvaguardia di identità del Lazio.
Didascalie delle immagini : 1 – Una recente immagine di Willy Pocino nel suo studio (foto di Pino De Filippis). 2 – L’amore di Willy Pocino alla “nostra” Roma (foto di Pino De Filippis).

mercoledì 21 giugno 2023

NUOVE SCOPERTE SUL CULTO DI SAN GIOVANNI BATTISTA A FORMIA - di Salvatore Ciccone
La ricorrenza di San Giovanni Battista di Formia, con Sant’Erasmo compatrono della città, si rinnova nella vivacità della festa e induce ad indagare oltre la tradizione su alcuni elementi connessi al culto. Ho qui a più riprese trattato della statua lignea che si venera nella chiesa Parrocchiale del rione Mola intitolata ai Santi Giovanni Battista e Lorenzo, questa sostitutiva l’antica vicina al duecentesco Castello costiero, riadattata nel XVIII secolo ma insufficiente: il nuovo edificio, iniziato dall’architetto Gustavo Giovannoni a cavallo del secondo conflitto mondiale, in cui venne bombardato quello originario, fu compiuto dall’architetto Giuseppe Zander. Il simulacro si confronta con le opere Giuseppe Picano, nato a Napoli il 14 maggio 1716 da Francescantonio originario di Sant’Elia Fiumerapido e Dorotea de Mari; fu sacerdote scultore di figure sacre formatosi nella bottega paterna d’arte presepiale, caposcuola di grande fama e lunga vita artistica morto ultranovantenne. Tale ipotetica attribuzione (la sua firma sulla statua non è ancora stata verificata) richiama la tradizione locale sull’origine della scultura, che la vuole fatta da un tronco spiaggiato fuori il Ponte di Mola e perciò sul lido di levante: un contadino di Castellone, il borgo alto di Formia, lo aveva recuperato con il suo asino come ceppo da ardere, ma misteriosamente riportatosi tre volte sullo stesso lido nonostante l’ostinazione del villico, la quarta volta si ritrovò davanti al portone della chiesetta di San Giovanni Battista posta ai piedi di Castellone; oggi è scomparsa e il nome resta al vico su via Rubino. Il prodigio venne intrepretato come una volontà del Santo e perciò il legno inviato ad un valente scultore di Napoli per realizzarne una statua, la quale giunse via mare e in solenne processione condotta nella chiesa; questa sconsacrata nel medesimo secolo, gli arredi con la statua furono acquistati dalla Congregazione di San Giovanni della chiesa di San Lorenzo di Mola. Quella chiesa di Castellone compare in un atto del 1490 (Gaeta, Archivio Capitolare f. III-B, n. 133) col nome di San Giovanni “in flumia” cioè “presso il fiume” ed è evidente che in quel luogo del borgo, in congrua distanza non esiste e non è esistito alcun corso d’acqua; invece in un ulteriore atto del 1516 a questa chiesa era pertinente un orto a Santo Janni, la zona litorale ad oriente di Formia, separata dal promontorio di Giànola dall’omonimo rio o fiume. Dunque compare un legame tra il luogo del rinvenimento del prodigioso tronco alla stessa chiesa in Castellone, evidentemente relazionata ad una campestre presso quel fiume che le dava il nome come al territorio litorale, storicamente legato a Castellone poiché gli abitanti agricoltori e allevatori. Individuare il sito di questa chiesa rurale non è semplice e probabilmente infruttuoso, vista la trasformazione urbanistica dei luoghi, tuttavia si può tentare qualche ipotesi sperando di trovare riscontri. Un documento del 1143 (Rubrica delle carte del Monastero di S. Erasmo, 1993) cita presso Giànola due chiese, S. Gennaro e S. Giovanni “de Trullo”; della seconda l’aggiunto si può riferirsi ad una “cupola” o comunque ad un cumulo che farebbe pensare alle rovine del cosiddetto “Tempio di Giano” in sommità alla villa romana sul promontorio; tuttavia ciò è in contrasto con l’orto citato e con le specifiche denominazioni di vie campestri poste sul piano costiero e riferite a Santo Janni, perciò il “trullo” da ricondurre a diverso contesto. La denominazione “in flumia” della Chiesa di Castellone dà più ampio spazio alla localizzazione della dipendenza campestre, poiché la sua traduzione dal latino è “presso il fiume” come pure “verso” o “dalla parte del fiume” e ciò assume importanza rispetto agli abitati di Mola e Castellone dai quali il territorio circostante era indicato in approssimazione a principali punti di riferimento, in questo caso il versante verso il fiume di Giànola e certamente da esso compreso; quindi era effettivamente interessata un’ampia porzione di campagna e più la parte litoranea desinente alla foce. Una possibile indicazione è fornita da testimonianze che segnalano la presenza di ruderi sulla costa tra via Santo Janni – Pescinola e via del Mare già Pescinola, in corrispondenza all’estrema parte rilevata del suolo seguita dalla depressione verso oriente alla foce e appunto denominata “pescinola” perché acquitrinosa: in particolare si ricorda che nel 1965 si rinvennero “due vecchie tombe piene di ossa” in vicinanza di strutture riferibili ad una chiesa. Le antiche mappe catastali riportano nel luogo un edificio quadrangolare allungato alla costa con spiazzo, quest’ultimo attualmente rimasto vicino l’incrocio della Santo Janni - Pescinola. In questa situazione risalta una stampa di Pontremoli su “Il Mondo Illustrato” circa del 1860, ma copiata da una più antica, che rappresenta rimpetto al lido in questione, dal quale è caratteristico il profilo di Gaeta, il cantone verosimilmente di una chiesa con l’effigie parietale di una Madonna col Bimbo: vi si fissa l’incontro tra un alto prelato e, pare, un vecchio eremita seduto su un antico fregio; sulla spiaggia attende una barca con ornato tendalino e bandiere, mentre transita una donna con un asino. Di certo questi luoghi era più facile raggiungerli via mare, come fece e narrò Pasquale Mattej nell’illustrare le vestigia di Giànola sul Poliorama Pittoresco” nel 1845; nel caso dell’immagine si poteva trattare di una visita pastorale compiuta da un vescovo. Però c’è però da considerare che da qui verso Formia insisteva il toponimo “Sant’Anna”, zona presso l’attuale Parco De Curtis dove sono più documentati resti di una villa romana e alla quale poteva riferirsi l’immagine pur se meno verosimilmente. In conclusione bisogna pazientare e umilmente cercare, sperando di far luce su quanto di storico riguarda il culto di San Giovanni Battista a Formia, mentre su tutto vale la fede verso il Santo precursore di Cristo.
Didascalia delle immagini 1 - La settecentesca statua di San Giovanni Battista nella chiesa titolare di Formia. 2 - Una statua scolpita da Giuseppe Picano: San Giovanni Battista a Pannarano (1750). 3 – Probabile scorcio di chiesa presso Santo Janni, incisione replicata da Pontremoli intorno al 1860.

martedì 6 giugno 2023

Un'antica stazione marittima a "Scàuri" - di Salvatore Ciccone
Gli attuali accadimenti nell’Area Naturale Protetta di Giànola e Monte Scàuri, inclusa nel Parco Regionale Riviera di Ulisse, impongono una consapevolezza del valore unitario di quella che non può essere distinta nei confini dei territori dei due Comuni contermini, Formia e Minturno. In particolare recenti lavori hanno alterato l’area archeologica della villa romana di Mamurra a Giànola, dalla parte di Formia, e problematica è la condizione di quella dalla parte di Minturno attribuita alla villa di Scauro; intanto il nuovo Piano di Assetto del Parco considera queste testimonianze di ambito economico, in pratica enucleate dal contesto in cui si sono originate; ad evidenziarne i valori, riporto una mia nota con parte dei miei disegni sulle vestigia di Scàuri, in appendice al volume di Antonio Lepone, “Marco Emilio Scauro Princeps Senatus”, Caramanica Editore, 2005. * * *
Il sito archeologico di Scauri è rimasto immeritatamente estraneo all'interesse degli studiosi perché posto al margine di due antichi centri, Formia e Minturno, presso l'isolato rilievo dei Monti Aurunci che si inoltra nel Tirreno. Il complesso monumentale manifesta l'uso ripetitivo delle opportunità offerte dalla natura: un'insenatura per un comodo approdo e un ruscello di acqua sorgiva lungo la direttrice di vari collegamenti, alla via Appia e con l'entroterra. La sua componente coesiva consiste in un muro in opera poligonale o megalitico lungo circa 120 metri, al quale si relazionano strutture di epoca romana per formare una vasta terrazza su un'ansa marina volgente ad est. Agli eruditi è sembrato perciò appropriato attribuire questi ruderi alla villa del console Marco Emilio Scàuro dal toponimo di Scàuri, dall'anno 830 legato alla presenza di mulini ad acqua e di un borgo e per la difesa dei quali eccelle la torre quadrata trecentesca. Le mura megalitiche poi, sono dagli studiosi dei primi decenni del Novecento fatte risalire al secolo VIII a.C. e al popolo Aurunco, identificate con “l'oppidum Pirae” citato da Plinio il Vecchio come centro decaduto tra Formiae e Minturnae. In questa attribuzione l'elemento di spicco è lungo l'andito che saliva sulla terrazza: una porta con profilo ad ogiva tronca, larga metri 2,30 ed alta 4,70 circa, formata da blocchi di pietra progressivamente aggettanti contrapposti in sommità ad un architrave. Di recente essa è datata alla fine del IV secolo a.C. perché una simile struttura si trova sottoposta alla via Appia presso Itri, induzione priva di attendibilità passando quel tragitto in un punto obbligato anche in precedenza. Parimenti appare superata la classificazione dell'opera poligonale fatta dal Lugli, dove la "IV maniera", quella con blocchi a bugna sulla faccia a vista, presente in entrambi i luoghi, risale al massimo al III secolo a.C. Dunque, se lo stesso Lugli attribuisce genericamente la copertura a pseudo arco al secolo VII a. C. e diffusa nell'Etruria marittima, la sua combinazione con quella "maniera" non può essere repubblicana e difatti egli non data le mura di "Pirae". In effetti la tecnica di copertura è molto antica, ma dai Micenei fu introdotta presso i Fenici che poi la trasmisero agli alleati Etruschi, ossia Tirreni, proprio durante la massima espansione per mare di questi ultimi che influenzò i popoli vicini. Di questa alleanza, in Etruria, sono prova i culti nel porto di “Caere”, “Pyrgi”. A rendere più interessante l'argomento è la considerazione che si ebbe della porta di Scàuri in epoca romana. Mentre in età repubblicana l'andito era usato e coperto con volta a botte per conferire continuità al piano superiore, nel primo Impero il vano di accesso venne occupato da una vasca ornamentale ovale in “opus reticulatum”, evidenziando l'inagibilità del percorso quasi certamente per infiltrazioni d'acqua. Appare quindi chiara la presenza sostitutiva di un corridoio voltato a rampa e scale, affiancato alla porta e posto su un livello superiore. L'intento di "musealizzare" con la vasca l'antico camminamento caratterizzato dall'arcaica copertura, farebbe supporre come i Romani fossero coscienti dell'antichità di questa architettura. L'esigenza utilitaria aveva già risparmiato gran parte delle mura in poligonale, sostituite o integrate laddove esse erano cadute o in procinto di crollo, fatto sotteso nell'altra notevole struttura appartenente alla stessa fase repubblicana. È una sostruzione a sette fornici con muri in “opus incertum” e volte a botte, lunga una trentina di metri, posta in continuazione del tratto sud del muro bugnato dove era una torre quadrangolare: la scarsa e variabile profondità dei fornici sembra dovuta alla retrostante presenza in curva delle antiche mura e allo scopo di sostenerle, tanto che due di essi, in parte chiusi anteriormente, formano delle casse ripiene di pietrame per assicurare il maggiore contenimento della spinta. A rendere caratteristica la costruzione sono gli archivolti costituiti da conci lapidei perfettamente sagomati e cementati nelle volte, "girate" con ben più rozzi elementi, apparecchiatura ancora legata alla pratica di una esecuzione strutturale a secco e che si colloca tra II-I secolo a.C.: i fornici, perlopiù larghi oltre tre metri e alti poco più di cinque, possono aver sostenuto un corpo di fabbrica ed essere stati impiegati solo per scopi utilitari, non essendo presente in essi alcuna impostazione decorativa. Da questa sostruzione, un muro alto circa tre metri del medesimo “opus incertum” si protende zigzagando per oltre 60 metri verso il promontorio, interrotto dalla strada che vi sale. È da ritenere che l'insediamento fosse radicato alle falesie della zona "Olmo - Monte d'Oro", dove gli scritti tramandano l'esistenza di un molo dotato di anelli di pietra per l'ormeggio, di una peschiera trapezoidale e di un ninfeo in grotta, testimonianze in gran parte coperte da interventi di urbanizzazione. La peschiera ed il ninfeo, forse un triclinio estivo, rappresentano una trasformazione lussuosa della villa tra tarda Repubblica e primo Impero nell'ambito di un porto privato. L'occasione di un approdo appare qui fondamentale: quando il territorio circostante era caratterizzato da un sistema di colonizzazione sparso di tipo familiare, poneva la necessità di una sua tutela che non poteva differire dalla costituzione di un insediamento di tipo urbano; poi al maggior sviluppo di finitimi centri portuali si deve la decadenza ed il passaggio a privati commerci. Dunque, in presenza di un'antica stazione marittima, è considerevole che un'altra Scàuri si trovi nell'Isola di Pantelleria, sulla rotta con le coste del Nord Africa dove coltivava interessi il ramo della gente Emilia. Per tutto ciò, l'identificazione ipotetica con “Pirae” e poi con la villa di Scàuro risalta nella sua possibilità e rimane a tutt'oggi valida in assenza di contrarie evidenze archeologiche.
Didascalia delle immagini 1 – Visione complessiva del sito monumentale di Scàuri verso il promontorio. 2 – Porta a pseudo arco ogivale architravato nella cinta poligonale. 3 – I due accessi contigui alla terrazza: a destra della cinta poligonale; a sinistra di epoca romana. 4 – I fornici di età repubblicana di contrafforte ad un tratto della cinta poligonale.

mercoledì 31 maggio 2023

SANT’ERASMO E SANT’EFISIO MARTIRI TRA FORMIA E SARDEGNA di Salvatore Ciccone
In prossimità della ricorrenza di Sant’Erasmo, mi è venuta in risalto la data della morte di questo martire a Formia, il 2 giugno del 303 dopo Cristo, con quella di un altro santo che dal lido di Formia si portò in Sardegna per soccombere al supplizio, il 15 gennaio del medesimo anno 303: Sant’Efisio, tra quelli rappresentativi dell’Isola e co-protettore di Cagliari. Il calendario dei due episodi è naturalmente fissato negli specifici martirologi che però sono di oscura origine e sostanzialmente scritti in epoca medievale elaborando su modelli e laddove non si avevano notizie assimilando la vita di altri Santi; per questo non è qui il caso di fare una analisi dei testi persino ardua agli specialisti. La “Passio” di Sant’Erasmo è stata scritta da Giovanni di Gaeta, monaco benedettino in Montecassino, eletto papa col nome di Gelasio II dal 1118 al 1119, il quale nel prologo dichiara di aver elaborato il testo attingendo da varie fonti e con cognizione dei luoghi in Oriente avute da alcuni confratelli. In sintesi, Erasmo, giovane di rara bellezza, divenne vescovo di Antiochia capoluogo della Siria e per questo, in base all’editto emanato da Diocleziano, tenuto ad officiare la divinità dell’imperatore, cosa che in base alla sua fede si rifiutò di fare e perciò sottoposto a tremende torture dalle quali scampava miracolosamente. Di sostegno gli fu l’Arcangelo Michele, il quale da ultimo lo condusse a Formia. Qui predicò per sette giorni fino alla morte per i patimenti subiti, il 2 giugno dell’anno 303, e il suo corpo sepolto nella parte occidentale della città presso l’anfiteatro: invece localmente si vuole martirizzato per eviscerazione, in uno degli ambienti del teatro romano presso il rione Castellone, detto “il Cancello” da una palizzata protettiva del luogo di culto. Il suo corpo venne trasferito a Gaeta al sicuro delle incursioni degli Agareni, ossia i Saraceni, dove venne riscoperto ed intitolato la cattedrale della nuova “civitas” marinara. È così che si trova protettore dei naviganti, del quale la presenza durante le tempeste si credeva fosse nelle luminescenze elettrostatiche tra le alberature delle navi, i fuochi di S. Ermo o Elmo, già ricondotte ai Dioscuri dai Romani. Dagli scavi eseguiti dal 1970 nella chiesa parrocchiale, ex cattedrale di Formia dedicata al Santo, sono venute in luce importanti testimonianze tardoantiche ed altomedievali del luogo di culto, sostanzialmente originate da un’area sepolcrale pagana, in cui sorse un “martyrium”, un sacello ad includere con un altare un precedente sepolcro ormai privo di spoglie, evidentemente quelle del Santo poi trasferite a Gaeta. A questo piccolo edificio di culto si unirono numerose sepolture cristiane “ad corpus”, quindi, come ho identificato, in breve tempo integrato da una basilica a navata unica, costruzioni certamente realizzate dopo l’editto di Costantino del 313 con il quale si liberalizzava il cristianesimo. In fasi successive il complesso si arricchì di elementi funzionali, tra i quali intorno al VI secolo una cripta semianulare sotto l’altare maggiore della basilica per accogliere le spoglie del Santo; quindi un ricco apparato decorativo di stile carolingio avutosi tra VIII e IX secolo, prima che intervenisse la devastazione saracena che si vuole avvenuta nell’846. Con la presa di possesso dei monaci benedettini nel X secolo e poi dal 1491 di quelli Olivetani, si è avuta la trasformazione in abbazia e la chiesa evoluta in tre navate, con l’altare privilegiato posto in corrispondenza della tomba originaria, ma da secoli occultata. Riguardo a Sant’Efisio le varie fonti non sempre concordi comunque attestano la veridicità del personaggio in Sardegna oltre che la situazione nel quale esso si è mosso proprio dalla sponda campano-laziale verso l’Isola, dove si documentano traffici commerciali e eventi accorsi nello stesso Medioevo; anche qui la sintesi è d’obbligo. Efisio era di famiglia eminente di “Aelia Capitolina”, come era Gerusalemme rinominata dai Romani, figlio di Cristoforo, cristiano, e della pagana Alessandra. La madre, profittando della venuta di Diocleziano ad Antiochia riuscì ad avere udienza, supplicandolo di prendere il figlio come suo militare. L’imperatore, ammirato dalla bellezza del giovane, gli affidò la repressione dei cristiani e qui, come Saulo (Paolo) sulla via di Damasco fu oggetto di un prodigio, vedendo apparire in cielo una croce sfolgorante con la voce di rimprovero di Gesù, croce che rimase impressa sulla palma della mano destra, ciò che convertì il giovane. Si portò quindi a Gaeta, dove evidentemente la “Passio” scritta nel XII secolo considera la città che aveva preso il posto dell’originaria malsicura Formia, questa all’epoca di Diocleziano fiorente e della quale il naturale “portus Caietae” era parte integrante. Qui egli si sarebbe fatto realizzare una croce d’argento che miracolosamente venne iscritta in ebraico con i nomi degli arcangeli. Inoltre in questa permanenza si portò a combattere con il suo esercito gli invasori Agareni, uccidendone 12.000; altro chiaro sfasamento storico nell’età del documento, ma che in riferimento alla vittoriosa Battaglia del Garigliano del 915, pare che Efisio possa essere stato invocato dalle truppe Bizantine. Sbarca quindi a Tharros in Sardinia, per risolvere una aggressione di barbari, cioè dei Barbaricini. In questa terra egli manifesta la sua fede, addirittura scrivendo all’imperatore di convertirsi, il quale naturalmente lo fece arrestare e sottoporre a torture, dalle quali rimase miracolosamente indenne finché non venne decapitato a Nora, altra fiorente città romanizzata, oggi presso Pula dove è una chiesetta romanica eretta sul luogo del martirio. Sant’Efisio ha avuto grande impulso quando nel 1656 fu invocato con grandi promesse per liberare Cagliari dalla peste, come fu e da allora il Martire è oggetto di grandi festeggiamenti dal 1° al 4 maggio con una caratteristica processione che dall’omonima chiesa di Cagliari vede il simulacro sfilare in un pregiato carro per quaranta chilometri fino a Pula, luogo del martirio, con largo seguito di fedeli provenienti da tutta l’Isola. Dunque Sant’Erasmo e Sant’Efisio, due giovani ardenti nella nuova fede di salvezza, da Antiochia giunsero a Formia, chissà se in qualche modo connessi, attestandone l’importante nodo di traffici tra la via Appia e le rotte marittime dall’Oriente verso Roma e l’occidente dell’Impero, come pure di culture, di nuovi culti di cui vincente fu il Cristianesimo. Bibliografia essenziale - S. Ciccone, La Cattedrale dell’antica Formia, “Lunario Romano” 1987 - Cattedrali del Lazio, Roma 1988, p. 325 segg. - R. Zucca, Il Portus Caietae in una fonte agiografica: la Passio Sancti Ephyfii, “Formianum” VII-1999, Marina di Minturno 2007, p. 97 segg.
Didascalie immagini 1 – La statua di Sant’Erasmo conservata nella chiesa titolare ex cattedrale di Formia in prossimità del rione Castellone (foto di Fausto Forcina). 2 – La statua di Sant’Efisio, presso l’omonima chiesa barocca nel rione Stampace di Cagliari.

lunedì 8 maggio 2023

LA VILLA ROMANA DI GIÀNOLA: NUOVE AZIONI PER LA SALVAGUARDIA - di Salvatore Ciccone
Presso il Centro Pastorale Parrocchiale di Giànola, il venerdì 28 aprile, si è tenuto l’incontro pubblico sul tema “La villa romana di Giànola risorsa da conoscere e difendere”, promosso dalle associazioni Gianolamare e Janus e dai comitati civici Acqualonga e Santa Croce, condiviso nei contenuti istruttivi dal parroco don Carlo e introdotto dal prof. Pasquale Scipione. Il convegno si proponeva di divulgare i valori dell’area archeologica sul promontorio di Giànola compreso nell’Area Naturale Protetta del Parco regionale naturale Riviera di Ulisse, potenziale risorsa per il miglioramento sociale e di una rigenerazione urbana del quartiere e della zona limitrofa. In questa finalità ho illustrato i resti della villa estesa su 90.000 metri quadrati e risalente alla metà del I secolo a. C., della quale il primo più dettagliato studio è quello della mia tesi di laurea in architettura pubblicato nel 1990 in “Palladio”, periodico del settore edito dall’Istituto Poligrafico dello Stato. Tra i miei ricorrenti contributi, quello da poco stampato è inserito nella rivista di studi storici “Latium”, annuale raccolta di più di 400 pagine dell’Istituto di Storia e Arte del Lazio Meridionale (ISALM) in Anagni e collegato al Ministero dei Beni Culturali. Questo lavoro è una sintesi delle conoscenze con le nuove acquisizioni provenienti dal primo intervento di recupero dell’edificio ottagonale, finanziato con fondi europei di 1milione di euro e che ho progettato e poi diretto con l’ingegnere Orlando Giovannone dal 2014 al 2016, ragguaglio dove sono chiariti aspetti problematici di precipua competenza dell’architettura, ma che nel frattempo hanno dato adito ad avulse, fuorvianti interpretazioni. Uno di quelli riguarda la sala centrale di quell’edificio, la cui forma ottagonale è ribadita dal pilastro centrale di sostegno di una volta di segmenti a botte, sala che pertanto rendeva intelligibile il tutto e certamente serbante il suo significato: ciò malgrado è stata interpretata come cisterna in seguito usata come sala funeraria. Altro aspetto è la struttura di collegamento tra l’edificio e l’impianto residenziale verso il mare, dichiarato come triplice serie di scale affiancate, in realtà caratterizzato da due gradinate coperte di sostegno e da altre due rampe a cielo aperto, poste ai lati di una corte denotata da rocce affioranti di complessivo scopo scenografico. In sostanza si sono restituiti il più attendibile aspetto e il significato dell’edificio, il quale rappresentava tipologicamente un “musaeum” ossia una grotta artificiale resa nell’anfrattuosità come nell’aspetto delle volte, nella cui sala ottagona buia è irrefutabilmente provata la captazione di una fonte e che tramite le cisterne animava tutta la villa; architettura che rappresentava una allegoria del mondo nelle credenze mitico-religiose e nelle concezioni filosofiche, scontatamente riferito a un corredo scultoreo, luogo temperato e d’uso per il colto “otium” dei Romani. Ma l’ulteriore novità sta nel chiarimento della copertura, ora delineabile in una terrazza panoramica attorno ad un anello di terreno, tale da apparire come tumulo verdeggiante che includeva una corte con al centro un pilone sepolcrale culminato da statua: dunque la parte superiore devoluta ad estrema dimora del proprietario. L’edificio che derivava dai “musaea” ellenistici, risultava quindi non di univoca funzione, e per questo oggi poco comprensibile, sicuramente anche devoluto al culto privato di una divinità tutelare della fonte, forse quello di Diana, l’arcaica “Jana” da cui deriverebbe il nome del luogo. Nel convegno ho quindi espresso la problematica dei pur necessari interventi di conservazione delle strutture e di quelli adeguati alla pubblica fruizione, ciò nel rispetto del contesto naturale in cui i monumenti si sono integrati nei secoli e che rappresentano la precipua caratteristica distintiva dell’intera Area Protetta, la cui tutela è prescritta nella Legge Regionale n. 15/1987 istitutiva del Parco Suburbano di Giànola e del Monte di Scàuri. Questa tematica si è resa indifferibile a fronte dei successivi lavori nell’area archeologica, condotti nel 2020-2021 totalmente dalla “Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone, Latina e Rieti” con finanziamento del Ministero per i Beni Culturali di 800mila euro. È infatti in questa occasione che i percorsi, realizzati nel precedente intervento in terra battuta, sono stati materializzati in calcestruzzo armato, larghi due metri e per una lunghezza di circa 200 metri. Di più si sono create terrazze panoramiche con transenne di acciaio sulle coperture della scala voltata “Grotta della Janara” e su quella della cisterna “Trentasei Colonne”, qui sbancando i soprastanti strati di terreno tecnicamente contestuali alla struttura. Risulta da ciò scompaginata un’area di circa 10.000 metri quadrati, deturpato il paesaggio e distolta la relazione tra le parti della villa, inoltre interrotta nella continuità dalla recinzione dell’area stessa. L’acme dell’intervento si raggiunge presso la parte scavata dell’edificio ottagonale dove la copertura provvisoria è stata sostituita da una definitiva prepotentemente ancorata ai resti, distolti nella visuale dalle linee aliene di un bagno per una sola persona. Questi allestimenti si rendono inammissibili sia nel comune buon senso e pertanto da chiunque contestabili di diritto, sia nel sapere dello specifico settore e difatti vietati dalla legge istitutiva del Parco, dove anche l’intervento dell’organo superiore dello Stato come la Soprintendenza deve essere congruente ai fini della conservazione dell’Area Protetta, come pure non può tacitare un così grave accadimento. Non occorrono infatti particolari perizie per accertare gli effetti lesivi di queste opere che invalidano gli stessi scopi istituzionali del Parco nella conservazione dell’ambiente e nella sensibilizzazione culturale della comunità, verso le quali occorre intervenire per un ripristino dello stato originario dei luoghi, non importa quanto costerà e chi ne dovrà rispondere, contestualmente ad un più attento recupero alla comprensibilità che la villa romana assolutamente originale reclama. Si porterà avanti l’informazione a far proprie presso la cittadinanza queste esigenze indifferibili e fin quando non verranno soddisfatte per il miglioramento sociale ed economico di Formia.
Didascalie delle Immagini A - Spaccato restitutivo dell’edificio ottagonale (S. Ciccone da “Latium” 2022): 1-Strato acquifero e 2-sigillatura con 3-vasca di captazione; 4-peribolo, 5-sale perimetrale e con 6- abside; 7-pilone sepolcrale con 8-tumulo ad anello e 9-terrazza panoramica. B – Ricostruzione dell’edificio con il collegamento verso la villa (S. Ciccone da “Latium” 2022). C- Viste di parte degli allestimenti più recentemente realizzati per la pubblica fruizione. D – L’area oggetto degli interventi dal satellite: a sinistra nel 2016; a destra nel 2021 segnata dalle superfici di calcestruzzo

lunedì 1 maggio 2023

SEGRETI DELLA VIA APPIA. I SEPOLCRI DI CICERONE E DI TULLIOLA di Salvatore Ciccone
Con la recente candidatura della via Appia a patrimonio mondiale dell’umanità UNESCO, Formia sembra aver riscoperto l’interesse verso questa strada che dalla sua costruzione nel 312 avanti Cristo ne ha determinato le sorti in prosperità e sciagure. La “regina viarum”, come venne definita dal poeta romano Stazio, già da decenni avrebbe dovuto determinare una valorizzazione di livello internazionale, sul tratto formiano con monumenti distintivi del suo antico percorso e principalmente l’eminente “Tomba di Cicerone” connessa all’uccisione dell’Oratore presso la sua amata villa il 7 dicembre del 43 a. C. dai mandatari del triunviro Marco Antonio. Il sepolcro, attribuito da antica tradizione fino dall’alto Medioevo, venne restaurato dal Ministero della Pubblica Istruzione in occasione del bimillenario della morte di Cicerone: fu un intervento sommario tipico di quel periodo, privo di indagine e di qualsivoglia pubblicazione scientifica. Eppure il monumento è tra i più ragguardevoli del genere, di cui il solo recinto quadrangolare con alto muro reticolato include un’area funeraria di oltre 5.000 metri quadrati con un fronte su strada di circa 80 metri; in posizione centrale il sepolcro appare come una torre su basamento quadrato di 17 metri in blocchi calcarei squadrati con sopra un fusto cementizio, il tutto prossimo all’altezza di 20 metri. Nello studio che ho recentemente pubblicato negli Atti riferiti al Convegno “Formianum” IX-2000, si restituisce un sepolcro interamente rivestito di marmo che elevava una “tholos”, ossia un tempio onorario circolare scandito da semicolonne probabilmente culminato sulla copertura da una statua equestre di bronzo dorato; un edificio di forte valore commemorativo che insieme alla vasta area funeraria si colloca in età augustea, quando appunto venne riabilitata la figura di Cicerone e il figlio nominato da Augusto suo collega al consolato nel 30 a. C.. Ma ancora più determinante per l’attribuzione è la via Appia, la quale risulta modificata e portata perfettamente orizzontale in funzione a tutto il fronte del recinto, fatto che non può giustificarsi con un monumento privato, a meno di un coinvolgimento della cosa pubblica in onore di quel celebre personaggio. La tradizione si incrementa nell’ulteriore “Tomba di Tullia” o di “Tulliola”, la figlia di Cicerone prematuramente morta di parto, situata in prossimità del sepolcro paterno sulla retrostante collina “Acervara”, nome riferito ai passati ruderi cuspidati situati a mezzacosta. Il luogo ha restituito in effetti una statua muliebre esposta nel locale Museo, e ricade nell’ambito del supposto “Formianum” di Cicerone, esteso in altura a mille passi (m. 1478) dal mare. Le tracce di questa attribuzione presente già nel ‘700, risalgono a Celio Rodigino che nel 1516 (Antiquae Lectiones) riferisce del ritrovamento fatto ai tempi di papa Sisto IV (1471-1484) davanti alla Tomba di Cicerone, della mummia di sua figlia Tullia, dichiarata da una iscrizione, la quale si dissolse tre giorni dopo. Come ho già esposto qui in un precedente articolo (link https://www.facebook.com/ComeEriBellaFormia/posts/pfbid0h7Y8pXXLbMMS7QvZR9cEegHwMh3Lb6pqSj72tYer43bMf1UETXBceY63CXZjAS7Xl ) , l’episodio si sovrappone a quello certamente veritiero e documentato della mummia di giovane donna perfettamente conservato trovato nell’aprile 1485 presso al sesto miglio della via Appia a Roma e che trasportato in Campidoglio fu veduta da larga parte della popolazione, finché non si decise di tumularla in un luogo segreto. L’umanista Bartolomeo Fonte annota la mancanza di qualsivoglia epigrafe che attestasse l’identità della fanciulla e che con il successivo seppellimento non collimano con il ritrovamento riferito da Rodigino e collocato al tempo di Sisto IV, morto nel 1484, cioè un anno prima dell’altra scoperta. È possibile una confusione tra due distinti episodi di cui certa è la mummia di Roma e possibile il rinvenimento di epigrafi sul sepolcro rupestre formiano, avutisi in tempi ravvicinati in un periodo in cui l’interesse per le antichità trovava approssimata diffusione tra gli umanisti di allora. Ostacolo a questa ipotesi sarebbe la presunta singolarità della mummia romana, quando invece nella stessa Roma altre due rinvenimenti del genere ci confortano della loro consistenza materiale. Il primo avvenne nel 1889 nello sbancamento per la costruzione del Palazzo di Giustizia, allorché venne in luce il sarcofago sigillato contenente una fanciulla dall’iscrizione identificata come Crepereia Tryphaena, risalente al 150-160 d. C., nel cui corredo era una bambola di avorio dagli arti snodati; episodio che ebbe sul pubblico partecipazione emotiva simile a quello quattrocentesco: la mummia e corredi sono ora esposti nel Museo della Centrale Montemartini. Il secondo riguarda la cosiddetta Mummia di Grottarossa, la località sulla via Cassia dove nel 1964 venne reperito un magnifico sarcofago istoriato contenente la mummia di una fanciulla di otto anni con intatto corredo di monili ed anche qui un’analoga bambola di avorio, risalenti pure al II secolo d. C. Sconcertante e indegno fu il fatto che i reperti vennero reperiti in una discarica di terreno e fortunatamente recuperati: sono ora accuratamente esposti presso il Museo di Palazzo Massimo. Per entrambi, notizie e immagini si traggono sul web Come si vede questa modalità di conservazione era consueta a Roma, evidentemente ispirata all’usanza egizia e diffusasi nelle classi più agiate nella media età imperiale. Nella più ampia possibilità di rinvenimenti del genere, è quindi realistico che nel Rinascimento si siano unificati due distinti episodi. Con la mostra avutasi presso l’ufficio turistico ai piedi del Palazzo Municipale, sulle antiche stampe illustranti il territorio di Formia, altre iniziative sono in corso per valorizzare il tracciato della via Appia antica, tutte meritevoli di considerazione purché diano un apporto concreto alla conoscenza, alla conservazione delle testimonianze e ad una divulgazione di livello adeguato all’importanza che merita la più importante arteria di Roma antica, prima ancora che dichiarato patrimonio dell’umanità.
Didascalie immagini 1 - La via Appia, in basso il sepolcro di Cicerone e in alto la Tomba di Tulliola, nell’incisione di G. Vasi nell’opera del 1754 di E. Gesualdo, Osservazioni critiche sopra la Storia della via Appia di Don F. Maria Pratilli. 2 – La Tomba di Tulliola in un disegno di Pasquale Mattej nel suo articolo del 1837 sul “Poliorama Pittoresco”. 3 – Tomba di Tulliola, la statua di personaggio muliebre all’atto del rinvenimento negli anni 1970 ed esposta presso il Museo Archeologico Nazionale di Formia: sul fondo la Tomba di Cicerone. 4 – Pianta e ricostruzione sintetiche del complesso funerario “di Tulliola” (Ciccone, 1982).