Cerca nel blog

Etichette

lunedì 8 agosto 2022

CIAO ILARIA … di Salvatore Ciccone
Quest’oggi mi ha raggiunto una notizia di quelle che non vorresti mai avere sia pure prevedibili: la morte di Ilaria Liberace. Non è possibile nel dolore e dall’accalcarsi dei sentimenti fare di Ilaria ora un sereno profilo. Figlia di questa terra da generazioni, parente di quel Valentino Liberace estroso pianista di fama negli Stati Uniti, era artista che assorbiva energia e ispirazione dalla natura marina e in generale dalle umili cose: da una conchiglia, da un legno arrotondato dal mare, come da pannucci multicolori sapeva restituire i sentimenti, le sensazioni e perfino i profumi di quell’elemento sconfinato dominante nel suo quotidiano, nella sua casa lì a Vindicio, solo dopo anteposta dalla pinetina. Le estati vissute nello stabilimento balneare fondato dal nonno materno il patriottico Bernardo Miele che per questo lo intitolò Bagni Bandiera; gli inverni lunghi chiusa nelle economie familiari in attesa di una nuova proficua stagione, a studiare. Divenne insegnante di Educazione Artistica, la mia insegnante presso la Scuola Media Statale Marco Vitruvio Pollione nel quartiere di Mola, collega “di battaglia” di mio padre e amicissima di mia madre che la conobbe ragazzetta con tutta la famiglia dal giugno del 1956, proprio recandosi ai Bagni con me di pochi mesi. Poi il matrimonio con quel simpaticone irruento ma “signore” di Corrado Bartolomeo, anch’egli compagnone tra le giovani coppie di quegli anni che trafficavano il lido del Miramare, a mangiare le cozze strappate dalla Scogliera della Regina e subito mangiate con una spruzzata dei limoni dei giardini soprastanti… Voglio fermarmi qui, a quel tempo di sofferenze ma di nutrite speranze, di semplicità e immediatezza, di rispetto, di umanità in quella Formia in parte ancora in macerie ma che conservava anima distintiva e dignità nelle quali Ilaria si identificava. La pubblicazione qui di seguito di una sua memoria formiana a me consegnatomi anni fa penso sia il modo migliore, ora, di onorare la sua persona e nel contempo la sua terra che spero di Ilaria Liberace non sarà dimentica.
Memorie formiane - Gli agrumi del Porto Caposele - di Ilaria Liberace - È una tiepida sera di maggio, arrivo fino al porticciolo Caposele, la meta preferita delle mie passeggiate. Questo ritaglio di mondo, pur vicino alla città e alla strada litoranea, riesce ancora a rimanere isolato e tranquillo, dove puoi assaporare momenti di pace. La Villa Rubino e i ruderi romani sono immersi nel verde incolto. Le barche quasi immobili dormono affiancate, attraccate ai pontili. Le scogliere scure adagiate nell’acqua sembrano anch’esse addormentate. Solo i pipistrelli intrecciano una notturna danza frenetica sotto i lampioni, quasi a sfiorarti. C’è nell’aria un forte odore di mare misto a quello delle sentine, ma come oltrepasso il Circolo Nautico mi colpisce un intenso profumo di zagare: sono gli alberi di agrumi tutti in fiore, aranci, mandarini e limoni che crescono nei giardini a terrazzo che sovrastano e abbracciano il piccolo porto. Aspiro profondamente quel sano profumo e la mia mente come ossigenata si risveglia e si tuffa nei ricordi. Ero bambina quando in questo porto c’erano i velieri che caricavano e scaricavano merci. I carretti andavano e venivano rasentando gli antichi muri per via della strada stretta che era tutte buche provocate dalle mareggiate d’inverno. Passando davanti alle grotte romane dalle alte volte a botte mi vengono in mente le cose che diceva mia nonna “Ntoniella”. In questi antichi magazzini che sorgono nei giardini attorno al porto si svolgeva la florida attività della raccolta e selezione degli agrumi che venivano mandati ovunque. Le donne, accompagnandosi con la voce “misuravano” le arance così: con il pollice e il medio della mano sinistra tenevano il frutto, poi aggiungevano una, due o tre dita dell’altra mano e a seconda della grandezza li mettevano in ceste separate, 1ª scelta, 2ª scelta, ecc. Un altro lavoro che veniva fatto era quello di estrarre l’olio essenziale dalle cedrangole che veniva poi destinato alle fabbriche di essenze e profumi. le cedrangole o melangole sono arance amarognole, sgradevoli da mangiare, ma nei giardini formiani abbondavano proprio perché venivano utilizzate le loro bucce spesse e profumate. Con una spugna [ndr quella di mare lievemente rigida e abrasiva] si assorbiva dalla scorza del frutto, precedentemente tagliato a metà, l’olio (localmente detto spirito) che ne veniva fuori premendola. Si usava per questa operazione di raccolta anche un vaso di terracotta internamente smaltato color ocra, fornito di due manici e un becco. Il lavoro era lungo e faticoso, ma redditizio. Successivamente le bucce premute venivano infilate in uno spago a mo’ di collana, quindi queste collane venivano immerse in botti colme di acqua delle adiacenti fonti, caricate sui bastimenti e mandate nel napoletano perché venissero candite in apposite fabbriche. Ora i cedrangoli sono spariti dai giardini formiani. Infatti prima dell’invasione del cemento, Formia era tutto un immenso giardino che dai monti digradava fino al mare, dove prosperavano oltre agli agrumi e all’olivo, il melograno, il nespolo, cotogni, fichi e vigneti i cui frutti erano la delizia del palato perché nutriti dalla terra ricca d’acqua e maturati al sole temperato dal vento del mare. (Formia, giugno 2008)
Nelle immagini: Il porto Caposele, con le “grotte” di una villa romana in un dipinto di anonimo della prima metà dell’Ottocento, in una fotografia degli anni Cinquanta e in una veduta verso villa Caposele dei giorni nostri.

mercoledì 3 agosto 2022

VILLE E PISCINE ROMANE INEDITE SULL’ANTICO LITORALE DI FORMIA - di Salvatore Ciccone
Com'è noto, la costa di Formia romana si allungava dalle prossimità della Villa di Tiberio a Sperlonga, ambito dell’antica “Fundi”, fino a buona parte del promontorio di Giànola, confine con Minturnae, situazione fissata dagli scrittori classici con le espressioni di "Formiae litus", e di "sinus Formianus” per l’attuale golfo di Gaeta. In questo contesto le piscine, cioè gli impianti di piscicoltura, sono in numero davvero considerevole e si ritrovano presenti solo dopo lunga distanza presso il Circeo, nelle isole Ponziane e poi sulle coste partenopee. Nell'arco più interno e riparato del golfo le piscine costituivano l’elemento distintivo delle “villae maritimae”, poste com’erano a diretto contatto con le acque e con autonomi approdi, oppure integrate alle infrastrutture pubbliche portuali; Gli impianti di piscicoltura erano raramente realizzati intagliando la costa rocciosa (piscinae ex petra excise), per lo più eseguite in muratura (piscinae in litore constructae) a protezione di uno specchio d'acqua variamente suddiviso in vasche. Il flusso idrico era assicurato tramite canali provvisti di griglie scorrevoli verticalmente su guide di pietra o gargami; sull'argine si dotavano inoltre di paratoie per proteggere l'impianto durante il mare cattivo. L'efficacia dei flussi era affidata all'orientamento dei canali e alla loro posizione relativamente alla caratteristica delle vasche. Ulteriore accorgimento dell'impianto era la dotazione di acqua dolce con sorgenti litoranee, ruscelli o derivata da acquedotti, tale da assicurare la giusta salinità e temperatura specie nei mesi caldi, miscela oltretutto congeniale ad alcuni pesci. Le specie ittiche allevate dipendevano dalla natura dei fondali dove le piscine si collocavano, conservandone le caratteristiche ambientali. Non è esplicitata una riproduzione in cattività, rimanendo le piscine prevalentemente impianti di stabulazione dai quali disporre in ogni tempo di pesce per Io più pregiato. Le opere murarie delle piscine si eseguivano come quelle dei porti, secondo i procedimenti descritti da Vitruvio, in particolare utilizzando la malta idraulica composta da calce e pozzolana che indurisce in acqua, unita a scaglie lapidee (caementa) generalmente di tufo e immessa in una successione di casseforme lignee (arcae) ancorate al fondale: la frequenza delle piscine si rapporta quindi anche alla facile disponibilità delle pozzolane. Sull’antico litorale formiano si sono potuti accertare quindici impianti dei quali oggi sono direttamente esaminabili sei: due di questi ricadono nell'attuale territorio di Gaeta, rimasti inediti fino ai miei rilievi pubblicati; questo a causa delle difficoltà in passato a studiare queste opere sommerse, poi cancellate in maggior numero per il rapido incalzare dell’urbanizzazione e delle infrastrutture portuali, rimanendone testimonianza tra le righe di studiosi locali a partire dal Settecento. Al Novecento risalgono i primi studi basati su rilievi ad opera Luigi Jacono per due piscine di Formia, delle quali oggi è visibile soltanto quella antistante la Villa Comunale. Le piscine di Gaeta ora trattate sono una fuori la rada, nella scogliera di Fontania, e una all’interno alla Punta di Conca, presso l’attuale Villa Accetta. La piscina di Fontania si trova in un'insenatura riparata dalle correnti meridionali; maggiormente in origine per l'esistenza di un molo ad arcate che dalla villa collegava lo scoglio La Nave. L'impianto si trova entro un’area trapezia circondata sui tre lati minori dalle strutture residenziali e sul lato maggiore chiusa da un largo argine rivolto ad E-SE verso monte Orlando. In una degli ambienti voltati a settentrione fluisce acqua sorgiva sicuramente impiegata per l'allevamento. L'argine largo circa m. 6 è formato da “moles”, in “opus caementicium” di lunghezza variabile, poste in successione con intervalli di m. 2 a costituire i canali di alimentazione. Buona parte del bacino è insabbiato e solo occasionalmente vengono scoperti dal mare dei muri ad andamento curvilineo: formavano le suddivisioni della piscina con un originale disegno ad archi di cerchio intrecciati limitanti sette vasche intercomunicanti, ognuna delle quali servite da uno specifico canale d'argine: sono ben visibili quelle estreme che insieme a vari monconi scomposti avvalorano la presente restituzione; la larghezza dei canali e l’assenza di guide verticali di pietra ha indotto in errore gli archeologi circa la vera natura della costruzione, non considerando proprio questa ampiezza idonea a intelaiature lignee ad incastro per le chiusure. La piscina era definita sui lati di terra da un portico, dal quale con una scala a doppia rampa centrale si saliva al piano soprastante; si sviluppavano così scorci e prospettive vivacizzate dal disegno a cerchi d’acqua, aperto a ventaglio verso lo sfondo panoramico. A Conca questa integrazione architettonica della piscina alla residenza si trova proposta in chiave monumentale. L’impianto è questa volta posto a circondare con due fronti speculari la villa antica, tutta a comprendere un piccolo promontorio. L'argine in “caementicium” assai logorato e scomposto dal mare, malgrado fosse protetto da una larga e aderente scogliera, ha spessore opportunamente variato in sezioni da m 2,80 / 3,70 / 4,80. Nel rilievo anche le labili tracce e la presenza di sparse guide di piena contribuiscono ad una restituzione attendibile del disegno. Nella parte estrema centrale è inserita una vasca circolare di circa m. 29,50 di diametro, pari a 100 piedi romani. Questa misura rappresenta il modulo dimensionale dell'impianto che in ciascuna ala ne dà la lunghezza di 300 piedi (m. 88,71) e la larghezza di piedi 50 (m. 14,78) dalle banchine parallele sulla terraferma. La profondità delle vasche quadrangolari, a fondo piatto di malta idraulica, è di circa m. 1,70, quella circolare raggiunge m. 2,90; in esse sono talvolta integrate le rocce naturali. Il flusso idrico era assicurato da canali larghi circa un metro, da uno a due metri e di profondità; in corrispondenza di essi giacciono gli elementi lapidei dei gargami su cui scorrevano le griglie e le paratoie. Numerose sorgenti di acqua freddissima che sgorgano dalla costa e dal fondale assicuravano le migliori condizioni di allevamento. Di particolare interesse è la composizione geometrica dell'argine, le cui direzioni rispondono all'antica Rosa dei Venti a dodici punti principali, ottenuta con la sovrapposizione di quattro triangoli equilateri secondo la regola degli astrologi riferita da Vitruvio. Risulta pertanto che la piscina rispondeva alla necessità di progettazione rispetto alle correnti marine tagliando sull'asse centrale Io scirocco (eurus) e con i due lati divaricati di 105 gradi, a fronteggiare ad E-SE lo scirocco-levante (ornithiae) e a S l’ostro (auster). Le strutture della villa in “opus quasi reticulatum” della metà del I secolo a. C. mostrano sul fronte di prospetto alla vasca circolare retroposti locali voltati e tracce di una volta ribassata di un originario portico su pilastri; pertanto una costruzione a più livelli fino a raggiungere ed anche sovrastare la quota della via. Nel ridotto spazio disponibile si otteneva così un compatto effetto monumentale pareggiando le più vaste ville e a polarizzare il sito litoraneo, trovando saldatura col mare e il panorama nella piscina e in questa nella decisa geometria circolare della vasca principale. Sia nell'esempio di Fontania che in questo di Conca risalta l'intenzione di tradurre lo specchio acqueo in funzione ornamentale e ad esaltazione delle vedute, in analogia a quanto si praticava nei giardini delle ville tramite la ”ars topiaria”. Per maggiori approfondimenti si rimanda ai miei articoli negli Atti del convegno "Formianum" 1996 e nel primo volume del 2000 della Storia Illustrata di Formia, con le specifiche indicazioni bibliografiche.
Didascalie immagini : 1- Piscinae individuate sull’antico litorale di Formia (S. Ciccone, 1996), visibili (triangoli pieni) e coperte (triangoli vuoti). Gaeta: 1 – Fontania; 2 – villa imperiale; 3 – Peschiera; 4 – Pizzone; 5 – Conca; 6 – Punta di Conca; 7 – Vindicio. Formia, Porto Caposele: 8 – Scuola di Cicerone; 9 – Villa Caposele; 10 – Marina di Castellone. Formia, porto: 11 – Villa Comunale; 12 – Caposelice. Formia, villa di Giànola: 13 – Pescinola; 14 – Porto di Giànola. Scàuri (Minturno): 15 – Lo Scoglio. 2 - Formia, piscina davanti la Villa Comunale Umberto I vista verso oriente e rilievo della medesima (L. Jacono, 1914). 3 - Gaeta, piscina in località Fontania verso il panorama orientale e rilievo della medesima (S. Ciccone, 1996). 4 – Gaeta, piscina in località Conca, vista verso settentrione e rilievo della medesima (S. Ciccone, 1996).

giovedì 28 luglio 2022

NUOVE INFORMAZIONI SUI LAVORI DI RECUPERO DELLA VILLA ROMANA DI GIÀNOLA A FORMIA - di Salvatore Ciccone
Nello scorso articolo si è fatto un generale riepilogo delle vicende degli studi e dei passati lavori di recupero della villa romana estesa su parte del promontorio di Giànola, compreso nell’attuale Parco Regionale Naturale Riviera di Ulisse. Inevitabile è stato il riferimento al personale coinvolgimento, sia nelle pregresse ricerche che nella espletazione di incarichi come architetto e ciò con moderazione, avendo come prioritaria l’evidenziazione dei valori di questo originale contesto storico-naturale nella auspicabile sua più corretta utilizzazione. In questa finalità si crede opportuno fornire nuove informazioni sulle procedure seguite nei lavori che dal 2014 al 2016 permisero lo scavo parziale dell’edificio ottagonale e alla sua prima protezione dagli agenti naturali, insieme alle acquisizioni sulla sua architettura e alle scoperte archeologiche. Un intreccio di operazioni progettuali e di esecuzioni, di rilievo e di studio… e di conti, che mi ha impegnato nel cantiere con il mio collega ingegnere Orlando Giovannone praticamente fianco a fianco col personale operante, ben al di là di una generica prestazione di progettista e direttore dei lavori, qui più gravosa anche negli atti procedurali; fatto determinato dalla complicata situazione di intervento costantemente da adeguare alle più disparate evenienze, nonché nella acquisizione e interpretazione dei dati, quasi da scena del crimine quale effettivamente si presentava il sito dalla dissennata distruzione bellica. Dopo le opere di decespugliamento, facendo attenzione a non compromettere ulteriormente i ruderi e alla contestuale recinzione dell’area di cantiere per scongiurare compromissioni e incidenti da parte di intrusi, si dette via all’opera di scavo nella parte dell’edificio rivolta al mare, dove si sarebbe dovuto apprestare un passaggio per una gru su gomma a braccio telescopico. Sfortuna e fortuna insieme: fortuna perché subito emersero i primi significativi reperti consistenti in teste ritratto marmoree, ben cinque con in più frammenti di altre; sfortuna perché non si poté usufruire di quel mezzo d’opera fondamentale al sollevamento di più ingenti frammenti murari, dovendo variare il progetto avvalendosi della sola gru a torre con braccio fisso, peraltro indispensabile per svariate movimentazioni di cantiere. Quindi, mentre verso mare si procedeva allo scavo del collegamento dell’edificio alla villa con continui affioramenti di reperti scultorei, dal lato occidentale si penetrava verso l’interno alla sala ottagona centrale con la rimozione di massi murari. Qui si ebbe la sorpresa nel constatare che il pavimento di quella sala era rialzato rispetto a quello circostante; si rinvennero inoltre il pilastro centrale abbattuto, i frammenti della volta con il mosaico a stelle descritta da Mattej insieme alla vasca, quest’ultima anelata per ciò che si immaginava e che si dimostrò: un invaso di presa di una sorgente che sgorgava a motivo dell’edificio. In questo scavo l’abside della stanza posta centralmente sul lato del perimetro si scoprì collassata su sé stessa e questo richiese subito un’opera di puntellamento che non fosse troppo invasiva del risicato spazio scavato. Si procedé quindi con una specifica struttura in acciaio consistente in una cerchiatura sagomata alla struttura muraria alla quale si congiungevano dei sostegni inclinati poggiati a terra su plinti in cemento armato, ovviamente separando il congegno dalle parti antiche con speciali teli; inoltre sul dorso dell’abside si reintegrò la muratura dove si presentava aperta una finestra, preservandone il documento. Questo intervento si allineava sulla logica a base del progetto di copertura, cioè quello di impiantare una struttura a tubi e nodi, zincati a caldo contro l’ossidazione, che fosse provvisoria nel concezione, ma più solida e duratura nell’estensione dei tempi di successivi interventi di scavo, pertanto adatta ad un cantiere visitabile come concordato con la Soprintendenza. Per questo, alla necessità di un vincolo a terra staticamente sicuro, si poneva il problema dei forti venti del luogo, per la qual cosa gli appoggi dovevano assumere la caratteristica di plinti-zavorre. In ciò venne prioritariamente escluso per congruità progettuale e per inderogabile disposizione ministeriale, l’ancoraggio diretto su porzione strutturali abbattute o sul suolo roccioso affiorante all’interno dell’edificio, che ne avrebbe comportato la perforazione per l’inserimento di barre di acciaio filettato di fissaggio: un atto lesivo riguardo alle antiche strutture e problematico nei prospettabili interventi. Fu così che furono posti in opera questi plinti cementizi che sebbene a vista furono resi distintivi nella loro forma cilindrica, comunque facilmente rimovibili dal contesto archeologico, come infatti è avvenuto nei lavori eseguiti direttamente dalla stessa Soprintendenza dal 2020. La copertura della parte scavata scongiurava l’accumulo di acqua meteorica nell’ammasso ruderale e insieme una forte concentrazione di calore, combinazione sfavorevole alla conservazione di già indebolite murature. Per lo stesso motivo la parte preponderante non scavata, venne ripianata con terra di scavo e quindi protetta con uno speciale telo impermeabile traspirante, poggiato su uno strato devitalizzante e poi sottoposto ad uno di lapillo vulcanico, drenante e di ancoraggio. Così si assicurava, pur sempre con una ricognizione e manutenzione periodici, la protezione dagli agenti naturali interconnessi, quali piogge, insolazione, salsedine, vegetazione, qui molto aggressivi. Intanto All’Istituto Centrale per il Restauro presso il San Michele a Roma si procedeva alla cura di parte dei reperti marmorei che sono stati poi oggetto di una specifica mostra nel medesimo luogo, per poi essere in seguito esposti com’è attualmente presso il Museo Archeologico Nazionale di Formia: una nuova attestazione della storia di questa città che preludeva ad un perdurato impegno di ricerca e ad un avveduto recupero di quella originalissima villa di Giànola.
DIDASCALIE IMMAGINI : 1 - Le rovine dell’edificio ottagonale sul lato nord-ovest, all’inizio dei lavori: a destra un cantone intagliato nella roccia e al centro il catino dell’abside. 2 – L’ammasso ruderale dell’edificio ottagonale durante gli scavi: in basso il lato nord-ovest e a sinistra il collegamento verso la villa dove sono affiorate le sculture. 3 – Una archeologa impegnata a liberare una testa ritratto marmorea nel collegamento sul lato mare dell’edificio ottagonale. 4 – Prima pulitura di alcuni reperti scultorei di marmo rinvenuti nella parte a mare dell’edificio ottagonale. 5 – Parte posteriore dell’abside nord-ovest in due fasi di recupero: a sinistra, consolidamento con puntelli di mattoni e cerchiatura con sostegni di acciaio; a destra, sostituzione dei puntelli con cortina muraria a ripresa dell’arco e piattabanda di una finestra collassata. 6 – La sala ottagona e l’abside consolidata posti al riparo della copertura con telaio a tubi e nodi: si notano i plinti-zavorra cementizi di forma cilindrica che assicurano a terra la struttura senza compromissione delle antiche superfici.

giovedì 21 luglio 2022

FRANCO CUCINOTTA FORMIANO VERO DI ADOZIONE - di Salvatore Ciccone - Ho appreso con tristezza seppur non sorpreso della morte di Franco Cucinotta, avvenuta martedì 12 luglio. La perdita di un amico quale si è dimostrato negli ultimi anni d’età nel frangente di una seria situazione di salute di mia madre Vanda, senza chiederlo e senza riserve con generosità e affetto suo e di Rita, amorevole consorte. Ma il triste evento vede la scomparsa di un formiano vero pur non essendolo di nascita, avvenuta a Roma il 10 marzo 1934, ma di origini messinesi per via paterna, venuto a Formia essendo il padre, Vincenzo, tecnico del Genio Civile impegnato alle opere della ricostruzione postbellica. Fin qui si potrebbe dire che tanti sono venuti a Formia in pari condizioni senza per questo rappresentare un unicum, solo che Franco di questa città la rappresentò in larga parte essendo esponente politico di punta del Partito Socialista e a livello nazionale al fianco di Pietro Nenni, quando quest’ultimo abitava per diporto nella sua villa di Vindicio e a poche centinaia di metri dietro di lui che invece dimorava sul litorale; e questo quando la politica appassionava con le visioni di giustizia e miglioramento sociale sostenute da tangibili risultati e in confronti anche accesi ma rispettosi dell’avversario. Ma ancora Franco fu consigliere comunale e vicesindaco allo scorcio degli anni 1970, dove di quei valori ne fece attenta applicazione, attento a non svilire e far scadere la sua funzione in favori nel facile accaparramento di voti, fatto che probabilmente a taluni non lo rese simpatico. Ricordo ancora la mia partecipazione ad una trasmissione di una radio locale, dove io appena maggiorenne mi trovai faccia a faccia con lui civico rappresentante circa le problematiche di Formia e mi fece specie la sua attenzione, con atteggiamento analitico predisposto ad ascoltare, non a contrapporre, dal quale traspariva un amorevole compiacimento verso quel giovanissimo appassionato. Un’altra occasione fu nel 1977 nella presentazione di “Formia Archeologica” la prima guida che passava in rassegna le testimonianze archeologiche e monumentali della città, di cui ero tra i redattori e soci del Centro Studi Pasquale Mattej sede dell’Archeoclub d’Italia, che l’aveva promossa: egli rappresentò come vicesindaco l’intera cittadinanza, con un discorso di cui non ricordo i dettagli, ma il tono appassionato e argomentazione non banale come si suole proferire in questi casi, specie quanto direttamente coinvolgenti le pubbliche istituzioni. Parliamo ora degli ultimi anni di frequentazione, dove egli appesantito fisicamente e poco abile nei movimenti, non aveva però perduto la lucidità critica feroce verso la politica in generale e in particolare di quella formiana di cui informatissimo e partecipe, conosceva tutti i “recessi” e le indicibili “deficienze”, per questo sconfortano nel vedere sgretolare quel progetto ideale su cui si era costruito e su cui contava per il futuro di tutti. In questi racconti caustici e “coloriti” la sua espressione era divertita con un sorriso che celava amarezza, quasi a voler sollevare l’interlocutore dall’imbarazzo e nel riporre i fatti in quella filosofia di vita tutta meridionale memore delle novelle di Verga. Alla sua convinta laicità nella politica, era segretamente e convintamente credente se non altro per quel senso di giustizia che lo dominava e verso sé stesso per le umane debolezze che però non lo corruppero nella civica responsabilità. In questo evento luttuoso appare anomalo il totale silenzio, passabile nel disordine e distrazione del momento, ma che nella vita cittadina da alcuni anni rientra in una capacità di celare lavoro e impegno trascorsi ma di cui si beneficia, oltre che a far tacere con arroganza ogni tentativo motivato e documentato di porre in evidenza fatti sia positivi che negativi, in quella pulsione che è motivo basilare di una società liberale e democratica e di cui proprio Franco Cucinotta era interprete e assertore e al quale va il nostro riconoscente tributo.
FRANCO CUCINOTTA NELLA MIA MEMORIA - di Renato Marchese - Da pochi giorni è venuto a mancare un caro amico, una persona a cui ero legato da un’antica e fraterna amicizia. Franco Cucinotta se ne è andato in silenzio, senza che in molti se ne siano accorti, me compreso che ho saputo della sua scomparsa solo dopo una settimana. Franco negli anni Settanta è stato un amministratore di questa città e che l’ha amata profondamente, ricoprendo anche la carica di Assessore e Vicesindaco. Il mio avvicinamento al Partito Socialista Italiano, all'inizio degli anni Settanta, mi ha dato la possibilità di frequentare conoscere meglio Franco, che in un pomeriggio assolato di luglio del 1973 mi condusse a conoscere l'anziano Leader del nostro Partito, Pietro Nenni, amico di vecchia data. Quando Nenni arrivava a Formia, uno dei suoi primi pensieri era di telefonargli, per farsi aggiornare sulla situazione politica e amministrativa della Città. Ci accolse con molto garbo e cortesia, Franco mi presentò come uno dei tanti giovani che si stavano avvicinando al Partito. Oltre alla perdita dell’amico, mi rattrista l’indifferenza della Città che egli aveva così fedelmente e appassionatamente servito; non una menzione, non un ricordo, non una condoglianza alla amorevole consorte Rita. Si può giustificare con la distanza di quegli anni, più che temporale riconducibile ad un profondo cambiamento della società, immemore di ideali, priva di progetti e sempre meno umana.

domenica 17 luglio 2022

Nuovi lavori nella Villa Romana di Mamurra a Formia - di Salvatore Ciccone
Sul promontorio di Giànola compreso nel Parco regionale naturale “Riviera di Ulisse, risultano ultimati i lavori per la protezione e la fruibilità al pubblico della villa romana tardo repubblicana attribuita a Mamurra. Per il pubblico si tratta di una notizia e di una attrattiva variamente sentita secondo le specifiche sensibilità e competenze. Per me suscita un coinvolgimento del vissuto e della professione di architetto; un percorso iniziato nientemeno da bambino, nel sentire favoleggiare di streghe, di 36 colonne a mare, luoghi in seguito esplorati all’inizio degli anni 1960 con mio padre e i suoi amici sulle orme di Pasquale Mattej, il quale più di cent’anni prima scrisse di questi ruderi, producendo una ammaliante pianta dell’edificio ottagonale detto “Tempio di Giano”; quindi rivisitati insieme a quelli che comporranno l’Archeoclub di Formia e che mi precedevano negli studi universitari di architettura. Allorché mi apprestai alla tesi di laurea la scelta del tema fu inevitabile come pure l’incidente che, nel rilevare la pianta dell’edificio ottagono, mi invalidò l’occhio sinistro con oltre venti giorni di ospedale e un condizionamento a vita. Ciò nonostante, allo sconforto fu di aiuto Giuseppe Zander allora professore nella mia facoltà di Roma e architetto a capo dell’ufficio tecnico di San Pietro in Vaticano. Lui estasiato dai risultati che avevo prodotto volle essere mio Relatore e fu così che mi potei laureare guadagnandomi il massimo dei voti. Egli poi mi pressò per la pubblicazione del lavoro sulla rivista specializzata “Palladio” sotto egida del CNR ed edita dal Poligrafico dello Stato e ciò lo fece fino a darmi un ultimatum con una lettera che gelosamente conservo e che prima o poi pubblicherò. Riuscì nell’intento e nel 1990 l’articolo finalmente venne dato alle stampe, ma egli non lo potette leggere: morì poco prima nello stesso anno. Verso la metà degli anni 1990 il Presidente del Parco regionale di Giànola e Monte di Scàuri, “Mimmo” Villa mi considerava suo consulente per l’area archeologica. Riuscì ad acquisire nove ettari del complesso ruderale digradante verso il mare e al suggestivo paesaggio del golfo di Gaeta, avviando opere conservative anche a più riprese sulla scala coperta da volte c.d. Grotta della Janara (strega), sulla cisterna c.d. Trentasei Colonne e sulla “cisterna maggiore” quale punto di accoglienza. Quest’ultima fu il mio primo banco di prova nella progettazione e direzione lavori le quali, in due distinti finanziamenti, nel 2002 e 2004, hanno condotto al recupero del monumento preservandone la specifica caratteristica di inserimento ambientale distintivo di questa area archeologica e dello stesso Parco Regionale Naturale. In questo percorso susseguirono altre mie numerose pubblicazioni in volumi e collane, nonché per lo stesso Parco, riguardo alla evoluzione degli studi interpretativi del complesso architettonico. Il monumento più significativo rappresentato dal c.d. Tempio di Giano, una specie di ninfeo a pianta ottagonale al vertice della villa, ridotto ad un cumulo di rovine durante il secondo conflitto, rimaneva inaccessibile e in questa condizione il più esposto al degrado e alla dispersione. Ad un primo progetto preliminare, solo nel 2010, già deceduto Mimmo, il Parco divenuto ampliato “Riviera di Ulisse” dispose per il suo recupero di fondi europei per un milione di euro e indetto un concorso nazionale al quale ho partecipato con la collaborazione dell’ingegnere Orlando Giovannone e aggiudicato in testa ad altri concorrenti. Ad un più estenuante preparativo progettuale e di accordi con la Soprintendenza ai Beni Archeologici, finalmente i lavori iniziarono nel 2014. Subito alle prime opere sono affiorati pregevoli reperti marmorei, quali teste ritratto e sculture di soggetto mitologico di una fase medio imperiale, oggetto di cure e di una mostra dell'Istituto Centrale per il Restauro in San Michele a Roma, ora in parte esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Formia. L’andamento dei lavori fu contrassegnato da inevitabili rallentamenti e varianti in corso d’opera provocate da imprevedibili situazioni che si presentavano nell’ammasso di rovine, non ultima l’obbligata prospezione di ordigni bellici. Fu comunque raggiunto l’obiettivo di mettere in chiaro un settore dell’edificio fino a tutta la sala ottagona centrale. In più venne scavato tutto l’imponente collegamento tra l’edificio e la villa sul lato mare e questo facendo economia sulle opere senza ulteriore dispendio. Alla scoperta di molte sculture ancora da interpretare, vennero in luce anche i resti discosti di una chiesetta almeno di IX secolo e acquisito che nella sala ottagona sgorgasse una sorgente che motivava questo edificio, nel quale era pure associata una estrema funzione sepolcrale. Come dalle indicazioni imposte dalla Soprintendenza l’area dell’edificio avrebbe avuto la caratteristica di cantiere in evoluzione e visitabile, così era stato predisposto con una copertura provvisoria a tubi e giunti e atta a resistere all’azione del vento qui marcata, nonché resa praticabile con un percorso montante dalla parte inferiore fino all’interno della parte scavata. I percorsi esterni erano in terra battuta con transenne di castagno, nel più attento rispetto dell’area naturale e dell’inserimento in essa dei ruderi, cioè senza imposizione di elementi di arredo autoreferenziali che avessero in qualche modo potuto distogliere se non sconvolgere questa particolare simbiosi di natura e storia. Terminati i lavori nel 2016, vana è stata l’attesa di una apertura al pubblico pienamente legittimata dal compimento a regola d’arte delle opere, finché non è intervenuta la modificata “Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone Latina e Rieti” del Ministero per i Beni le Attività Culturali e Turismo. Le opere con progetto d’ufficio e finanziate dal Ministero per complessivi 800mila euro, dal 2020 hanno consistito nella sostituzione della copertura provvisoria sulla parte scavata dell’edificio ottagonale e si estendono con la percorrenza pedonale a comprendere entro una recinzione metallica un’area di circa 10.000 metri quadrati includente la cisterna “Trentasei Colonne” e la scala voltata “Grotta della Janara”. I percorsi sono rappresentati da un duecento metri lineari di viali della larghezza di circa 2 metri con più ampi piazzali susseguenti, realizzati con struttura di calcestruzzo a ciglio rialzato in ambo i lati integrati da transegne di legno, talvolta raddoppiati a senso obbligato dagli ingressi. È auspicabile che all’impegno così oneroso corrisponda un nuovo interesse verso questa area archeologica, nel proseguire le indagini e soprattutto nel comunicarne i valori, le acquisizioni scientifiche, ben oltre la esibizione dell’arredo.
Didascalie Immagini: Veduta dall’alto con la sistemazione della restante area ruderale e tre immagini della parte scavata dell’edificio ottagonale con la copertura del cantiere visitabile prodotta nel 2016 dal progetto Ciccone – Giovannone.

lunedì 4 luglio 2022

UN “GRAFFITO” DI PASQUALE MATTEJ A VENTOTENE - Di Salvatore Ciccone e Renato Marchese -
L’1 luglio, a pasto concluso intorno le ore 14, andava in onda per il TG 2 “Sì, Viaggiare” un servizio sull’isola di Ventotene che attirava la mia attenzione per la parte riguardante le vestigia romane di Villa Giulia. Di esse come di tutta l’isola non ho alcuna contezza non essendoci purtroppo mai andato, cosa che mi duole e mi imbarazza non poco. L’interesse verso l’esposizione delle rovine fatta dall’Operatore del locale Museo Archeologico, mi richiamava quanto scritto da Pasquale Mattej in “L’Arcipelago Ponziano”, articolo a puntate sulla rivista “Poliorama Pittoresco” del 1847 poi tradotta in monografia con immagini di sua mano dieci anni dopo. In particolare ricordavo il paragone da egli fatto per una scala voltata tra questa villa e quella di Formia sul promontorio di Giànola, trattata in quella stessa rivista nel 1845 e che citava in nota: insomma mentre seguivo il programma si era istituito un parallelo con i pensieri del Mattej. In questo particolare stato di attenzione, il servizio televisivo si concentra sulle cisterne romane, riserve di acqua piovana, bene prezioso e indispensabile allora per abitare l’isola. Sulle loro pareti nelle epoche a noi più prossime mani ingenue avevano lasciato raffigurazioni e quelle dei più dotti delle scritte, allorché in rapide inquadrature per due forse tre secondi, a pieno campo appare l’autografo “Pasquale Mattej 1847”. Sorpreso e avvinto, immobile, quell’immagine si era fissata con automatismo fotografico anche perché combaciata alla firma e alla grafia di Mattej che ben conosco, per giunta apparsa proprio nel rivivere le sue esperienze. Disorientato in un primo tempo, subito mi sono attivato per reperire informazioni sul luogo, sul Museo e sul suo Responsabile; poi ho deciso di ricorrere a Rai Play. A questo punto, per praticità e per lo spirito di collaborazione che mi accomuna in questa materia, ho telefonato a Renato, informandolo dell’accaduto e per rintracciare il filmato con sua pure grande gioia. Non passa un’ora che su Whatsapp mi invia l’immagine anelata, con tutta la carica emotiva e il valore testimoniale in essa riposta: essa fissa su due righi il nome del Nostro e sotto la data “8 luglio 1847”, dunque proprio in questo inizio di mese, 175 anni fa. Ciò corrisponde a quanto scritto dal Mattej, partito da Gaeta il 4 luglio per portarsi a Ponza e poi alle isole circonvicine nel cimento di un’opera appassionata, della quale lascio a Renato fornire una nota.
Questo “graffito” tracciato con una matita o un pastello sull’antico intonaco oggi verrebbe considerato un atto vandalico, ma in passato era invece di uso comune nelle poche persone istruite che intendevano così unire la loro presenza ed estasiata partecipazione alle eterne opere degli antichi; così i tanti autografi degli illustri architetti del Cinquecento che di più insigni opere intesero accoglierne il lascito. Un messaggio dunque lasciato dal nostro illustre concittadino formiano, che ci richiama al significato delle testimonianze del passato inscindibili dal nostro vissuto, dalla nostra sfera emotiva; un fatto questo della cui la personale sensazione e interpretazione interiore mantengo riservata. - Salvatore Ciccone -
Il “nostro” Pasquale Mattej, il 4 luglio dell’anno 1847, all’età di 34 anni, si imbarcò dal porto di Gaeta diretto a Ventotene, dopo aver nello stesso anno soggiornato a lungo sull’isola di Ponza. I frutti di questi viaggi nelle isole Pontine, furono le sue “Memorie storiche descrittive ed artistiche dell’arcipelago Ponziano - Dedicate agli artisti ed ai cultori della Storia Patria”, pubblicate a puntate sul periodico Poliorama Pittoresco, dal n. 14 dell’anno 1855 al n. 28 dell’anno 1856, edito a Napoli da Filippo Cirelli. Le stesse Memorie, riunite in unico volume, furono pubblicate l’anno successivo dal medesimo Editore. 
Sorta dall’eruzione di un vulcano sottomarino avvenuta alcuni milioni di anni fa, l’isola di Ventotene, gioiello delle Isole pontine, di forma irregolare, si estende da levante verso ponente per circa 2700 metri, con una ampiezza che raggiunge nel punto più largo gli 850 metri circa. 
Ventotene, anticamente chiamata Bentienti, Bitente, Pontatera, Pandataria, Ventoniana e Vandotena, era abitata già fin da epoca romana. La storia ce la ricorda come luogo di esilio e deportazione di donne illustri, divenute scomode per i propri parenti. Vi morì di stenti Agrippina moglie di Germanico, Ottavia moglie di Nerone e la bellissima Giulia, figlia di Augusto esiliata con sua madre Scribonia. 
Distante da Ventotene circa 1400 metri, insiste l’isolotto di Santo Stefano, le cui coste si estendono per circa 1840 metri; raggiunge la sua altezza massima di circa metri 85. Conosciuto per aver ospitato fino al 1965 un famoso carcere, su progetto dell’architetto Francesco Carpi, fu fatto edificare da Ferdinando IV di Borbone. L’enorme penitenziario, inaugurato nel mese di luglio dell’anno 1795, ospitò, oltre a prigionieri per reati comuni, anche oppositori del regime fascista, tra i quali Sandro Pertini, Giorgio Amendola, Giuseppe Romita e Umberto Terracini. 
In questi suoi viaggi all’arcipelago ponziano, oltre agli scritti, il Mattej ci ha lasciato 42 disegni ed alcuni acquerellati, conservati nella Biblioteca Vallicelliana di Roma, che raffigurano costumi, folclore, monumenti e panorami delle isole, da cui vennero incise dallo stesso autore le litografie a corredo degli articoli pubblicati nel Poliorama Pittoresco. 
Concludo questo breve omaggio alla bella isola di Ventotene trascrivendo l’ultima frase delle memorie scritte dal Mattej: “... Ancora pochi altri istanti, e le isole di Ventotene e Santo Stefano confuse nell’aereo orizzonte non erano per me che una memoria ed un sogno del passato!” Nelle immagini alcune litografie del Mattej pubblicate a corredo dello scritto del Poliorama Pittoresco. - Renato Marchese -
Didascalie : 1 – Graffito autografo di Pasquale Mattej su una delle pareti della cisterna romana di Ventotene. 2 /3 – Interni della cisterna dove si trova il graffito autografo di Pasquale Mattej. 4 – Il porto di Ventotene. 5 – Avanzi di un antico bacino. 6 – Avanzi della casa di Giulia. 7 – L’isolotto di Santo Stefano. 8 – Ventotene vista da Santo Stefano

martedì 28 giugno 2022

UNA NUOVA FORMIA SI AFFACCIA AGLI ALBORI DEL XX SECOLO
Il ventesimo secolo inizia offrendo un’immagine di Formia molto diversa da quella impressa nella memoria dei viaggiatori stranieri che la visitarono nei secoli passati. Agli antichi borghi di Mola e Castellone andava sostituendosi una nuova città che il turismo nascente la sancì balneare. Una nuova Formia, eletta a luogo di villeggiatura, andava formandosi. Un potente apparato turistico ricettivo, sui due litorali, si andava man mano potenziando nella città, sostituendosi alla tradizionale vocazione ospitale dei due antichi borghi. Formia divenuta città a vocazione turistica, nel 1928 contava 9127 abitanti e poteva vantare la possibilità di ospitare numerosi visitatori. Gli alberghi a disposizione di chi volesse soggiornare erano: Il Grand Hotel in piazza della Vittoria (con 32 camere), l'Hotel Excelsior in via della Stazione (con 12 camere), il Modern Hotel in piazza Tommaso Testa (con 12 camere), l'Hotel dei Fiori in via Lavanga (con 6 camere), L'albergo Presutto (con 5 camere), l'Italia (con 5 camere), La Rifiorita (con 6 camere) tutti in via Rialto Ferrovia; inoltre vi erano le pensioni: Giuliano in via Vitruvio e Bella Spiaggia e Lina in via Vendicio. Numerosi villini ed appartamenti mobiliati, situati nell'area balneare e nel centro città, erano disponibili per affitti stagionali. Nel 1932 Formia contava 14.352 abitanti. La città cresceva non soltanto sul punto di vista demografico ma anche su quello urbanistico e nei servizi. La direttissima Roma - Formia - Napoli era stata inaugurata, ambulatori medici, farmacie, case di cura, negozi d'ogni genere vi erano in tutto il territorio. Rete fognate, idraulica ed elettrica copriva tutta la parte residenziale della città. La vita di mare, ricca di elementi che giovano alla salute del corpo, fece meritare a Formia una menzione nella guida turistica più importante dell'epoca. Il Touring Club Italiano, nella sua: "Guida pratica ai luoghi di soggiorno e di cura d'Italia", nel volumetto sulle stazioni di mare, dedica a Formia due pagine ed una stupenda immagine della spiaggia di Vendicio. Così inizia la descrizione: "Cittadina situata in amena posizione tra le colline ed il mare, sul Golfo di Gaeta, il centro urbano é assai animato per traffici ed industrie, i dintorni sono popolati di ville, in mezzo ad una lussureggiante vegetazione. (...)" Le risorse naturali di cui Formia era eccezionalmente ricca, i suoi tesori archeologici, la mitezza del clima, le spiagge meravigliose ed infine il continuo sviluppo delle attrezzature turistiche, le hanno fatto meritare l'appellativo di "PERLA DEL TIRRENO", portandola ad essere considerata un luogo di soggiorno tra i più ricercati della penisola e la meta prediletta di numerosi turisti. La spiaggia di Vendicio e quella del litorale di levante consentivano un lungo periodo di balneazione, e la possibilità di spostamenti brevi e comodissimi sia da Roma che da Napoli. Nella stagione estiva, la temperatura del mare di Formia è sempre stata relativamente costante, senza brusche oscillazioni, durante la giornata aumenta regolarmente dal mattino fino alle ore 17, conservando una temperatura gradevole anche durante la notte.
Nelle immagini due vedute dei litorali di ponete e di levante all'inizio del Novecento; gli alberghi Hotel Excelsior, il Modern Hotel, il Grand Hotel e la pensione Marina; l'immagine pubblicata sulla guida del TCI, che reca in basso la seguente didascalia: "La spiaggia principale di Formia è lunga circa 2 km., e si compone di sabbia fine..."; due istantanee degli anni Trenta di vita balneare: una colonia marina e un gruppo di villeggianti.